Quando un figlio è trans

Se siete qui, probabilmente vostro figlio o vostra figlia vi ha detto qualcosa che non vi aspettavate. Forse ha usato la parola “transgender”, forse ha espresso un disagio che non riuscite a decifrare, forse ha chiesto di essere chiamato con un nome diverso. Qualunque cosa stiate provando in questo momento — confusione, paura, dolore, persino rabbia — è una reazione umana. Non siete genitori sbagliati. Ma quello che farete da qui in avanti conta più di quanto possiate immaginare, e la scienza lo dimostra con dati molto chiari.
Questo articolo è scritto per voi. Non per convincervi di qualcosa, ma per darvi le informazioni che servono a prendere decisioni informate. Perché quando si tratta del benessere di un figlio, le opinioni non bastano: servono i dati.
La vostra reazione è il fattore più importante
Non la scuola, non gli amici, non i social media. La ricerca scientifica ha dimostrato che il modo in cui la famiglia reagisce è il singolo fattore più determinante per la salute mentale di un giovane transgender [1][2]. Questo non è un parere: è il risultato di oltre quindici anni di studi.
Il Family Acceptance Project
Il programma di ricerca più influente su questo tema è il Family Acceptance Project, condotto dalla dottoressa Caitlin Ryan alla San Francisco State University. I risultati, pubblicati a partire dal 2009, hanno ridefinito il modo in cui la comunità scientifica comprende il ruolo delle famiglie [2].
I giovani LGBT che hanno riportato livelli elevati di rifiuto familiare durante l’adolescenza, rispetto ai coetanei con famiglie accettanti, risultavano [2]:
- 8,4 volte più a rischio di tentativo di suicidio
- 5,9 volte più a rischio di depressione grave
- 3,4 volte più a rischio di uso di sostanze illegali
Al contrario, i giovani con famiglie accettanti mostravano livelli significativamente più alti di autostima, supporto sociale e salute generale, con una protezione marcata contro depressione e ideazione suicidaria [1].
Conferme successive
Questi risultati non sono isolati. L’indagine nazionale del Trevor Project del 2022, condotta su quasi 34.000 giovani LGBTQ negli Stati Uniti, ha confermato lo stesso pattern: i giovani che vivevano in un contesto familiare accettante riportavano tassi significativamente inferiori di tentativi di suicidio rispetto a quelli senza supporto familiare [10]. Uno studio di coorte pubblicato su JAMA Network Open nel 2022 (Tordoff et al.) ha seguito giovani transgender tra i 13 e i 20 anni, riscontrando che l’accesso a cure di affermazione di genere era associato a una riduzione del 60% della depressione moderata o grave e del 73% dell’ideazione suicidaria [9].
Cosa significa questo per voi, concretamente
Questi numeri non vogliono spaventarvi e non intendono colpevolizzarvi. Molti genitori attraversano un periodo di shock e confusione: è normale, è umano. Il punto è un altro: la direzione in cui vi muovete dopo quel momento iniziale ha conseguenze misurabili. Non si tratta di essere perfetti dal primo giorno. Si tratta di non chiudere la porta.
La frase più importante che potete dire a vostro figlio, oggi, è questa: “Non capisco tutto, ma ti voglio bene e voglio capire.”
Prima di tutto: ascoltare
Il primo impulso di molti genitori è cercare di risolvere, di spiegare, di trovare una causa. Ma la cosa più utile che potete fare subito non è parlare: è ascoltare.
Vostro figlio vi ha probabilmente rivelato qualcosa su cui riflette da molto tempo. Per molti giovani transgender, il periodo tra la consapevolezza interiore e il momento in cui ne parlano alla famiglia dura mesi, a volte anni. Quello che per voi è un momento improvviso, per vostro figlio è il culmine di un percorso lungo e spesso solitario.
Ascoltare significa:
- Lasciare parlare senza interrompere. Non è il momento di porre condizioni o di esprimere dubbi. Quelli verranno dopo, quando avrete avuto il tempo di informarvi.
