La condizione delle persone trans in Italia prima del 1982

Prima del 14 aprile 1982, in Italia le persone trans non esistevano. Non sul piano giuridico, almeno. Nessuna legge prevedeva la possibilità di modificare il sesso anagrafico. Nessun documento poteva riflettere l’identità reale di una persona. E l’ordinamento, lungi dall’ignorarle in silenzio, le perseguiva attivamente: con articoli del codice di pubblica sicurezza risalenti al fascismo, con retate notturne, con il confino [1][4]. Questa è la storia di cosa significava essere trans in Italia quando lo Stato non solo non ti riconosceva, ma ti considerava un problema di ordine pubblico.
Un vuoto giuridico che era una condanna
L’inesistenza legale
Fino al 1982, l’ordinamento italiano non contemplava in alcun modo la possibilità di cambiare il sesso registrato alla nascita [9]. Il concetto stesso di identità di genere era assente dal lessico giuridico. Il sesso veniva determinato alla nascita sulla base dei caratteri anatomici esterni e restava immutabile per tutta la vita — indipendentemente da qualunque percorso di transizione medica o chirurgica la persona potesse intraprendere.
Questo significava che una donna trans, anche dopo aver completato un percorso di transizione e un intervento chirurgico all’estero, restava legalmente un uomo. Ogni interazione con la burocrazia — dal contratto di lavoro al controllo dei documenti, dall’apertura di un conto in banca alla visita medica — diventava un’umiliazione potenziale [1]. I documenti non corrispondevano all’aspetto fisico, e ogni discrepanza esponeva la persona al giudizio, alla discriminazione e, spesso, alla violenza.
L’impossibilità di una vita normale
L’assenza di riconoscimento legale aveva conseguenze a cascata su ogni aspetto della vita quotidiana. Trovare un lavoro regolare era estremamente difficile: poche aziende erano disposte ad assumere una persona i cui documenti contraddicevano apertamente la sua identità visibile [5]. Affittare un appartamento era complicato per le stesse ragioni. Accedere al sistema sanitario, poi, era paradossale: le persone trans non potevano ricevere cure di affermazione di genere in Italia, perché non esisteva alcun protocollo medico riconosciuto dallo Stato.
La conseguenza più comune di questa esclusione sistematica era la prostituzione. Per molte donne trans degli anni Sessanta e Settanta, il lavoro sessuale non rappresentava una scelta, ma l’unica possibilità di sostentamento in un Paese che le aveva escluse da tutto il resto [4][14]. Come ha raccontato Porpora Marcasciano nel suo libro Tra le rose e le viole (2020), le donne trans che animavano il nascente movimento erano in larga parte legate al lavoro di strada, non per vocazione ma per assenza di alternative [14].
La criminalizzazione: come lo Stato perseguiva le persone trans
L’articolo 85 del TULPS: il reato di “mascheramento”
Lo strumento giuridico più utilizzato per colpire le persone trans era l’articolo 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), un decreto regio del 1931 che vietava di “comparire mascherato in luogo pubblico” [13]. Questa norma, concepita originariamente per regolamentare l’uso delle maschere durante il carnevale, venne sistematicamente applicata alle donne trans: indossare abiti femminili, per una persona registrata all’anagrafe come maschio, veniva equiparato a un mascheramento [4][13].
Le sanzioni previste erano multe e, in caso di recidiva, misure più severe. Ma il danno vero non era la multa in sé: era il pretesto che l’articolo 85 forniva alle forze dell’ordine per fermare, identificare, schedare e umiliare le persone trans in qualunque momento e in qualunque luogo.
Adescamento e atti osceni: il circolo vizioso
Oltre all’articolo 85 del TULPS, le persone trans venivano colpite attraverso le norme sulla legge n. 1423 del 1956 (misure di prevenzione nei confronti di persone pericolose per la sicurezza e la moralità pubblica) e i reati di atti osceni in luogo pubblico [4]. Poiché la prostituzione era spesso l’unico mezzo di sopravvivenza, le donne trans finivano inevitabilmente nel mirino della polizia anche per adescamento.
