Detransizione: cosa dicono davvero i dati

La detransizione è uno dei temi più strumentalizzati nel dibattito pubblico sulle persone transgender. Viene citata come prova che “troppe persone si pentono”, che “i medici non fanno abbastanza controlli”, che “i giovani vengono spinti a transizionare”. Ma cosa dicono davvero i dati? E cosa si nasconde dietro le statistiche che vengono usate per giustificare restrizioni all’accesso alle cure?
Questo articolo presenta le evidenze disponibili, con le loro sfumature e i loro limiti. Non per minimizzare le esperienze di chi detransiziona — che sono reali, valide e meritano attenzione — ma per separare i fatti dalle narrazioni.
Tre concetti diversi: detransizione, desistenza e rimpianto
Il primo problema nel discutere di detransizione è che tre fenomeni distinti vengono regolarmente confusi, sia nei media che in parte della letteratura scientifica. Una revisione critica del 2023 pubblicata su Archives of Sexual Behavior identifica questo come uno dei problemi metodologici principali della ricerca in questo campo [9].
Desistenza indica la risoluzione spontanea della disforia di genere, tipicamente durante la pubertà, prima di qualsiasi intervento medico. Si applica a bambini e bambine la cui incongruenza di genere non persiste nell’adolescenza. Non comporta alcuna “inversione” di trattamenti perché nessun trattamento è stato iniziato.
Detransizione indica l’interruzione o l’inversione — parziale o totale — di una transizione già avviata. Può riguardare aspetti sociali (tornare ai pronomi precedenti), medici (interrompere la terapia ormonale) o chirurgici. La detransizione può essere temporanea o permanente, e non implica necessariamente rimpianto.
Rimpianto è un’emozione negativa legata alla percezione di aver fatto una scelta sbagliata. Si può provare rimpianto senza detransizionare (per esempio, per una complicazione chirurgica), e si può detransizionare senza rimpianto (per esempio, per ragioni di sicurezza personale).
Questa distinzione non è un dettaglio accademico: confondere i tre concetti porta a sovrastimare drasticamente il numero di persone che “si pentono” della transizione [9][12].
I tassi reali: cosa dicono le revisioni sistematiche
Chirurgia di affermazione di genere
La meta-analisi di Bustos et al. (2021), pubblicata su Plastic and Reconstructive Surgery — Global Open, ha analizzato 27 studi su 7.928 pazienti transgender che hanno subito interventi chirurgici di affermazione di genere. Il tasso complessivo di rimpianto è risultato dell’1% (intervallo di confidenza al 95%: inferiore all’1% — 2%) [1].
Lo studio di coorte di Amsterdam (Wiepjes et al., 2018), che ha seguito 6.793 persone tra il 1972 e il 2015, ha riportato tassi di rimpianto dopo gonadectomia dello 0,6% per le donne trans e dello 0,3% per gli uomini trans [3]. Il tempo medio alla comparsa del rimpianto era di 10,8 anni, il che suggerisce la necessità di follow-up molto lunghi [3].
Un articolo pubblicato su JAMA Surgery nel 2024 conferma che il rimpianto post-operatorio nelle persone transgender e gender diverse rimane raro, sebbene gli autori raccomandino studi con follow-up più estesi e strumenti di valutazione standardizzati [11].
Terapia ormonale
La revisione sistematica di Feigerlova (2024), pubblicata su The Journal of Sexual Medicine, ha analizzato 15 studi osservazionali su oltre 7.000 partecipanti, stratificando i tassi per tipo di intervento [5]:
- Cambiamento di intenzione prima di iniziare il trattamento: 0,8%—7,4%
- Interruzione dei bloccanti della pubertà: 1%—7,6%, ma solo l’1%—3,8% per ragioni legate a un cambio di identità
- Interruzione della terapia ormonale: 1,6%—9,8%, ma anche qui la maggioranza non interrompe per dubbi identitari
Il dato cruciale: quando si distingue tra chi interrompe il trattamento per ragioni logistiche, economiche o di salute e chi lo fa perché non si identifica più come transgender, i numeri si riducono drasticamente [5].
Il problema metodologico
Una revisione critica della letteratura del 2024 evidenzia che molti studi sul rimpianto soffrono di follow-up insufficienti e alti tassi di abbandono, che compromettono l’affidabilità dei dati [12]. Il rimpianto chirurgico può impiegare in media 8 anni a manifestarsi [3], mentre molti studi seguono i pazienti per periodi molto più brevi. Questo è un limite reale che la ricerca deve affrontare, e che vale la pena riconoscere onestamente.
Perché le persone detransizionano
Questo è forse il punto più importante e più frainteso dell’intero dibattito.
I dati del US Transgender Survey
Lo studio di Turban et al. (2021), pubblicato su LGBT Health, ha analizzato i dati di 17.151 partecipanti della US Transgender Survey che avevano intrapreso una qualche forma di affermazione di genere. Di questi, il 13,1% ha riportato una storia di detransizione. Ma il dato chiave è un altro: l’82,5% di chi ha detransizionato ha attribuito la propria scelta ad almeno un fattore esterno [2].
