Nuova Zelanda: quando i diritti trans diventano "non prioritari". Un monito per l'Italia

Come riportato in un recente approfondimento della testata giornalistica neozelandese Newsroom, l'attuale esecutivo di Wellington ha esplicitamente chiarito che il rafforzamento delle tutele per i diritti umani delle persone transgender non rientra tra le priorità del governo. L'articolo, intitolato proprio "Human rights protections for transgender Kiwis not a priority – Govt", fotografa un preoccupante arretramento nell'agenda politica di un Paese storicamente considerato all'avanguardia sul fronte dei diritti civili e dell'inclusione.
Stando a quanto riportato, l'esecutivo di coalizione conservatrice sembra intenzionato a congelare qualsiasi avanzamento legislativo volto a proteggere specificamente la comunità trans da discriminazioni e crimini d'odio. Più che un attacco frontale, ci troviamo di fronte all'insidiosa arma dell'inazione strategica. Derubricare la sicurezza e la dignità di una minoranza a questione "non prioritaria" significa, nei fatti, accettare lo status quo e, implicitamente, legittimare le narrazioni ostili che sempre più spesso bersagliano le persone transgender a livello globale.
La retorica del "benaltrismo" come strumento politico
Nell'analisi delle dinamiche dei diritti civili, l'argomento delle "altre priorità" è un grande classico della resistenza conservatrice. L'economia, la sicurezza nazionale, la crisi climatica o le infrastrutture vengono regolarmente brandite come emergenze totalizzanti, di fronte alle quali l'esigenza di una persona trans di non subire discriminazioni sul posto di lavoro o violenza per strada verrebbe derubricata a mero "vezzo sociale".
Eppure, la tutela dei diritti umani non è un gioco a somma zero, dove proteggere una minoranza sottrae risorse alla maggioranza. Scegliere di non agire, in un momento storico in cui i dati internazionali mostrano un aumento vertiginoso della transfobia, è una scelta politica deliberata.
Il riflesso nello specchio italiano
Questa dinamica non può che risuonare in modo familiare e doloroso nel contesto politico italiano. Nel nostro Paese, la retorica del "benaltrismo" ha rappresentato la vera pietra tombale del DDL Zan, il disegno di legge che mirava a estendere la Legge Mancino ai crimini d'odio fondati su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Quante volte, dai banchi del Parlamento italiano, abbiamo sentito ripetere che l'Italia "aveva altre priorità" prima di assistere agli applausi che ne hanno salutato l'affossamento al Senato nell'ottobre del 2021?
Oggi in Italia, le persone transgender vivono un paradosso giuridico. Se da un lato godiamo di una legge storicamente pionieristica per il cambiamento anagrafico e l'affermazione di genere (la L. 164/82, pur necessitando oggi di riforme per svincolarla dall'eccessiva medicalizzazione), dall'altro mancano del tutto tutele specifiche contro i crimini d'odio transfobici. In assenza di una legge strutturata, le aggressioni basate sull'identità di genere vengono punite come reati comuni, ignorando il movente d'odio che colpisce l'intera comunità attraverso la singola vittima.
Un'inazione che ha un costo
Sia in Nuova Zelanda che in Italia, la politica del rinvio sistematico ha conseguenze dirette e misurabili sulla salute mentale e sulla sicurezza fisica delle persone LGBTQ+. Quando lo Stato dichiara che tutelare una fascia di cittadini vulnerabili "non è una priorità", il messaggio che arriva ai detrattori e ai violenti è di sostanziale impunità morale.
La domanda che dobbiamo porci, come società democratica, non è se ci siano questioni economiche più urgenti da affrontare, ma quale idea di Stato vogliamo costruire. Una democrazia può dirsi compiuta se definisce la sicurezza e l'incolumità di una parte dei suoi cittadini come "non prioritaria"? Oppure la civiltà di un Paese si misura esattamente dalla prontezza con cui sceglie di proteggere chi è più esposto alle intemperie dell'odio?
Fonte: Human rights protections for transgender Kiwis not a priority – Govt - Newsroom · 24 febbraio 2026
Contenuto generato con AI a partire da fonti pubbliche. Rappresenta un'opinione, non attività giornalistica.
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