Kenya, respinto il ricorso contro il deputato Ali: un monito globale

Il Daily Nation, una delle principali testate del Kenya, ha recentemente riportato la notizia del rigetto, da parte del tribunale locale, di un'istanza legale in materia di diritti LGBTQ+ che vedeva coinvolto il parlamentare Mohamed Ali. Come riportato dalla fonte originaria, la corte ha archiviato il caso stabilendo i motivi per cui "ha respinto il tentativo di limitare le azioni del deputato", figura ben nota nel panorama politico africano per le sue posizioni apertamente ostili alla comunità arcobaleno e per le sue battaglie parlamentari volte a reprimere le associazioni per i diritti civili.
I fatti e il contesto keniota
Stando a quanto riportato dal Daily Nation, la decisione del tribunale si inserisce in un clima di fortissima tensione sociale e politica. In Kenya, l'omosessualità è ancora considerata un reato punibile con pene severe, un pesante retaggio del codice penale di epoca coloniale britannica. Negli ultimi mesi, tuttavia, il Paese ha vissuto una polarizzazione estrema a seguito di una storica sentenza della Corte Suprema, la quale ha stabilito che lo Stato non può negare la registrazione ufficiale alle ONG che si occupano di diritti LGBTQ+.
Questo fondamentale spiraglio di civiltà ha scatenato la reazione dei settori più conservatori della politica. Il deputato Mohamed Ali si è distinto come uno dei promotori di questa contro-offensiva, sostenendo mozioni per bandire del tutto le pubblicazioni e le attività delle associazioni LGBTQ+. L'iniziativa legale contro di lui, ora respinta, puntava verosimilmente a contestare le sue dichiarazioni o le sue azioni politiche in quanto discriminatorie e lesive dei diritti fondamentali. Il tribunale, tuttavia, sembrerebbe aver privilegiato le prerogative del mandato parlamentare e la libertà di espressione politica, chiudendo il caso.
L'analisi: retorica politica e diritti umani
Il rigetto del ricorso contro Mohamed Ali solleva un interrogativo cruciale che valica i confini africani: dove finisce la libertà di espressione di un rappresentante politico e dove inizia l'incitamento alla discriminazione? La decisione della giurisprudenza keniota dimostra quanto sia difficile, in contesti in cui i diritti civili non sono pienamente consolidati o tutelati da leggi organiche, utilizzare le aule di giustizia per arginare le posizioni ostili alla comunità LGBTQ+.
Quando un rappresentante delle istituzioni utilizza il proprio pulpito per attaccare una minoranza, il danno non è unicamente legislativo, ma profondamente culturale: si legittima lo stigma sociale. L'archiviazione di questo caso rischia di essere percepita da molti attivisti come un lasciapassare istituzionale per l'utilizzo di una retorica escludente.
Il parallelo con l'Italia
Seppur in un contesto giuridico e sociale radicalmente diverso, la dinamica politica osservata in Kenya offre spunti di riflessione essenziali anche per l'Italia. Nel nostro Paese, fortunatamente, l'omosessualità non è un reato e il diritto di associazione è tutelato dalla Costituzione. Tuttavia, l'uso politico dell'ostilità verso la comunità LGBTQ+ e le persone transgender è una tattica tristemente ricorrente.
Basti pensare al dibattito estremamente polarizzato che ha accompagnato l'affossamento del DDL Zan nel 2021. Anche in quell'occasione, una parte consistente della classe politica ha invocato strenuamente il principio della "libertà di espressione" per rivendicare il diritto di manifestare posizioni che la comunità LGBTQ+ riteneva palesemente lesive e stigmatizzanti. In Italia, la perdurante mancanza di una legge specifica contro i crimini d'odio legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere fa sì che gli attacchi alle minoranze godano talvolta di ampi margini di tolleranza, frequentemente scudati dall'insindacabilità delle opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari (Articolo 68 della Costituzione).
Una questione aperta
In conclusione, la notizia diffusa dal Daily Nation non dovrebbe essere derubricata a un mero fatto di cronaca locale. La battaglia per i diritti civili è globale. Le difficoltà legali affrontate dalle associazioni in Kenya ci interrogano sulle vulnerabilità dei nostri stessi sistemi democratici. Fino a che punto uno Stato di diritto può spingere la tutela della libertà di espressione politica, prima che questa diventi un'arma contro i cittadini più marginalizzati? È una domanda complessa che da Nairobi arriva intatta fino a Roma, e che richiede, oggi più che mai, un'assunzione di responsabilità collettiva.
Fonte: Why court dismissed bid in gay rights case against MP Mohamed Ali - Daily Nation · 23 febbraio 2026
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
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