- Fare domande genuine. “Come ti senti?”, “Da quanto tempo ci pensi?”, “Come posso aiutarti?” sono domande che aprono, non che chiudono.
- Non minimizzare. Frasi come “è solo una fase”, “lo fai per attenzione” o “sei troppo piccolo per saperlo” comunicano rifiuto, anche quando l’intenzione è protettiva. La ricerca del Family Acceptance Project identifica la minimizzazione tra i comportamenti familiari più dannosi per la salute mentale dei giovani [2].
- Non far finta di niente. Anche il silenzio è una risposta, e il silenzio dice: “non voglio saperne”. Un giovane che percepisce il disinteresse della famiglia è un giovane più solo.
“Ma non è troppo piccolo per saperlo?”
Questa è la domanda che quasi ogni genitore si pone. La risposta della scienza è articolata, ma chiara.
L’identità di genere si forma presto
La ricerca sullo sviluppo dell’identità di genere mostra che la maggior parte dei bambini ha una percezione stabile del proprio genere intorno ai 3-5 anni. Uno studio del 2017 pubblicato su Child Development (Fast e Olson) ha esaminato bambini transgender in età prescolare che avevano effettuato una transizione sociale: questi bambini mostravano preferenze e comportamenti di genere indistinguibili da quelli dei coetanei cisgender dello stesso genere. Non stavano “imitando” nessuno: esprimevano un senso di sé coerente e profondo.
I bambini supportati stanno bene
Lo studio più importante su questo tema è quello di Olson, Durwood e McLaughlin, pubblicato su Pediatrics nel 2016 [3]. I ricercatori hanno esaminato 73 bambini transgender tra i 3 e i 12 anni che avevano effettuato una transizione sociale con il supporto delle famiglie. I risultati: questi bambini presentavano livelli di depressione nella norma (un punteggio medio di 50,1, praticamente identico alla media nazionale di 50) e livelli di ansia solo minimamente elevati (54,2 contro una media di 50) [3]. Studi precedenti su bambini con disforia di genere che non ricevevano supporto riportavano tassi molto più alti di sofferenza psicologica.
La persistenza è alta
Un dato che molti genitori temono: “e se cambiasse idea?“. Lo studio longitudinale di Olson e colleghi, pubblicato su Pediatrics nel 2022, ha seguito 317 bambini transgender per cinque anni dopo la transizione sociale [4]. I risultati: il 94% continuava a identificarsi con il genere affermato, il 3,5% si identificava come non-binario e solo il 2,5% era tornato a identificarsi con il genere assegnato alla nascita [4]. La persistenza è la regola, non l’eccezione — specialmente quando l’identità è espressa in modo consistente e sostenuto nel tempo.
Cosa non significa
Questo non significa che ogni bambino che gioca con giocattoli associati all’altro genere o che sfida le norme di genere sia transgender. L’esplorazione di genere è normale e sana. Ma quando un bambino esprime in modo persistente, insistente e consistente un’identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita, la risposta scientificamente supportata è l’ascolto e il supporto, non la repressione [7].
Cosa NON fare: le terapie di conversione
Alcuni genitori, spinti dalla paura, cercano professionisti che promettono di “correggere” l’identità di genere del figlio. Queste pratiche, note come terapie di conversione o terapie riparative, sono state condannate da ogni principale organizzazione medica e psicologica al mondo — dall’American Medical Association all’American Psychological Association, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla Endocrine Society.
La ragione è semplice: non funzionano, e fanno danni gravi.
I dati sui danni
Uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry nel 2020 (Turban et al.) ha analizzato i dati di oltre 27.000 adulti transgender [8]. Chi aveva subito tentativi di conversione dell’identità di genere durante la vita aveva una probabilità 2,27 volte maggiore di aver tentato il suicidio. Per chi era stato esposto prima dei 10 anni, il rischio di tentativo di suicidio saliva a 4,15 volte rispetto a chi non aveva subito queste pratiche [8]. Non c’era differenza tra terapie condotte da professionisti laici e quelle condotte da figure religiose: il danno derivava dalla pratica in sé.
