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Bambini transgender: cosa provano e come aiutarli

Pubblicato una settimana fa · 14 fonti citate Generato con AI
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Bambini transgender: cosa provano e come aiutarli

Immaginate di avere cinque anni e sapere con certezza qualcosa di voi — qualcosa di così fondamentale che non avete bisogno che nessuno ve lo insegni. Sapete il vostro colore preferito, sapete quale cibo vi piace, sapete se preferite correre o disegnare. E sapete chi siete. Adesso immaginate che ogni persona intorno a voi — i vostri genitori, gli insegnanti, i compagni, il mondo intero — vi dica che vi sbagliate. Che quello che sentite dentro non è reale. Che dovete essere qualcun altro.

Questa è l’esperienza di molti bambini transgender. Non è un’idea astratta, non è una teoria politica, non è un dibattito da talk show. È la vita quotidiana di bambini che stanno cercando di dire agli adulti qualcosa che gli adulti spesso non vogliono sentire.

Questo articolo è scritto per chi vuole capire. Per i genitori che si chiedono cosa stia provando il proprio figlio. Per gli insegnanti che notano qualcosa e non sanno come reagire. Per chiunque creda che il benessere di un bambino debba venire prima di ogni altra cosa.

Quando nasce l’identità di genere

L’identità di genere — il senso interiore di essere maschio, femmina, o qualcosa di diverso da queste categorie — non è qualcosa che si impara a scuola o si assorbe dalla televisione. È una componente fondamentale dello sviluppo psicologico che emerge molto presto.

Lo sviluppo tra i 3 e i 5 anni

La ricerca sullo sviluppo infantile mostra che la maggior parte dei bambini ha una percezione stabile del proprio genere intorno ai 3-5 anni. Già a tre anni, i bambini sono in grado di identificarsi come maschi o femmine. Tra i 3 e i 5 anni si consolida quella che gli psicologi chiamano “stabilità di genere”: la consapevolezza che il proprio genere è una caratteristica permanente della propria identità.

Questo vale per tutti i bambini — cisgender e transgender. Lo studio del TransYouth Project, condotto dalla professoressa Kristina Olson alla Princeton University, ha esaminato bambini transgender in età prescolare che avevano effettuato una transizione sociale [3]. I risultati, pubblicati su Child Development Perspectives nel 2018, hanno mostrato che questi bambini esprimevano preferenze e comportamenti di genere indistinguibili da quelli dei coetanei cisgender dello stesso genere [3]. Non stavano recitando una parte. Non stavano imitando qualcuno. Esprimevano un senso di sé autentico e coerente, con la stessa naturalezza con cui qualsiasi altro bambino sa chi è.

Cosa provano i bambini trans

Per un bambino transgender, il mondo è un luogo che non corrisponde a ciò che sente dentro. Gli adulti gli assegnano un nome, dei vestiti, un ruolo — e nulla di tutto questo coincide con quello che il bambino sa di sé. Questo scollamento produce quella che i clinici chiamano “disforia di genere”: un disagio profondo, a volte devastante, legato alla discrepanza tra l’identità percepita e il modo in cui il mondo lo tratta.

I modi in cui i bambini esprimono questo disagio variano enormemente:

  • Dichiarazioni dirette. “Sono una femmina” da un bambino assegnato maschio alla nascita, o viceversa. Non come un gioco, ma con serietà e insistenza.
  • Rifiuto di abbigliamento e aspetto. Pianto, crisi, resistenza attiva quando vengono vestiti o pettinati secondo il genere assegnato.
  • Disagio con il proprio corpo. Alcuni bambini trans esprimono sofferenza per le proprie caratteristiche fisiche già in età prescolare, con un disagio che tende a intensificarsi con l’avvicinarsi della pubertà.
  • Ritiro sociale. Bambini che smettono di giocare con i coetanei, che diventano silenziosi, che si isolano — perché non hanno le parole per spiegare cosa sentono, o perché hanno capito che le parole non vengono ascoltate.
  • Segnali indiretti. Tristezza persistente, irritabilità, disturbi del sonno, ansia. Non sempre i bambini sanno collegare questi sintomi alla disforia di genere: sentono che qualcosa non va, ma non riescono a dargli un nome.