Si creava così un circolo vizioso perfetto: lo Stato negava alle persone trans ogni possibilità di inserimento sociale e lavorativo, poi le puniva per le strategie di sopravvivenza che quella stessa esclusione rendeva necessarie. Multe, diffide, sorveglianza speciale, sequestro del passaporto e della patente, fermi e carcerazioni facevano parte dello strumentario repressivo con cui si cercava di governare — più che di proteggere — la presenza delle donne trans nello spazio pubblico [3][4].
Le retate
Le retate della polizia erano una costante della vita delle persone trans negli anni Sessanta e Settanta, in particolare nelle grandi città come Roma, Milano, Torino e Napoli [4][14]. Le forze dell’ordine effettuavano operazioni notturne mirate nelle zone di prostituzione, fermando sistematicamente le donne trans presenti. Le modalità erano spesso violente: insulti, perquisizioni umilianti, pestaggi.
Le attiviste del MIT (Movimento Italiano Transessuali) produssero negli anni successivi un “Manuale di autodifesa per la travestita”, un documento pensato per fornire informazioni rapide su come comportarsi in caso di arresto, interrogatorio e processo — e anche, come specificato dagli autori stessi, in caso di percosse da parte degli agenti [3][10]. L’esistenza di un simile manuale dice tutto sulla normalità della violenza istituzionale che le persone trans subivano.
Casablanca: la meta obbligata
Georges Burou e la clinica di Casablanca
Poiché in Italia gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso erano di fatto impossibili — non esisteva una legge che li autorizzasse, e nessun chirurgo avrebbe rischiato conseguenze legali praticandoli — le persone trans italiane che desideravano un intervento chirurgico erano costrette ad andare all’estero.
La destinazione più nota era Casablanca, in Marocco, dove il ginecologo francese Georges Burou aveva iniziato a praticare interventi di vaginoplastica nella sua Clinique du Parc a partire dalla fine degli anni Cinquanta [8]. Dal 1956, Burou sviluppò una tecnica di vaginoplastica con inversione del pene che per decenni sarebbe rimasta lo standard chirurgico mondiale. Casablanca divenne la “mecca” delle persone trans da tutta Europa, Italia compresa [8].
Marcella Di Folco, che sarebbe poi diventata una delle figure più importanti dell’attivismo trans italiano, completò il proprio percorso chirurgico a Casablanca nel 1980 [6][7] — due anni prima che la legge 164 rendesse possibili tali interventi in Italia. Il viaggio a Casablanca non era solo costoso e rischioso dal punto di vista medico (fino agli anni Settanta, la probabilità di successo dell’intervento era stimata intorno al 50%) [8], ma rappresentava anche un’ulteriore prova della totale indifferenza dello Stato italiano verso i bisogni delle persone trans.
Le prime voci: il movimento trans italiano
Il FUORI! e la genesi della proposta di legge
Le prime iniziative per il riconoscimento dei diritti delle persone trans in Italia nacquero all’interno del movimento radicale. Nell’ottobre del 1979, due militanti del FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), Enzo Cucco ed Enzo Francone, scrissero una prima bozza di progetto di legge sul cambio di sesso [4]. Il FUORI!, fondato nel 1971, era la principale organizzazione omosessuale italiana e operava in stretta collaborazione con il Partito Radicale di Marco Pannella.
Tuttavia, fu il coraggio delle dirette interessate a sbloccare la situazione. Pina Bonanno, attivista trans catanese, su consiglio dell’artista Marzia Siclari, scrisse a Marco Pannella per chiedergli di interessarsi alla questione dei diritti delle persone trans [3][4]. Pannella rispose positivamente, e Bonanno iniziò a organizzare le sue compagne.
