Aborto sicuro nell'UE: un milione di firme contro l'immobilismo dei diritti

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Aborto sicuro nell'UE: un milione di firme contro l'immobilismo dei diritti

Come titola in queste ore La Stampa, evidenziando una mobilitazione transnazionale di portata storica: "Un milione di firme per l’iniziativa sull’aborto sicuro nell’Ue, ora tocca alla Commissione". Non si tratta di una semplice petizione, ma del raggiungimento del quorum previsto per l'Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), uno strumento di democrazia partecipativa che obbliga l'esecutivo dell'Unione a prendere formalmente in esame la proposta.

I promotori della campagna "My Voice, My Choice" (La mia voce, la mia scelta) chiedono all'Unione Europea di istituire un meccanismo finanziario ad hoc. L'obiettivo è supportare gli Stati membri affinché possano garantire l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in modo sicuro e gratuito a tutte le donne e persone con utero residenti nell'UE, in particolare per chi è costretto a fuggire da nazioni in cui questo diritto è negato o severamente limitato, come la Polonia o Malta.

Un diritto fondamentale, non una concessione geografica

Come riportato dalla testata torinese, il traguardo del milione di firme rappresenta un segnale inequivocabile: l'autodeterminazione riproduttiva e corporale è sentita dai cittadini europei come un pilastro irrinunciabile dei diritti civili. Fino a quando l'accesso a cure mediche sicure dipenderà dal codice di avviamento postale, l'Europa non potrà dirsi un vero spazio di uguaglianza.

L'analisi di questo fenomeno non può prescindere da una visione intersezionale. La negazione dei diritti riproduttivi è infatti il primo anello di una catena di controllo sui corpi che colpisce non solo le donne cisgender, ma anche la comunità LGBTQ+, in particolare gli uomini trans e le persone non binarie assegnate femmina alla nascita, per le quali l'accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva è spesso reso ancora più traumatico da discriminazioni e dalla mancanza di protocolli medici inclusivi.

Il contesto italiano: il paradosso della Legge 194

L'eco di questo milione di firme risuona con particolare urgenza in Italia. Nel nostro Paese l'aborto è regolamentato dalla Legge 194 del 1978. Sulla carta, una conquista di civiltà; nella pratica quotidiana, troppo spesso un percorso a ostacoli mortificante.

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, l'obiezione di coscienza tra i ginecologi italiani si attesta a livello nazionale intorno al 63%, con picchi regionali (come in Sicilia, Abruzzo o Molise) che superano l'80%. A questo dato strutturale si aggiungono le recenti scelte del legislatore: stando a quanto approvato di recente in Parlamento attraverso un emendamento legato ai fondi del PNRR, è stata aperta la porta dei consultori pubblici alle associazioni cosiddette "pro-vita". Si tratta di una mossa politica che, nei fatti, rischia di esercitare pressioni psicologiche su chi, in un momento di estrema vulnerabilità, cerca solo l'accesso a un servizio sanitario garantito dallo Stato.

L'iniziativa europea, in questo senso, accende un faro sulle ipocrisie del sistema italiano: a cosa serve un diritto formalmente inattaccabile se poi lo Stato non è in grado di assicurarne l'erogazione materiale in modo uniforme su tutto il territorio?

Ora tocca all'Europa

Il superamento del milione di firme sposta ora la pressione sui palazzi di Bruxelles. La Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen dovrà decidere se e come tradurre questa volontà popolare in un atto legislativo o in raccomandazioni vincolanti. Non sarà un percorso facile, considerando le forti resistenze degli esecutivi più conservatori del blocco comunitario.

Tuttavia, la politica non può più voltarsi dall'altra parte. La salute riproduttiva è una questione di diritti umani e di libertà personale. La domanda che questa mobilitazione pone a tutti noi, legislatori inclusi, è ineludibile: può l'Europa ergersi a paladina dei diritti civili nel mondo, se al suo interno tollera ancora che l'autodeterminazione dei corpi venga trattata come un reato o un privilegio per chi può permettersi di viaggiare all'estero?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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