Identità di genere: l'esempio della Statale e i ritardi della legge

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Identità di genere: l'esempio della Statale e i ritardi della legge

L'ambiente accademico italiano si conferma, ancora una volta, un fondamentale laboratorio di diritti civili e inclusione. Come riportato recentemente da La Statale News, testata ufficiale dell'Università degli Studi di Milano, l'Ateneo ha deciso di implementare "percorsi legali più semplici per affermare l’identità di genere". Sebbene i dettagli operativi specifici siano in via di consolidamento, l'iniziativa si inserisce in un solco tracciato da diverse università italiane per supportare la propria comunità studentesca e lavorativa trans e non binaria.

Un argine alla burocrazia escludente

Stando a quanto riportato dalla testata d'Ateneo, l'obiettivo centrale è quello di fornire strumenti concreti per superare le asimmetrie tra identità anagrafica e identità di elezione. Per una persona transgender, frequentare un ambiente accademico senza documenti aggiornati significa esporsi quotidianamente al misgendering e a potenziali outing forzati durante appelli, esami o comunicazioni istituzionali. Semplificare l'accesso alle Carriere Alias (il profilo burocratico provvisorio che permette l'uso del nome di elezione) o fornire orientamento per i percorsi legali veri e propri non è un vezzo ideologico, ma una misura di tutela della salute mentale e del diritto allo studio.

Il paradosso italiano: atenei virtuosi, Stato fermo al 1982

La notizia proveniente da Milano è estremamente positiva, ma ci impone un'analisi critica del contesto nazionale. Perché un cittadino deve affidarsi alle policy interne di un'università per vedere rispettata la propria identità? La risposta risiede nell'obsolescenza dell'impalcatura legale italiana.

Nel nostro Paese, la rettifica dell'attribuzione di sesso e il cambio del nome anagrafico sono regolati dalla Legge 164 del 1982. All'epoca fu una norma pionieristica (l'Italia fu uno dei primi Paesi al mondo a normare la transizione), ma oggi risulta profondamente inadeguata. Il percorso richiede obbligatoriamente il passaggio in Tribunale, perizie psichiatriche spesso lunghe e costose, e tempistiche che possono superare i due anni.

È vero che la giurisprudenza ha fatto passi avanti: la Corte Costituzionale (con la sentenza 227/2015) e la Corte di Cassazione hanno chiarito che l'intervento chirurgico di adeguamento non è un pre-requisito obbligatorio per ottenere la rettifica anagrafica. Tuttavia, l'impianto rimane patologizzante e fortemente giudiziario, lontanissimo dal principio di autodeterminazione adottato in altri Paesi europei (come la recente Ley Trans spagnola).

La politica e il vuoto normativo

L'azione della Statale di Milano assume quindi una valenza politica, nel senso più nobile del termine. Di fronte a un Parlamento che negli ultimi anni ha affossato tentativi minimi di tutela contro le discriminazioni (si pensi al naufragio del DDL Zan) e che fatica a inserire i diritti delle persone LGBTQ+ in un'agenda riformatrice seria, le istituzioni formative diventano presidi di civiltà.

Queste iniziative, tuttavia, non possono sostituirsi a un intervento legislativo strutturale. Fino a quando non avremo una revisione della Legge 164/82 che semplifichi e depatologizzi l'iter anagrafico a livello statale, esisteranno sempre cittadini di serie A e di serie B: chi ha la fortuna di studiare in un ateneo inclusivo e chi, magari in contesti lavorativi o provinciali meno sensibili, è costretto a sopportare il peso di un'anagrafica che non lo rappresenta.

La domanda con cui dobbiamo confrontarci è semplice: per quanto tempo ancora le università, i sindaci o i singoli presidi dovranno farsi carico di colmare i vuoti lasciati dal legislatore nazionale sui diritti civili?

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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