Contagio sociale trans e ROGD

“I giovani diventano trans perché lo vedono sui social media.” “È una moda diffusa tra amici.” “Prima non c’erano tutti questi transgender.” Queste affermazioni circolano regolarmente nei dibattiti pubblici, nei media e persino in alcune proposte legislative. Alla base c’è un’idea apparentemente intuitiva: l’identità di genere si possa “contagiare”, come un virus, attraverso l’esposizione a contenuti online o il contatto con coetanei transgender.
Questa idea ha un nome scientifico: la teoria del contagio sociale trans. Ha anche una sigla clinica — ROGD, Rapid Onset Gender Dysphoria — coniata in uno studio del 2018 che ha generato un’enorme controversia. Ma cosa dice davvero la ricerca? Questa ipotesi ha superato il vaglio scientifico? E perché le principali organizzazioni mediche del mondo la rifiutano?
Cos’è la ROGD: l’ipotesi e lo studio di Littman
Il termine “Rapid Onset Gender Dysphoria” (disforia di genere a insorgenza rapida) è stato introdotto da Lisa Littman in uno studio pubblicato su PLOS ONE nel 2018 [1]. L’ipotesi sosteneva che alcuni adolescenti — in particolare quelli assegnati femmina alla nascita — sviluppassero la disforia di genere in modo improvviso durante o dopo la pubertà, influenzati da coetanei transgender e dall’esposizione a contenuti sui social media.
Lo studio si basava su un sondaggio online rivolto a 256 genitori [1]. Littman chiedeva ai genitori di descrivere il momento in cui i loro figli avevano manifestato segni di disforia di genere, le loro amicizie e il loro uso dei social media. I genitori riportavano che la disforia sembrava comparire “all’improvviso”, spesso in concomitanza con una maggiore esposizione a contenuti trans online e in gruppi di amici dove anche altri giovani si identificavano come transgender.
Sulla base di queste risposte, Littman formulava l’ipotesi che l’identità transgender potesse, in alcuni casi, diffondersi per “contagio sociale” tra i gruppi di pari [1].
I problemi metodologici dello studio
Lo studio di Littman ha ricevuto critiche profonde e sistematiche dalla comunità scientifica. I problemi sono molteplici e riguardano ogni aspetto della ricerca: dal campione alla metodologia, dalle conclusioni al linguaggio utilizzato.
Il campione: genitori reclutati da siti anti-trans
Il problema più grave riguarda il reclutamento. I genitori non sono stati selezionati in modo casuale o rappresentativo. Il sondaggio è stato pubblicato su tre siti web — 4thwavenow, transgendertrend e youthtranscriticalprofessionals — noti per le loro posizioni critiche verso l’identità transgender nei giovani [3]. Come evidenziato nella critica metodologica di Restar (2020) pubblicata su Archives of Sexual Behavior, questo approccio crea un campione sistematicamente distorto: i genitori che frequentano siti anti-trans hanno maggiori probabilità di interpretare l’identità dei figli come influenzata dall’esterno [3].
Il consenso informato come fonte di bias
Restar sottolinea un altro problema significativo: il modulo di consenso informato presentava ai genitori la premessa del “contagio sociale” prima della compilazione del sondaggio [3]. Questo approccio priming — presentare un’ipotesi ai partecipanti prima di raccogliere i dati — è una fonte nota di bias nelle scienze sociali. I genitori predisposti a concordare con la premessa erano più motivati a partecipare, e le loro risposte erano influenzate dalle aspettative create dal consenso stesso.
Nessun dato dai diretti interessati
Lo studio non includeva alcun dato proveniente dagli adolescenti stessi, né dai clinici che li avevano in cura [3]. Le conclusioni sulla disforia di genere dei giovani si basavano interamente sulle percezioni dei genitori — genitori che, nella maggioranza dei casi, non accettavano l’identità di genere dei propri figli. Come osserva Restar, i genitori non sono qualificati per formulare diagnosi cliniche, e la percezione di un’insorgenza “rapida” dal punto di vista genitoriale non corrisponde necessariamente alla realtà dell’esperienza del giovane [3].