Le motivazioni più frequenti [2]:
- Pressione da parte dei genitori: 35,5%
- Pressione dalla comunità o stigma sociale: 32,5%
- Difficoltà a trovare lavoro: 26,8%
- Pressione da professionisti sanitari: 5,6%
- Pressione da leader religiosi: 5,3%
Solo il 2,4% ha attribuito la detransizione a dubbi sulla propria identità di genere, e solo il 10,4% a fluttuazioni nell’identità o nel desiderio di transizionare [2].
In altre parole: la maggior parte delle detransizioni documentate non racconta di persone che “hanno scoperto di non essere trans”. Racconta di persone trans che hanno dovuto arrendersi a un ambiente ostile.
Lo studio di Vandenbussche
Lo studio di Vandenbussche (2021) ha adottato un approccio diverso, reclutando 237 persone da comunità online di detransizionati. I risultati mostrano un quadro più complesso, con motivazioni più frequentemente interne: il 71% ha dichiarato di aver realizzato che la disforia era legata ad altri problemi, il 62% ha citato preoccupazioni di salute, il 50% ha detto che la transizione non aveva aiutato con la disforia [6].
Questo studio è importante e le esperienze che documenta sono reali. Tuttavia, il suo design (reclutamento da comunità di detransizionati online) crea un campione non rappresentativo della popolazione trans nel suo complesso [6]. Non contraddice i dati di Turban — li completa, mostrando che all’interno del gruppo relativamente piccolo di chi detransiziona, le esperienze sono diverse e sfaccettate.
Una sintesi onesta
La letteratura nel suo complesso suggerisce che le cause della detransizione si distribuiscono lungo uno spettro: a un estremo, pressioni esterne su persone che si identificano ancora come transgender; all’altro, un genuino cambiamento nella comprensione della propria identità [8]. Entrambe le esperienze esistono. Ma i dati indicano che la prima è più frequente della seconda [2], e che la narrazione dominante nei media inverte questa proporzione.
La retransizione: il dato che manca dal dibattito
Un fenomeno raramente menzionato quando si parla di detransizione è la retransizione: molte persone che detransizionano riprendono successivamente il percorso di transizione.
La US Transgender Survey riporta che il 62% delle persone che avevano detransizionato viveva nuovamente come transgender al momento del sondaggio [2]. Questo dato, da solo, trasforma radicalmente l’interpretazione delle statistiche sulla detransizione: la maggioranza delle “detransizioni” si rivela temporanea.
Lo studio longitudinale di Olson et al. (2022), pubblicato su Pediatrics, ha seguito 317 giovani transgender per 5 anni dopo la transizione sociale. Il 7,3% ha avuto almeno un episodio di retransizione, ma alla fine del periodo di osservazione il 94% si identificava ancora come transgender binario, il 3,5% come non binario, e solo il 2,5% come cisgender [4].
Irwig (2022), nel Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, sottolinea che molte persone che detransizionano lo fanno temporaneamente e successivamente riprendono il percorso, una volta che le condizioni esterne migliorano [8]. Questo pattern è coerente con i dati sulle cause: se la detransizione è causata da pressioni esterne, ha senso che venga invertita quando quelle pressioni diminuiscono.
Il confronto con altri interventi medici
Un argomento frequente nel dibattito è che “troppe persone si pentono” della chirurgia di affermazione di genere. Ma “troppo” rispetto a cosa?
La revisione sistematica di Boyd et al. (2024), pubblicata su The American Journal of Surgery, ha confrontato i tassi di rimpianto tra specialità chirurgiche diverse [7]. I risultati:
| Intervento | Tasso di rimpianto |
|---|---|
| Chirurgia di affermazione di genere | ~1% |
| Ricostruzione mammaria | 0—47,1% |
| Aumento del seno | 5,1—9,1% |
| Chirurgia bariatrica | 2—14% |
| Protesi al ginocchio | ~17% |
| Chirurgia alla schiena | fino al 21% |
Il rimpianto dopo chirurgia di affermazione di genere risulta tra i più bassi in medicina [7]. Nessuna di queste altre procedure è oggetto di campagne per limitarne l’accesso sulla base dei tassi di rimpianto. Questo non significa che il rimpianto trans non conti — significa che lo standard applicato è visibilmente diverso.
La narrazione vs i dati
La detransizione è diventata un argomento centrale nel discorso politico anti-trans. Le storie individuali di detransizione vengono amplificate e presentate come rappresentative dell’esperienza trans nel suo complesso, nonostante i dati mostrino che si tratta di una minoranza.
Questo non è un fenomeno neutro. Come osserva Hildebrand-Chupp (2020), le narrazioni sulla detransizione vengono spesso utilizzate come “canarini nella miniera” per giustificare restrizioni all’accesso alle cure per tutte le persone trans [10]. L’argomento implicito è: “se qualcuno si pente, allora nessuno dovrebbe avere accesso”.
