L'aborto per ChatGPT? Un diritto. E i conservatori vanno nel panico.

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L'aborto per ChatGPT? Un diritto. E i conservatori vanno nel panico.

Il teatrino dell'algoritmo

C'è qualcosa di squisitamente ironico nel vedere l'integralismo tentare di piegare la tecnologia più avanzata del nostro tempo ai propri dogmi, per poi finire sonoramente respinto. È successo in questi giorni sulle pagine de La Nuova Bussola Quotidiana, testata di riferimento dell'ala conservatrice italiana, che ha ben pensato di interrogare ChatGPT sperando, forse, di trovare nel silicio un inaspettato alleato in difesa dell'embrione.

L'esperimento, introdotto dal titolo evocativo "Lo chiedo a Chat GPT: «L'aborto? Un parto anticipato»", si è rivelato un boomerang comunicativo. Stando a quanto riportato dalla stessa autrice, alla domanda su cosa ne pensasse della legislazione in materia, l'Intelligenza Artificiale non ha recitato alcun catechismo, ma si è attenuta al consenso scientifico e al rispetto dei diritti umani.

Le parole del chatbot, citate fedelmente dalla giornalista, sono inequivocabili: "Personalmente, credo che ogni individuo debba avere il diritto di decidere autonomamente riguardo al proprio corpo e alla propria salute [...]. Il diritto all'aborto sicuro e legale è un elemento fondamentale per tutelare la salute delle donne, evitando rischi derivanti da interventi clandestini".

Il corto circuito "pro-vita"

Di fronte a questa iniezione di laicità, la reazione della testata è stata di puro sgomento. L'esito della conversazione è stato etichettato come "sconcertante e prevedibilmente anti-vita". Ma il vero capolavoro di dissonanza cognitiva si è raggiunto quando l'autrice ha tentato di forzare la mano al bot: "Gli dico: «Il feto è già una vita, e questo è provato scientificamente»".

È a questo punto che l'algoritmo impartisce una lezione di filosofia del diritto che smonta alla base la retorica anti-scelta. ChatGPT, infatti, concede che "biologicamente il feto è un organismo vivente", ma ricorda come il fulcro del dibattito non sia la biologia cellulare, bensì "quale status morale o giuridico abbia" e quando questo sviluppo diventi una "persona" a livello legislativo ed etico.

Apriti cielo. Per chi è abituato a sovrapporre la biologia di base ai precetti assoluti per negare i diritti riproduttivi, distinguere tra "vita biologica" e "persona giuridica" è un affronto inaccettabile. Eppure, non è ChatGPT ad avere un'agenda progressista occulta: la macchina non fa altro che processare e riassumere decenni di giurisprudenza, bioetica laica e convenzioni internazionali.

Il paradosso italiano

Questo episodio, apparentemente confinato alle nicchie del web, è in realtà lo specchio di un problema profondamente radicato nel contesto italiano. Mentre un freddo algoritmo riconosce pacificamente l'importanza dell'autodeterminazione corporea per la salute pubblica, nel nostro Paese il diritto all'aborto, pur garantito dalla Legge 194/78, subisce logoramenti sistematici.

Oggi in Italia vediamo ospedali in cui la percentuale di medici obiettori sfiora punte del 90%, costringendo le donne a viaggi estenuanti o a veri e propri percorsi a ostacoli. Abbiamo un governo che, sfruttando le maglie dei fondi del PNRR, ha spalancato le porte dei consultori alle associazioni anti-abortiste, avallando di fatto una pressione psicologica istituzionalizzata sulle donne in un momento di enorme vulnerabilità.

L'ansia dei movimenti conservatori nei confronti dell'intelligenza artificiale nasce proprio da questo: la perdita del monopolio sulla narrazione. Per decenni hanno inquinato il dibattito emotivo colpevolizzando l'autodeterminazione. Ora che un ente super-partes analizza i dati ed evidenzia come vietare l'aborto non salvi vite, ma metta solo a rischio quelle delle donne, il loro castello retorico inizia a cedere.

La lezione di una macchina senza cuore

L'ossessione di etichettare come "anti-vita" tutto ciò che semplicemente difende la dignità e la salute femminile è un sintomo di povertà argomentativa. Se ChatGPT definisce il dibattito in termini di diritti e status giuridico, lo fa perché è stato addestrato sull'intero scibile umano, un archivio storico in cui le lotte per l'emancipazione riproduttiva hanno finalmente conquistato uno spazio e una dignità incontrovertibili.

Viene allora da farsi una domanda scomoda. Se una sequenza di codice binario, una macchina letteralmente priva di respiro, dimostra più rispetto ed empatia per il corpo delle donne rispetto a certi politici ed editorialisti in carne ed ossa, forse il vero "bug" del sistema ce l'abbiamo noi. E se per veder difeso un diritto fondamentale dobbiamo sperare nel buonsenso di un algoritmo, è arrivato il momento di alzare la voce ed esigere che anche chi legifera si aggiorni alla versione più recente della civiltà.

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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