Terapie di conversione: Londra verso un divieto inclusivo. E l'Italia?

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Terapie di conversione: Londra verso un divieto inclusivo. E l'Italia?

Il governo laburista del Regno Unito ha recentemente rinnovato l'impegno a presentare una legislazione per un divieto totale delle cosiddette "terapie di conversione", con una specifica fondamentale: il bando sarà inclusivo e tutelerà anche l'identità di genere. Come rilanciato dalla community di r/transgender a partire dai media britannici, l'esecutivo ha promesso: "The Labour government has pledged to bring forward legislation for a trans-inclusive ban on so-called 'conversion therapy'". Si tratta di uno sviluppo politico atteso da anni oltremanica, che porta con sé importanti riflessioni anche per il contesto europeo e italiano.

Il peso di una promessa trans-inclusiva

Le "terapie di conversione" o "riparative" sono pratiche pseudo-scientifiche mirate a modificare l'orientamento sessuale o l'identità di genere di un individuo. Sono state ampiamente condannate e definite dannose dalle maggiori associazioni psichiatriche internazionali, oltre che dalle Nazioni Unite, poiché associate a gravi traumi psicologici e a un aumento del rischio di suicidio.

Nel Regno Unito, la genesi di questo divieto è stata lunga e travagliata. Il precedente governo conservatore aveva annunciato una legge simile fin dal 2018. Tuttavia, dopo anni di rinvii, la bozza finale proposta aveva sollevato dure proteste perché avrebbe escluso esplicitamente le persone transgender, limitando la tutela al solo orientamento sessuale. Escludere le persone trans da questo divieto significa lasciare esposta la fascia oggi più vulnerabile e bersagliata della comunità LGBTQ+. La decisione dell'attuale governo laburista di proporre un divieto pienamente inclusivo segna dunque una netta presa di distanza dalle esitazioni passate, allineandosi alle raccomandazioni della comunità scientifica.

Il contesto italiano: un vuoto assordante

Mentre a Londra la politica si muove per chiudere definitivamente la porta a queste pratiche aberranti (pur tutelando, come specificato nei dibattiti parlamentari, il legittimo supporto psicologico ed esplorativo per chi affronta dubbi sul proprio genere), in Italia la situazione appare desolatamente stagnante.

Il nostro Paese non dispone attualmente di una legge nazionale che vieti esplicitamente le terapie di conversione. Sebbene pratiche coercitive estreme siano ormai relegate ai margini, forme più subdole di "riparazione" psicologica o pseudo-spirituale continuano a operare in pericolose zone d'ombra, spesso all'interno di contesti non regolamentati. A livello istituzionale, l'Ordine degli Psicologi si è espresso più volte chiaramente contro queste pratiche, considerandole una violazione del codice deontologico. Tuttavia, una presa di posizione professionale, per quanto fondamentale, non sostituisce la forza deterrente e protettiva di una legge dello Stato.

L'affossamento del DDL Zan nel 2021 ha lasciato la comunità LGBTQ+ italiana priva di un quadro normativo aggiornato contro i crimini d'odio e le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. E se da un lato l'Italia può vantare leggi storicamente pioniere come la L. 164/82 per la rettifica di attribuzione di sesso, dall'altro siamo in grave ritardo sul fronte della prevenzione degli abusi psicologici legati all'identità.

Una riflessione necessaria

L'iniziativa britannica ci ricorda che i diritti civili richiedono una manutenzione costante, basata su evidenze scientifiche e sul rifiuto di compromessi politici giocati sulla pelle delle minoranze. La mossa di Londra solleva un interrogativo inevitabile per la nostra classe politica: fino a quando l'Italia continuerà a tollerare questo vuoto normativo, delegando la tutela delle persone LGBTQ+ unicamente alla sensibilità dei singoli o alle sanzioni disciplinari di un ordine professionale? È tempo che anche nel nostro Paese si apra un dibattito serio, laico e scientificamente fondato per bandire definitivamente queste pratiche dal nostro tessuto sociale.

Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.

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