La fondazione del MIT
Tra il 1979 e la primavera del 1980, le attiviste trans fondarono il MIT — Movimento Italiano Transessuali (poi rinominato Movimento Identità Trans), la prima associazione trans in Italia [10]. Come raccontò Pina Bonanno: “Tornata a Milano, dove all’epoca abitavo, ne parlai con varie amiche, che mi diedero inizialmente della pazza. In una riunione all’EUR costituimmo il MIT” [3].
Il MIT si fece conoscere immediatamente con azioni eclatanti. La più celebre è la protesta del 4 luglio 1980 alla piscina comunale di piazzale Lotto a Milano (il Lido di Milano, nella zona di San Siro). Una quindicina di donne trans entrarono nella piscina indossando un bikini, poi si sfilarono il reggiseno, rimanendo a seno nudo. La loro spiegazione alle autorità che cercavano di farle rivestire fu semplice e devastante: “Possiamo indossare solo il pezzo sotto del costume perché in base ai nostri documenti siamo considerate uomini” [2][3].
La protesta durò circa un’ora. Le partecipanti finirono tutte in commissariato, denunciate per oltraggio alla pubblica decenza [2]. Ma l’azione ottenne una vasta copertura mediatica — il Corriere della Sera riportò la notizia il giorno successivo — e portò la questione dell’identità trans all’attenzione dell’opinione pubblica italiana [3].
Marcella Di Folco: dall’attrice all’attivista
Marcella Di Folco (1943-2010) è una delle figure più significative della storia trans italiana. Prima della transizione, era stata scoperta dal regista Federico Fellini e aveva recitato in diversi suoi film, tra cui Amarcord (1973) [6][7]. Dopo aver completato la transizione e l’intervento chirurgico a Casablanca nel 1980, Di Folco si avvicinò al MIT, di cui divenne presidente nel 1988 — carica che mantenne fino alla morte nel 2010 [6].
Nel 1994, fondò a Bologna un consultorio per l’identità di genere — il primo al mondo gestito da persone trans, in collaborazione con le istituzioni e con l’ausilio di professionisti sanitari [6][7]. Nel 1995, fu eletta consigliera comunale di Bologna con la lista dei Verdi, diventando la prima donna trans apertamente tale a ricoprire un incarico politico elettivo nel mondo [6].
Il confronto europeo: l’Italia non era sola, ma era in ritardo
La Svezia (1972)
La Svezia fu il primo Paese al mondo a introdurre una legge sul riconoscimento giuridico del cambio di sesso, nel 1972 [12]. La legge svedese permetteva la modifica del sesso anagrafico a seguito di un intervento di riassegnazione chirurgica, ma imponeva condizioni severe: la persona doveva essere cittadina svedese, non sposata e — requisito oggi considerato una violazione dei diritti umani — sterile [12]. Si stima che tra il 1972 e il 2013 (anno in cui il requisito della sterilizzazione fu abolito) tra 500 e 800 persone trans svedesi siano state sottoposte a sterilizzazione forzata come condizione per ottenere il riconoscimento legale.
La Germania Ovest (1980)
La Germania Ovest approvò la sua legge sul cambio di sesso nel 1980 — il Transsexuellengesetz (TSG). La legge tedesca prevedeva due percorsi: un cambio del solo nome (la cosiddetta “piccola soluzione”) e un cambio completo del sesso anagrafico (la “grande soluzione”), quest’ultimo subordinato all’intervento chirurgico. Anche in questo caso, erano previsti requisiti di sterilizzazione e stato civile.
L’Italia (1982): terza in Europa
L’Italia arrivò terza, con la legge n. 164 del 14 aprile 1982 [1]. A differenza di Svezia e Germania, la legge italiana non imponeva esplicitamente la sterilizzazione come requisito — sebbene l’intervento chirurgico fosse di fatto considerato necessario fino alle sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione degli anni 2010 [9]. È un elemento spesso trascurato: per gli standard dell’epoca, la legge 164 era progressiva. L’Italia si dotò di un riconoscimento giuridico quando la stragrande maggioranza dei Paesi europei non ne aveva alcuno. Francia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi avrebbero dovuto attendere ancora decenni [1].