Molte persone trans riferiscono di aver sperimentato incongruenza di genere per anni prima di comunicarla ai propri genitori. Ciò che appare “rapido” dall’esterno può essere il risultato di un lungo processo interno di elaborazione e, finalmente, di rivelazione.
La correzione di PLOS ONE
Le critiche sono state così significative che PLOS ONE ha avviato una revisione post-pubblicazione. Nel marzo 2019, la rivista ha pubblicato una correzione formale dello studio, con l’editore Joerg Heber che si è scusato “con la comunità trans e gender variant” per la precedente revisione e pubblicazione [2]. La nota editoriale chiariva che “lo studio, compresi i suoi obiettivi, la metodologia e le conclusioni, non erano adeguatamente inquadrati nella versione pubblicata”. La stessa correzione ribadiva che la ROGD “non è una diagnosi formale di salute mentale” e che lo studio “non valida il fenomeno” [2].
Le evidenze contro il contagio sociale
Se l’ipotesi del contagio sociale fosse corretta, dovremmo osservare alcuni pattern specifici nei dati. Gli studi che li hanno cercati non li hanno trovati.
Lo studio di Turban et al. (2022)
Lo studio più ampio e rigoroso sull’ipotesi del contagio sociale è stato pubblicato su Pediatrics da Turban, Dolotina, King e Keuroghlian nel 2022 [5]. I ricercatori hanno analizzato i dati del Youth Risk Behavior Survey dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) — un campione di circa 100.000 studenti delle scuole superiori per anno, raccolto in 16 stati americani nel 2017 e nel 2019.
I risultati contraddicono direttamente le previsioni della teoria del contagio sociale [5]:
- La percentuale di adolescenti che si identificano come transgender non è aumentata tra il 2017 e il 2019.
- Gli adolescenti assegnati femmina alla nascita non erano sovrarappresentati tra i giovani trans, contraddicendo una previsione chiave dell’ipotesi ROGD.
- I giovani trans assegnati maschio alla nascita superavano numericamente quelli assegnati femmina in entrambi gli anni.
Se il contagio sociale fosse reale e colpisse in modo particolare le ragazze (come sostenuto da Littman), ci aspetteremmo l’opposto.
Inoltre, lo studio ha rilevato che circa il 39% dei giovani transgender riportava episodi di bullismo scolastico nel 2017, rispetto al 17% dei coetanei cisgender eterosessuali. Nel 2019 i numeri salivano rispettivamente al 45% e al 17% [5]. Questi tassi elevatissimi di discriminazione sono incoerenti con l’idea che i giovani si identifichino come trans per “popolarità” o “moda”.
Lo studio di Bauer et al. (2022)
Un altro studio fondamentale è stato pubblicato su The Journal of Pediatrics da Bauer, Lawson, Metzger e il team Trans Youth CAN! [6]. I ricercatori hanno analizzato dati clinici di adolescenti trans provenienti da 10 centri medici canadesi.
Lo studio ha testato una serie di associazioni che sarebbero coerenti con l’ipotesi della ROGD: se questa fosse un fenomeno reale e distinto, ci si aspetterebbe di trovare due gruppi riconoscibili di pazienti con tempistiche diverse di sviluppo dell’identità di genere. I risultati: nessuna delle associazioni previste dall’ipotesi ROGD è stata confermata dai dati clinici [6]. Come ha osservato Bauer, “se la ROGD fosse reale, ci aspetteremmo di vedere due correnti distinguibili di pazienti con tempistiche diverse dell’identità di genere — ma non le abbiamo trovate”.
Inoltre, il 98,3% dei giovani che cercavano cure di affermazione di genere aveva realizzato di poter essere transgender più di un anno prima [6]. Questo dato è incompatibile con un’insorgenza “rapida” causata da influenze esterne recenti.