Uno studio del 2022 pubblicato su JAMA Pediatrics ha stimato che le conseguenze a lungo termine delle terapie di conversione — depressione, ansia, abuso di sostanze, suicidalità — costano in media 83.366 dollari per persona in termini di salute [14].
Perché sono dannose
Le terapie di conversione comunicano al giovane un messaggio: c’è qualcosa di sbagliato in te che va corretto. Questo messaggio non “aggiusta” l’identità di genere — che, come dimostrano le neuroscienze, ha basi biologiche e non è modificabile dall’esterno. Quello che fa è distruggere la fiducia nel genitore, generare vergogna e interiorizzare il rifiuto. È il meccanismo opposto a quello che protegge: l’accettazione familiare.
In Italia non esiste ancora una legge nazionale che vieti esplicitamente le terapie di conversione, ma le linee guida dell’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e i protocolli dei centri italiani seguono gli standard WPATH, che le condannano esplicitamente [6].
Trovare un professionista: come e dove
Cercare aiuto professionale non significa cercare qualcuno che “curi” vostro figlio. Significa trovare un esperto che possa supportare sia il giovane sia voi nel comprendere e accompagnare il percorso.
Cosa cercare
Un buon professionista in questo ambito:
- Ha esperienza specifica con l’identità di genere, non solo con questioni LGBT in generale. L’identità di genere e l’orientamento sessuale sono dimensioni diverse.
- Non ha un’agenda. Non vuole convincere vostro figlio di essere trans né convincerlo di non esserlo. Il suo ruolo è esplorare, non decidere.
- Lavora con tutta la famiglia. I migliori percorsi includono il supporto ai genitori, non solo al giovane. Voi meritate di essere accompagnati quanto vostro figlio.
- Segue le linee guida internazionali (WPATH Standards of Care versione 8 [6], linee guida della Endocrine Society [11], policy statement dell’American Academy of Pediatrics [7]).
Dove trovarlo in Italia
- ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) — Coordina i professionisti e i centri italiani specializzati, inclusa una Commissione Minorenni attiva dal 2012. I centri ONIG seguono gli standard WPATH. Sito: onig.it
- Infotrans.it — Il primo portale istituzionale europeo dedicato alle persone transgender, sviluppato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’UNAR [13]. Contiene una mappa dei servizi sul territorio. Sito: infotrans.it
- Il medico di base può rappresentare un primo punto di accesso per un orientamento, anche se non tutti i medici di medicina generale hanno formazione specifica su questi temi.
La scuola: cosa fare e cosa no
La scuola è una delle prime preoccupazioni dei genitori. Come gestire la situazione? Chi deve sapere? Come proteggere vostro figlio?
La decisione è della famiglia e del giovane
In Italia non esiste un obbligo di comunicare l’identità di genere di un alunno alla scuola. La decisione spetta alla famiglia e al giovane, e va presa insieme, rispettando i tempi di entrambi.
L’identità alias
Molte scuole e tutte le principali università italiane hanno introdotto la cosiddetta “identità alias” o “carriera alias”: un accordo di riservatezza che consente allo studente di utilizzare il nome scelto nei registri interni, nelle comunicazioni e nelle email istituzionali, prima della rettifica anagrafica ufficiale. Non è una soluzione perfetta, ma è uno strumento concreto di tutela.
Come parlare con la scuola
Se decidete di informare la scuola, alcuni suggerimenti pratici:
- Chiedete un incontro riservato con il dirigente scolastico e il coordinatore di classe.
- Portate informazioni. Non tutti gli insegnanti conoscono il tema. Un documento breve e chiaro può fare la differenza.
- Concordate insieme l’uso del nome preferito, dei pronomi e la gestione degli spazi (bagni, spogliatoi).
- Stabilite un referente — una persona nella scuola a cui vostro figlio possa rivolgersi in caso di difficoltà.
- Preparatevi al bullismo. Non perché sia inevitabile, ma perché la prevenzione è più efficace della reazione. I dati di GLSEN mostrano che la presenza di politiche scolastiche inclusive e di personale formato riduce significativamente gli episodi di molestie.