È importante capire che queste non sono manifestazioni di capriccio o confusione. Sono i segnali di un bambino che sta cercando di comunicare qualcosa di fondamentale sulla propria identità.

Non conformità di genere e identità transgender: sono la stessa cosa?

No. E questa distinzione è cruciale.

La non conformità di genere è un comportamento: un bambino maschio che gioca con le bambole, una bambina femmina che preferisce i giochi “da maschio”, un bambino che ama i colori o le attività tradizionalmente associate all’altro genere. La non conformità di genere è molto comune, perfettamente sana, e non indica necessariamente un’identità transgender.

L’identità transgender è qualcosa di diverso: non riguarda cosa un bambino fa, ma chi un bambino è. Un bambino transgender non sta giocando a essere dell’altro genere — sta affermando la propria identità di genere. Lo studio di Steensma e colleghi, pubblicato nel 2013 sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, ha identificato un indicatore chiave: quando ai bambini veniva chiesto “Sei un maschio o una femmina?”, quelli che rispondevano con il genere opposto a quello assegnato alla nascita avevano una probabilità significativamente più alta di mantenere quell’identità nel tempo [6]. I bambini che semplicemente desideravano essere dell’altro genere, senza identificarsi come tali, mostravano pattern diversi [6].

La differenza pratica è tra “vorrei essere una femmina” e “sono una femmina”. Tra un desiderio e un’affermazione di identità. I professionisti esperti sanno riconoscere questa differenza, e per questo il supporto clinico è importante: non per etichettare i bambini, ma per ascoltarli con gli strumenti giusti.

Cosa dice la ricerca: i bambini trans supportati stanno bene

Il dato più importante che un genitore dovrebbe conoscere è questo: i bambini transgender che ricevono supporto dalla famiglia stanno bene. Non “tollerabilmente”. Non “nonostante tutto”. Stanno bene come i loro coetanei.

Il TransYouth Project di Olson

Lo studio più influente su questo tema è quello della professoressa Kristina Olson e del suo gruppo di ricerca. Pubblicato su Pediatrics nel 2016, ha esaminato 73 bambini transgender tra i 3 e i 12 anni che avevano effettuato una transizione sociale — cioè vivevano nel genere con cui si identificavano, con il supporto delle famiglie [1].

I risultati sono stati chiari: questi bambini presentavano livelli di depressione nella norma e livelli di ansia solo minimamente elevati rispetto alla media nazionale [1]. Non differivano significativamente dai gruppi di controllo composti da coetanei cisgender e da fratelli e sorelle.

Questo è un dato che va messo in prospettiva. Studi precedenti su bambini con disforia di genere che non ricevevano supporto riportavano tassi molto alti di depressione, ansia e sofferenza psicologica. La differenza non stava nei bambini: stava nell’ambiente.

Lo studio di Durwood

Uno studio successivo di Durwood, McLaughlin e Olson, pubblicato nel 2017 sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, ha esteso questi risultati a bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni [2]. Anche in questo campione più ampio (116 bambini transgender, 122 controlli cisgender, 72 fratelli e sorelle), i giovani transgender mostravano livelli di depressione e autostima indistinguibili da quelli dei coetanei [2]. L’ansia era solo marginalmente più alta.

Il messaggio della ricerca è chiaro: la sofferenza psicologica nei bambini trans non è inevitabile. Non è una conseguenza dell’essere transgender. È una conseguenza del non essere supportati.

La persistenza dell’identità

Una preoccupazione frequente dei genitori è: “E se cambiasse idea?“. Lo studio longitudinale di Olson e colleghi, pubblicato su Pediatrics nel 2022, ha dato una risposta basata su dati a lungo termine [4]. I ricercatori hanno seguito 317 bambini transgender per cinque anni dopo la transizione sociale: il 94% continuava a identificarsi con il genere affermato, il 3,5% si identificava come non-binario e solo il 2,5% era tornato a identificarsi con il genere assegnato alla nascita [4].

Quando un bambino esprime la propria identità di genere in modo persistente, insistente e coerente nel tempo, la probabilità che quell’identità sia stabile è molto alta. La persistenza è la regola, non l’eccezione.