Perché ci sono “più persone trans” oggi
L’aumento della visibilità delle persone transgender è reale. Ma l’interpretazione — che questo aumento sia causato dal contagio sociale — non è l’unica possibile, e non è quella supportata dalle evidenze. La spiegazione scientificamente più solida è un’altra: l’aumento è legato alla riduzione dello stigma e al miglioramento dell’accesso ai servizi.
Il precedente storico: le persone mancine
Il parallelo più illuminante viene dalla storia del mancinismo. All’inizio del Novecento, la percentuale di persone mancine nella popolazione era intorno al 3-4%. Nel corso del secolo, questa percentuale è salita fino a stabilizzarsi intorno al 12%.
Cosa era successo? Le persone erano improvvisamente “diventate” mancine? No. Per secoli, i mancini erano stati costretti a usare la mano destra — con punizioni, stigma sociale e persino interventi “correttivi”. Quando queste pressioni sono cessate, le persone hanno semplicemente potuto esprimere una caratteristica che avevano sempre avuto. Il numero reale di mancini non è cambiato: è cambiato il numero di mancini visibili.
Lo stesso schema si applica alle persone transgender. La storica Jules Gill-Peterson, nel suo lavoro “Histories of the Transgender Child” (2018), dimostra attraverso un’ampia ricerca archivistica che i bambini transgender non sono un fenomeno nuovo: esistevano — e cercavano aiuto medico — fin dai primi decenni del Novecento, molto prima dei social media, di internet o della cultura pop contemporanea [10]. Cio’ che è cambiato non è il numero di persone trans, ma la capacità della società di vederle e di permettere loro di esistere apertamente.
I fattori dell’aumento di visibilità
L’Endocrine Society, nella sua dichiarazione di posizione del 2020 sulla salute transgender, riconosce che “esiste un fondamento biologico durevole dell’identità di genere” e che “non sembrano esserci forze esterne che causino genuinamente un cambiamento dell’identità di genere nelle persone” [8]. L’aumento della visibilità è attribuibile a fattori ben documentati:
- Maggiore consapevolezza: le persone hanno accesso a informazioni e linguaggio per descrivere esperienze che in passato non avevano nome.
- Riduzione dello stigma: in molti contesti, identificarsi come transgender comporta meno rischi rispetto al passato, sebbene i rischi rimangano significativi.
- Miglioramento dell’accesso alle cure: più professionisti sanitari sono formati sull’identità di genere, rendendo più facile cercare supporto.
- Cambiamento dei criteri diagnostici: le revisioni del DSM e dell’ICD hanno ampliato e aggiornato le definizioni, riflettendo una comprensione più accurata della diversità di genere.
Cosa dicono le principali organizzazioni mediche
Il consenso scientifico sulla ROGD è chiaro: non è una diagnosi riconosciuta, e l’ipotesi del contagio sociale non è supportata dalle evidenze.
La CAAPS e le 60 organizzazioni firmatarie
Nel 2021, la Coalition for the Advancement and Application of Psychological Science (CAAPS) ha rilasciato una dichiarazione formale che chiede l’eliminazione del concetto di ROGD dall’uso clinico e diagnostico [7]. La dichiarazione afferma che “non esistono studi empirici solidi sulla ROGD” e che il concetto “non è stato sottoposto ai rigorosi processi di revisione tra pari che sono standard per la scienza clinica” [7]. La dichiarazione è stata firmata da oltre 60 organizzazioni, tra cui l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association.
Il Journal of Adolescent Health (2023)
Nel 2023, un editoriale pubblicato sul Journal of Adolescent Health ha dichiarato esplicitamente che “la Rapid-Onset Gender Dysphoria non è una diagnosi di salute mentale riconosciuta” [11]. L’editoriale sottolineava che l’utilizzo del termine in contesti clinici rischia di stigmatizzare i giovani transgender e di compromettere il loro accesso alle cure.