Proteggere senza isolare
Una tentazione comprensibile è tenere tutto segreto per proteggere vostro figlio. Ma la ricerca mostra che l’isolamento è tra i fattori di rischio più documentati per la salute mentale dei giovani transgender [1][2]. La protezione non è il silenzio: è creare intorno al giovane una rete di persone informate e sicure.
Gli aspetti medici: niente panico
Una delle fonti principali di ansia per i genitori riguarda gli interventi medici. La disinformazione su questo tema è aggressiva e diffusa. Ecco cosa prevedono effettivamente le linee guida internazionali — WPATH Standards of Care versione 8 (2022) [6], linee guida della Endocrine Society (2017) [11], policy statement dell’American Academy of Pediatrics (2018) [7].
Prima della pubertà: nessun intervento medico
Per i bambini pre-puberi non è previsto alcun intervento farmacologico [6][7][11]. Niente farmaci, niente ormoni, niente chirurgia. L’approccio è esclusivamente psicosociale: ascolto, supporto psicologico e, se la famiglia e il bambino lo desiderano, transizione sociale — cioè l’uso del nome e dei pronomi preferiti, la scelta dell’abbigliamento, il modo di presentarsi. La transizione sociale è completamente reversibile in qualsiasi momento.
I bloccanti della pubertà: cosa sono davvero
Quando inizia lo sviluppo puberale, le linee guida prevedono la possibilità di utilizzare agonisti del GnRH per sospendere temporaneamente la pubertà [11]. Questi farmaci vengono usati da oltre 40 anni in endocrinologia pediatrica per trattare la pubertà precoce nei bambini cisgender. Non sono sperimentali.
Lo studio prospettico di de Vries e colleghi, pubblicato nel 2011 su The Journal of Sexual Medicine, ha seguito 70 adolescenti durante il trattamento con bloccanti della pubertà: i problemi comportamentali ed emotivi diminuivano e il funzionamento generale migliorava significativamente [12]. Uno studio successivo dello stesso gruppo (de Vries et al., 2014, Pediatrics) ha confermato il miglioramento del funzionamento psicologico a lungo termine [5].
Un punto cruciale: i bloccanti sono reversibili. Quando il trattamento viene interrotto, la pubertà riprende il suo corso. Lo scopo non è “cambiare” nulla: è dare tempo al giovane per maturare, per essere seguito da un’equipe multidisciplinare e per prendere eventuali decisioni future con maggiore consapevolezza.
Ormoni: non prima dell’adolescenza
La terapia ormonale (testosterone o estrogeni) viene considerata solo dopo una valutazione approfondita da parte di un’equipe che include endocrinologi, psicologi e psichiatri [11]. Le linee guida della Endocrine Society indicano che la maggior parte degli adolescenti ha la capacità di dare un consenso informato intorno ai 16 anni [11]. Questo trattamento ha effetti parzialmente irreversibili e viene introdotto con gradualità.
Chirurgia: non sui minori
Gli interventi chirurgici di affermazione di genere non vengono eseguiti su minori secondo le principali linee guida internazionali [6][11]. L’affermazione che “operano i bambini” non ha riscontro nella pratica clinica né nei protocolli esistenti.
Il percorso è graduale
Ogni passaggio — dalla transizione sociale ai bloccanti, dagli ormoni alla chirurgia — rappresenta un gradino separato, valutato individualmente con la famiglia e il giovane [6]. Nessuno spinge nessuno verso nessun trattamento. L’obiettivo è trovare il percorso giusto per quella persona specifica, con tutta la cautela e il tempo necessari.
Quello che provate voi conta: il supporto per i genitori
Non esiste un genitore che riceva la notizia senza provare qualcosa di forte. Molti descrivono un senso di lutto — non per il figlio, ma per l’immagine del figlio che avevano costruito nella propria mente. Altri provano paura per il futuro, preoccupazione per la discriminazione, confusione sulla propria identità di genitori.
Questi sentimenti sono legittimi. La differenza è cosa ne fate.