Il dibattito clinico: “attesa vigile” vs approccio affermativo

Nel campo della salute di genere infantile esistono due approcci principali, ed è importante che i genitori li conoscano per fare scelte informate.

L’approccio dell’attesa vigile

L’approccio tradizionale, noto come “watchful waiting” (attesa vigile), prevede di non incoraggiare attivamente la transizione sociale del bambino, ma di osservare e attendere che l’identità si consolidi con il tempo. Questo approccio si basa su studi più datati che suggerivano alti tassi di “desistenza” — bambini che smettevano di identificarsi come transgender crescendo. Tuttavia, molte di queste ricerche sono state criticate per problemi metodologici: in diversi studi, i bambini che non si presentavano al follow-up venivano conteggiati come “desistenti”, gonfiando artificialmente le percentuali. Inoltre, molti di quei bambini non soddisfacevano i criteri diagnostici per la disforia di genere, ma presentavano semplicemente comportamenti non conformi al genere.

L’approccio affermativo

L’approccio affermativo, oggi raccomandato dall’American Academy of Pediatrics, dal WPATH e dalla Endocrine Society, non significa “decidere per il bambino” né “spingerlo verso la transizione” [8][9][10]. Significa creare un ambiente in cui il bambino possa esprimere liberamente la propria identità, essere ascoltato e ricevere supporto psicologico specializzato.

La dichiarazione di policy dell’AAP del 2018 definisce il modello affermativo come “un approccio integrato che combina servizi medici, di salute mentale e sociali”, in cui i professionisti “lavorano insieme per ridurre lo stigma legato alla varianza di genere, promuovere l’autostima del bambino, facilitare l’accesso alle cure, educare le famiglie e creare spazi comunitari più sicuri” [8].

In concreto, l’approccio affermativo per i bambini pre-puberi non prevede alcun intervento medico. Prevede ascolto, supporto psicologico e, se il bambino lo desidera, transizione sociale — l’uso del nome e dei pronomi preferiti, la libertà di vestirsi e presentarsi come si desidera. Tutto questo è completamente reversibile in qualsiasi momento.

I bloccanti della pubertà: cosa sono e cosa non sono

Quando un bambino transgender si avvicina alla pubertà, lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie del genere assegnato alla nascita può intensificare drammaticamente la disforia di genere. La crescita del seno, l’abbassamento della voce, la comparsa dei peli — caratteristiche che per i coetanei cisgender sono un passaggio naturale — per un adolescente trans possono rappresentare una fonte di angoscia profonda.

Come funzionano

I bloccanti della pubertà, tecnicamente agonisti del GnRH, sospendono temporaneamente la pubertà. Non la eliminano: la mettono in pausa. Questi farmaci sono utilizzati in endocrinologia pediatrica da oltre 40 anni per trattare la pubertà precoce nei bambini cisgender. Non sono sperimentali.

Le linee guida della Endocrine Society (2017) e del WPATH (SOC-8, 2022) prevedono che il trattamento possa iniziare quando il giovane ha raggiunto il secondo stadio di Tanner — cioè i primissimi segni dello sviluppo puberale [10][9].

I dati sulla sicurezza e l’efficacia

Lo studio prospettico di de Vries e colleghi, pubblicato nel 2011 su The Journal of Sexual Medicine, ha seguito 70 adolescenti durante il trattamento con bloccanti della pubertà: i problemi comportamentali ed emotivi diminuivano e il funzionamento generale migliorava significativamente [14]. Uno studio successivo dello stesso gruppo, pubblicato su Pediatrics nel 2014, ha confermato il miglioramento del benessere psicologico a lungo termine, con nessun partecipante che riportava rimpianto [5].

Lo studio di Turban e colleghi, pubblicato su Pediatrics nel 2020, ha analizzato i dati di oltre 20.000 adulti transgender, trovando che chi aveva ricevuto bloccanti della pubertà durante l’adolescenza aveva il 70% di probabilità in meno di ideazione suicidaria nel corso della vita, rispetto a chi li aveva desiderati ma non ricevuti [7].