La WPATH
Gli Standards of Care versione 8 della World Professional Association for Transgender Health (WPATH, 2022) non riconoscono la ROGD come entità clinica distinta [9]. Le linee guida ribadiscono che la diversità di genere è un aspetto normale della diversità umana e che molte persone transgender sperimentano incongruenza di genere fin dall’infanzia o dall’adolescenza.
L’Endocrine Society
La Endocrine Society afferma nella sua dichiarazione di posizione del 2020 che “esiste un fondamento biologico durevole dell’identità di genere” e che il consenso medico attuale non considera più l’identità transgender come un disturbo mentale influenzabile da fattori esterni [8]. La società ribadisce che le cure di affermazione di genere sono basate sulle evidenze e necessarie per il benessere delle persone transgender.
I social media: causa o specchio?
L’idea che i social media “rendano trans” i giovani merita un’analisi specifica, perché è al centro della narrazione del contagio sociale.
I social media possono effettivamente svolgere un ruolo nell’esperienza delle persone transgender, ma non nel modo suggerito dalla teoria del contagio. Possono aiutare i giovani a trovare un linguaggio per descrivere esperienze che già vivono, a scoprire che altre persone condividono quelle esperienze, e a accedere a informazioni sui percorsi di cura disponibili.
Questo è un processo di scoperta, non di creazione. La differenza è fondamentale. Una persona mancina che scopre online l’esistenza di forbici per mancini non è “diventata” mancina per influenza di internet. Ha semplicemente trovato uno strumento che corrisponde a una caratteristica che aveva già.
Lo studio di Turban et al. (2022) offre un dato particolarmente rilevante a questo proposito: se i social media causassero l’identità transgender, ci aspetteremmo un aumento nel tempo della percentuale di giovani che si identificano come trans (dato il continuo aumento dell’uso dei social media). Questo aumento non si è verificato tra il 2017 e il 2019 [5].
Zucker (2019), in una riflessione sulle questioni cliniche contemporanee relative agli adolescenti con disforia di genere pubblicata su Archives of Sexual Behavior, riconosce che i media e internet possano facilitare la consapevolezza, ma distingue nettamente tra facilitazione della consapevolezza e causazione dell’identità [12].
La ROGD come panico morale
Florence Ashley (2020), in un commentario critico pubblicato su The Sociological Review, colloca la ROGD in una cornice più ampia: non come ipotesi scientifica fallita, ma come espressione di un panico morale [4]. Ashley argomenta che il concetto è stato costruito per aggirare il crescente corpo di ricerche a supporto delle cure di affermazione di genere, offrendo una giustificazione apparentemente scientifica a preoccupazioni che sono in realtà culturali e politiche.
Questa analisi trova supporto in diversi elementi:
- L’origine del termine: la ROGD non è emersa dalla pratica clinica o dalla ricerca epidemiologica, ma da forum di genitori che già rifiutavano l’identità dei propri figli [4].
- L’uso politico: il concetto è stato rapidamente adottato nei dibattiti legislativi per giustificare restrizioni all’accesso alle cure per i giovani trans, spesso senza alcun riferimento alla letteratura scientifica che lo ha confutato.
- Il pattern storico: ogni ondata di maggiore visibilità delle persone LGBT+ è stata accompagnata da teorie del “reclutamento” o del “contagio” — dall’omosessualità negli anni ‘70 e ‘80 alla bisessualità, fino all’identità transgender oggi.
I limiti del dibattito
Questo non significa che non esistano domande legittime sull’aumento dei riferimenti alle cliniche di genere, sulla migliore pratica clinica per gli adolescenti, o sull’esperienza dei giovani che esplorano la propria identità di genere. Queste domande meritano risposte basate su ricerca rigorosa e dati clinici, non su sondaggi condotti tra genitori reclutati da siti che già avevano concluso che i propri figli fossero stati “contagiati” [3].