Ma questa logica non viene applicata ad altri ambiti medici. Non si propone di vietare le protesi al ginocchio perché il 17% dei pazienti prova rimpianto. Non si limita l’accesso alla chirurgia bariatrica perché fino al 14% dei pazienti ne è insoddisfatto [7]. Il doppio standard è evidente, e suggerisce che la preoccupazione reale non sia il benessere dei pazienti, ma la legittimità dell’identità trans.
Roberts et al. (2024), nella loro revisione critica della letteratura, identificano tre problemi ricorrenti nella ricerca e nel discorso pubblico: equiparare detransizione e rimpianto, usare lo stesso termine per fenomeni diversi, e usare termini diversi in modo intercambiabile [12]. Tutti e tre contribuiscono a gonfiare artificialmente la percezione del “pentimento trans”.
Rispettare chi detransiziona
Nulla di quanto scritto sopra intende minimizzare le esperienze delle persone che detransizionano. Queste esperienze sono reali, spesso dolorose, e meritano riconoscimento e supporto.
Lo studio di Vandenbussche (2021) documenta bisogni concreti: il 60% delle persone intervistate ha dichiarato di aver bisogno di supporto psicologico per gestire il rimpianto, e molte hanno riportato la necessità di assistenza medica per interrompere la terapia ormonale, gestire complicazioni chirurgiche o accedere a interventi di reversione [6]. Ma il dato più preoccupante è la mancanza di supporto: solo il 13% ha ricevuto aiuto da organizzazioni LGBT+ durante la detransizione, rispetto al 51% durante la transizione [6].
Questo è un problema reale che la comunità sanitaria e quella LGBT+ devono affrontare. Supportare le persone che detransizionano e supportare le persone trans non sono obiettivi in contraddizione. Il percorso di affermazione di genere ideale prevede una valutazione accurata, un supporto continuo e la disponibilità a riconoscere che i percorsi individuali possono essere non lineari.
Cosa fa la buona pratica clinica
Gli Standards of Care versione 8 della WPATH (2022) raccomandano una valutazione approfondita e individualizzata prima di qualsiasi intervento medico di affermazione di genere [14]. Questo include:
- Valutazione della disforia di genere e della sua persistenza
- Esplorazione dell’identità di genere nel tempo
- Valutazione di condizioni di salute mentale coesistenti
- Discussione delle aspettative realistiche
- Informazione sui rischi e sulle alternative
- Discussione delle opzioni di preservazione della fertilità
L’obiettivo non è creare barriere all’accesso, ma assicurare che ogni persona abbia le informazioni necessarie per prendere decisioni informate sul proprio corpo. La ricerca suggerisce che percorsi clinici strutturati sono associati a tassi di rimpianto molto bassi [1][3] — il che indica che il sistema, quando funziona, funziona bene.
Il problema, se mai, è l’accesso: lunghe liste d’attesa, mancanza di professionisti formati e barriere burocratiche costringono molte persone a percorsi meno strutturati, il che può aumentare il rischio di esiti insoddisfacenti. Ironia della sorte, le politiche restrittive che vengono giustificate con la preoccupazione per la detransizione spesso peggiorano le condizioni che la rendono più probabile [8].
I limiti della ricerca
La ricerca sulla detransizione ha limiti reali che è importante riconoscere [12]:
- Follow-up insufficienti: molti studi seguono i pazienti per periodi troppo brevi per catturare il rimpianto tardivo
- Alti tassi di perdita al follow-up: chi abbandona lo studio potrebbe avere esiti diversi da chi resta
- Mancanza di definizioni standardizzate: “detransizione” significa cose diverse in studi diversi
- Campioni non rappresentativi: sia gli studi su popolazione trans (che potrebbero sottostimare la detransizione) sia quelli reclutati da comunità di detransizionati (che non sono rappresentativi della popolazione trans) hanno limiti
- Assenza di strumenti validati: non esistono questionari standardizzati per misurare il rimpianto in questo contesto
Questi limiti non invalidano le conclusioni generali — il tasso di rimpianto è basso [1], la detransizione è spesso temporanea e causata da fattori esterni [2] — ma indicano che la ricerca deve continuare, con metodologie migliori e follow-up più lunghi.
Una prospettiva d’insieme
I dati disponibili raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. La detransizione esiste, ma è rara. Quando avviene, è più spesso causata da pressioni esterne che da un cambiamento dell’identità [2]. La maggioranza delle persone che detransizionano riprende successivamente il percorso [2]. Il rimpianto post-chirurgico trans è tra i più bassi in medicina [1][7]. E le persone che detransizionano meritano supporto, non strumentalizzazione [6].
Usare le esperienze di chi detransiziona per giustificare la negazione delle cure a tutte le persone trans non è un atto di protezione: è un atto di strumentalizzazione [10]. La risposta alla detransizione non è meno accesso, ma migliore accesso: percorsi clinici strutturati, professionisti formati, supporto continuo e la capacità di accompagnare ogni persona — qualunque direzione prenda il suo percorso.
I dati non chiedono di essere creduti. Chiedono di essere letti.
Approfondimenti
- Documentario The Detransition Diaries (2022)
- Libro Detransition, Baby (2021)