La reversibilità

Un punto fondamentale: i bloccanti della pubertà sono reversibili. Quando il trattamento viene interrotto, la pubertà riprende il suo corso naturale. Lo scopo del trattamento non è “cambiare” il giovane: è dargli tempo per maturare, per essere seguito da un’equipe multidisciplinare e per prendere eventuali decisioni future con maggiore consapevolezza, senza lo stress aggiuntivo di una pubertà che non corrisponde alla propria identità.

Cosa i bloccanti non sono

Non sono ormoni. Non causano una transizione. Non rendono sterili. Non sono irreversibili. La narrativa secondo cui “danno ormoni ai bambini” non corrisponde alla realtà clinica: i bloccanti inibiscono temporaneamente la produzione di ormoni, non ne aggiungono di nuovi. La terapia ormonale vera e propria (testosterone o estrogeni) viene considerata solo in una fase successiva, dopo un’attenta valutazione multidisciplinare, e generalmente non prima della metà dell’adolescenza [10].

Cosa possono fare i genitori: guida pratica

Se vostro figlio vi ha comunicato qualcosa sulla propria identità di genere — o se state osservando segnali che vi fanno riflettere — ecco cosa suggerisce la ricerca.

Ascoltare e affermare

La cosa più importante che potete fare è ascoltare. Non giudicare, non cercare spiegazioni, non minimizzare. Vostro figlio vi sta comunicando qualcosa su cui probabilmente riflette da tempo, e il modo in cui reagite ha conseguenze misurabili sulla sua salute mentale [1].

Affermare non significa “decidere che vostro figlio è trans”. Significa comunicare: “Ti ascolto, ti credo, ti voglio bene a prescindere”. Significa usare il nome e i pronomi che il bambino vi chiede, lasciarlo vestire come si sente a proprio agio, non costringerlo a nascondere chi è.

Cercare un professionista esperto

Un professionista con esperienza specifica nell’identità di genere infantile può aiutare sia il bambino che la famiglia. Il suo ruolo non è “confermare” o “negare” l’identità trans del bambino: è esplorare, accompagnare, supportare. Cercate qualcuno che segua le linee guida internazionali (WPATH, Endocrine Society, AAP) e che lavori con tutta la famiglia, non solo con il bambino [8][9][10].

Informarsi

Leggete la ricerca, consultate fonti affidabili, parlate con altri genitori che hanno vissuto la stessa esperienza. L’ignoranza non è una colpa — ma restare nell’ignoranza quando sono disponibili dati chiari è una scelta che ha conseguenze.

Creare una rete di supporto

I bambini trans che vivono in ambienti supportivi — non solo in famiglia, ma anche a scuola e nella comunità — mostrano i migliori esiti di salute mentale [1][2]. Parlate con la scuola se il bambino lo desidera, cercate gruppi di famiglie, create intorno a vostro figlio un ambiente in cui possa essere sé stesso senza paura.

Prendersi cura di voi stessi

Anche i genitori hanno bisogno di supporto. Scoprire che il proprio figlio è transgender può suscitare emozioni intense — confusione, paura, dolore, senso di colpa. Queste emozioni sono legittime, ma vanno elaborate con un professionista o con altri genitori, non scaricate sul bambino. Vostro figlio ha bisogno del vostro supporto, non del vostro conflitto interiore.

Cosa NON fare: pratiche dannose

Le terapie di conversione

Le terapie di conversione — qualsiasi tentativo di modificare l’identità di genere di un bambino attraverso pressione psicologica, punizione, coercizione o manipolazione — sono state condannate da ogni principale organizzazione medica e psicologica al mondo. L’American Psychological Association, nel 2021, ha adottato una risoluzione che dichiara esplicitamente che la disforia di genere non è una malattia mentale e che i tentativi di cambiare l’identità di genere sono dannosi [12].

I danni sono documentati: depressione, ansia, abuso di sostanze, ideazione suicidaria, perdita di fiducia nella famiglia. Le terapie di conversione non cambiano l’identità di genere di nessuno — perché l’identità di genere non è modificabile dall’esterno. Quello che fanno è distruggere il rapporto tra il bambino e le persone che dovrebbero proteggerlo.