La strada verso la legge 164
L’iter parlamentare
Dopo la protesta del Lido e le successive mobilitazioni del MIT, il deputato radicale Franco De Cataldo depositò la proposta di legge che avrebbe portato alla legge 164 [4]. Le attiviste del MIT portarono la loro testimonianza anche al Parlamento europeo di Strasburgo, in una delle prime occasioni in cui persone trans presero parola in un’istituzione europea [10].
Il provvedimento fu approvato dalla Commissione Giustizia del Senato il 16 febbraio 1982, con il via libera definitivo il 1 aprile 1982 con ventiquattro voti favorevoli su ventiquattro — un risultato unanime che rifletteva un raro consenso trasversale [1][4]. La legge fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 106 del 19 aprile 1982 ed entrò in vigore il 4 maggio 1982.
Il contenuto della legge
La legge 164 stabiliva che, su istanza dell’interessato, il tribunale potesse autorizzare l’intervento medico-chirurgico necessario e, a seguito di esso, disporre la rettificazione dell’atto di nascita relativo all’attribuzione di sesso [9]. Con questa legge, il legislatore italiano accolse un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato: non più fondato esclusivamente sulla conformazione degli organi genitali esterni accertati alla nascita, ma su una dimensione più ampia e complessa della personalità [11].
La conferma della Corte Costituzionale
Nel 1985, la Corte Costituzionale fu chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della legge 164 con la sentenza n. 161/1985. La Corte confermò la piena costituzionalità della legge, sottolineando che essa “accoglie un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero naturalmente evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale” [11]. Fu un pronunciamento fondamentale, che ancorò il diritto all’identità di genere al diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione) e al libero sviluppo della personalità (articolo 2) [11].
Il prima e il dopo
Cosa cambiò il 4 maggio 1982
Il giorno in cui la legge 164 entrò in vigore, le persone trans in Italia passarono dall’inesistenza giuridica al riconoscimento. Non fu una transizione morbida. La legge richiedeva un percorso lungo e medicalizzato, con l’autorizzazione del tribunale e, nella prassi, l’intervento chirurgico. Non era una legge sull’autodeterminazione nel senso contemporaneo del termine. Ma era un punto di partenza — e, per il contesto storico, un traguardo straordinario [1].
Per le persone che avevano vissuto gli anni di clandestinità, retate e documenti che mentivano sulla loro identità, quella legge significava poter finalmente esistere. Poter essere assunte con un nome che corrispondeva al proprio aspetto. Poter affittare una casa. Poter andare dal medico senza dover spiegare perché il proprio corpo non corrispondeva ai documenti. Poter, in una parola, vivere.
Il debito verso chi ha lottato
Le attiviste del MIT, Pina Bonanno, Marcella Di Folco, Porpora Marcasciano e molte altre — spesso senza casa, senza lavoro, senza documenti che le rappresentassero — hanno ottenuto una legge che ha cambiato la vita di migliaia di persone [4][10]. Lo hanno fatto partendo da una condizione di marginalità totale, in un’Italia in cui la loro stessa esistenza era considerata un reato. Il debito che la società italiana ha nei loro confronti non è un fatto di opinione: è un fatto storico.
La storia delle persone trans in Italia prima del 1982 non è una storia lontana. È la storia di persone che molte e molti di noi avrebbero potuto conoscere, e che in alcuni casi conoscono. Ricordarla serve a comprendere da dove vengono i diritti di cui le persone trans godono oggi — e quanto fragili possano essere, se non vengono difesi.
Approfondimenti
- Libro How Sex Changed (2002)
- Film The Queen (1968)
- Libro Transgender History (2008)