Come osserva Zucker (2019), la ricerca sulla disforia di genere negli adolescenti affronta sfide reali: l’aumento dei riferimenti clinici, il cambiamento nel rapporto tra i sessi, le domande sulla persistenza e la desistenza [12]. Queste sfide richiedono studi prospettici su larga scala con dati clinici diretti, non ipotesi costruite su percezioni genitoriali non verificate.
Cosa sappiamo e cosa non sappiamo
Sappiamo che:
- L’ipotesi del contagio sociale non è supportata da studi peer-reviewed basati su dati clinici o campioni rappresentativi [5][6].
- La ROGD non è una diagnosi riconosciuta da alcuna organizzazione medica o psicologica principale [7][11].
- Lo studio di Littman (2018) presentava problemi metodologici gravi riconosciuti dalla stessa rivista che lo ha pubblicato [2][3].
- I dati del CDC su oltre 100.000 adolescenti non mostrano i pattern previsti dalla teoria del contagio sociale [5].
- I dati clinici canadesi su adolescenti trans non supportano l’esistenza di un percorso “a insorgenza rapida” distinto [6].
- L’aumento della visibilità trans è coerente con la riduzione dello stigma, come dimostrato dal precedente storico del mancinismo e di altre caratteristiche minoritarie [10].
- Oltre 60 organizzazioni scientifiche e mediche hanno chiesto l’eliminazione della ROGD dall’uso clinico [7].
Non sappiamo ancora completamente:
- I meccanismi biologici specifici alla base dell’identità di genere, sebbene le evidenze di una componente biologica siano forti [8].
- Come ottimizzare i percorsi clinici per gli adolescenti con disforia di genere [12].
- Il tasso esatto di persistenza e desistenza in campioni ampi e diversificati.
L’esistenza di domande aperte non giustifica l’adozione di ipotesi non supportate. In medicina e in scienza, “non sappiamo ancora tutto” non equivale a “qualsiasi ipotesi è ugualmente valida”.
L’impatto reale della narrazione del contagio
La teoria del contagio sociale non è solo un’ipotesi scientifica sbagliata. Ha conseguenze reali sulla vita delle persone transgender, in particolare dei giovani.
Quando genitori, insegnanti o legislatori credono che l’identità di genere di un giovane sia il risultato di una “moda” o di un “contagio”, le risposte sono prevedibili: negazione dell’identità, ritardo nell’accesso alle cure, tentativi di “correzione”, isolamento sociale forzato. Queste risposte, ben documentate nella letteratura sulla salute mentale delle persone trans, sono associate a esiti negativi significativi — inclusi depressione, ansia e ideazione suicidaria.
La posta in gioco non è accademica. Dietro le statistiche ci sono persone reali — adolescenti che cercano di capire chi sono, in un mondo che troppo spesso preferisce spiegare la loro esistenza come un errore, una moda o un contagio, piuttosto che ascoltarli.
Una sintesi delle evidenze
La teoria del contagio sociale trans e la ROGD non hanno superato il vaglio scientifico. Lo studio originale era basato su un campione distorto [3], non includeva dati dai diretti interessati [3], e le sue conclusioni sono state corrette dalla stessa rivista che le ha pubblicate [2]. Gli studi successivi, condotti su campioni ampi e con dati clinici diretti, non hanno trovato evidenze di contagio sociale [5][6]. Le principali organizzazioni mediche e psicologiche del mondo rifiutano il concetto [7][8][9][11].
L’aumento della visibilità delle persone trans non è il segno di un’epidemia. È il segno di una società che, lentamente e in modo diseguale, sta imparando a riconoscere la diversità che è sempre esistita [10]. Come per i mancini, come per le persone gay e lesbiche, la domanda non è “perché ce ne sono di più?” ma “perché prima non potevano essere visibili?”
La scienza non ha tutte le risposte. Ma sulle domande fondamentali — l’identità di genere si può contagiare? la ROGD è un fenomeno clinico reale? — la risposta delle evidenze è chiara. No.