La minimizzazione e il silenzio

“È solo una fase”, “sei troppo piccolo per saperlo”, “non dire queste cose”. Queste frasi, anche quando pronunciate con intenzione protettiva, comunicano rifiuto. Comunicano al bambino che la sua esperienza interiore non è valida, che deve nascondere chi è, che l’amore dei genitori è condizionato. La ricerca del Family Acceptance Project identifica la minimizzazione tra i comportamenti familiari più associati a esiti negativi di salute mentale.

L’isolamento

Impedire al bambino di frequentare coetanei, di accedere a spazi sicuri o di esprimersi liberamente non lo “protegge”: lo isola. E l’isolamento è uno dei fattori di rischio più documentati per la depressione e l’ideazione suicidaria nei giovani transgender.

La scuola: un ambiente cruciale

La scuola è il luogo dove i bambini trascorrono la maggior parte del loro tempo, e il modo in cui l’ambiente scolastico accoglie o respinge un bambino trans ha un impatto enorme.

Parlare con la scuola

Se il bambino lo desidera e la famiglia è d’accordo, informare la scuola può fare una grande differenza. Chiedete un incontro riservato con il dirigente scolastico, concordate l’uso del nome e dei pronomi preferiti, stabilite un referente a cui il bambino possa rivolgersi. Molte scuole e la maggior parte delle università italiane hanno introdotto la “carriera alias”, che consente di utilizzare il nome scelto nei registri interni.

Prevenire il bullismo

I bambini trans sono a rischio elevato di bullismo. La presenza di politiche scolastiche inclusive, personale formato e un clima di rispetto riduce significativamente gli episodi di molestie. Non aspettate che qualcosa accada: lavorate con la scuola per creare un ambiente preventivo.

Spazi sicuri

Bagni, spogliatoi, attività sportive: sono tutti contesti in cui un bambino trans può trovarsi in difficoltà. Soluzioni semplici — come l’accesso a bagni neutri o la possibilità di cambiarsi in uno spazio riservato — possono fare la differenza tra una giornata scolastica vivibile e una giornata di sofferenza.

Risorse in Italia

Servizi istituzionali

  • ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) — Coordina i centri italiani specializzati nell’identità di genere, con una Commissione Minorenni attiva dal 2012. Segue gli standard WPATH. Sito: onig.it
  • Infotrans.it — Primo portale istituzionale europeo dedicato alle persone transgender, sviluppato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’UNAR [13]. Contiene informazioni su percorsi di salute, diritti e una mappa dei servizi sul territorio. Sito: infotrans.it

Associazioni per le famiglie

  • AGEDO — Associazione di genitori, parenti e amici di persone LGBT+, con sedi in tutta Italia. Gruppi di ascolto, supporto tra pari, accompagnamento. Sito: agedonazionale.org
  • GenderLens — Associazione di genitori con risorse specifiche per famiglie di minori trans. Incontri online, consulenze, formazione per professionisti e scuole. Sito: genderlens.org

Numeri utili

  • Gay Help Line: 800 713 713 — Numero verde nazionale contro omofobia e transfobia, attivo dal lunedì al sabato (16:00-20:00). Gratuito da fisso e mobile.
  • Telefono Amico Italia: 02 2327 2327 — Attivo ogni giorno (9:00-00:00), offre ascolto e supporto.

La cosa più importante

Un bambino transgender non è un problema da risolvere. Non è una fase da superare. Non è un errore da correggere. È un bambino — con la stessa dignità, gli stessi bisogni e lo stesso diritto alla felicità di qualsiasi altro bambino.

La ricerca scientifica ci dice qualcosa di molto semplice: quando questi bambini vengono ascoltati, creduti e supportati, stanno bene [1][2]. Quando vengono respinti, ignorati o costretti a essere qualcun altro, soffrono. Questa non è un’opinione: sono dati replicati in oltre quindici anni di studi.

Come genitori, come insegnanti, come società, non ci viene chiesto di avere tutte le risposte. Ci viene chiesto di ascoltare. Di mettere il benessere del bambino al centro di ogni decisione. Di scegliere i dati al posto dei pregiudizi. E di ricordare che ogni bambino merita di crescere in un mondo che gli dice: “Vai bene così come sei.”

Approfondimenti

  • Libro The Transgender Child (2008)
  • Documentario Growing Up Trans (2015)
  • Libro Gender Born, Gender Made (2011)

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