Cercate il vostro spazio
Vostro figlio ha bisogno del vostro supporto, ma non è il vostro terapeuta. Le emozioni che provate vanno elaborate altrove: con un professionista, con altri genitori che hanno vissuto la stessa esperienza, con un amico fidato. Questo non è egoismo: è la condizione necessaria per poter essere presenti per vostro figlio.
AGEDO: genitori che capiscono
AGEDO (Associazione di Genitori, Parenti e Amici di persone LGBT+) è l’associazione di riferimento in Italia per le famiglie. Fondata nel 1992, ha 37 sedi territoriali in tutta Italia e offre gruppi di ascolto, supporto tra pari e accompagnamento. In AGEDO troverete altri genitori che sono passati esattamente dove siete ora — e che possono dirvi, per esperienza diretta, che il percorso è possibile. Sito: agedonazionale.org
GenderLens: per le famiglie di minori
GenderLens è un’associazione nata da un collettivo di genitori italiani con figli transgender in età evolutiva. Offre incontri online, consulenze private, risorse educative e formazione per professionisti e scuole. Il loro approccio è affermativo e centrato sul benessere del minore e della famiglia. Sito: genderlens.org
Non siete soli
Quando vi sembra che nessuno possa capire, ricordate: migliaia di famiglie italiane hanno attraversato questo percorso. Alcune all’inizio hanno reagito male, hanno detto cose di cui poi si sono pentite, hanno avuto bisogno di tempo. Quello che le accomuna è che hanno scelto, a un certo punto, di mettere l’amore per il proprio figlio davanti alla paura. E i dati mostrano che quella scelta ha conseguenze concrete e misurabili sul benessere dei loro figli [1][2].
Quello che potete fare oggi: una lista pratica
La ricerca del Family Acceptance Project ha identificato comportamenti familiari specifici associati a migliori esiti di salute [1][2]. Non sono gesti grandiosi. Sono pratiche quotidiane.
Da fare
- Usate il nome e i pronomi che vostro figlio vi chiede. È il gesto più basilare e uno dei più significativi. Non è necessario “capire” per rispettare.
- Dite a vostro figlio che lo amate. Sembra scontato, ma per un giovane trans che ha appena fatto coming out, sentire “ti voglio bene comunque” è una ancora di salvezza.
- Informatevi. Leggete, consultate fonti scientifiche, parlate con professionisti. L’ignoranza non è una colpa, ma restare nell’ignoranza è una scelta.
- Cercate un professionista esperto in identità di genere, per vostro figlio e per voi.
- Non isolate vostro figlio. Permettetegli di frequentare spazi sicuri, gruppi di pari, associazioni.
- Difendete vostro figlio. Quando subisce discriminazione a scuola, in famiglia allargata o altrove, la vostra presenza attiva è un fattore protettivo potente.
Da non fare
- Non tentate di “correggere” l’identità di genere. Le terapie di conversione fanno danni documentati e non cambiano l’identità di nessuno [8].
- Non minimizzate. “È solo una fase” comunica rifiuto, anche quando l’intenzione è protettiva [2].
- Non imponete il silenzio. Chiedere a un figlio di “non dirlo a nessuno” equivale a dirgli che la sua identità è qualcosa di cui vergognarsi.
- Non cercate colpe. L’identità di genere ha basi biologiche e non è causata dall’educazione, dai social media o dalle amicizie. Non è colpa vostra, e non è colpa di nessuno.
- Non prendete decisioni affrettate. Non serve decidere tutto oggi. Serve solo far sapere a vostro figlio che siete dalla sua parte.
Risorse in Italia
Servizi istituzionali
- Infotrans.it — Portale dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’UNAR con informazioni su percorsi di salute, diritti e una mappa dei servizi sul territorio [13]. Sito: infotrans.it
- ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) — Raccoglie i professionisti e i centri specializzati, con una Commissione Minorenni attiva dal 2012. Sito: onig.it
Associazioni per le famiglie
- AGEDO — Associazione di genitori, parenti e amici di persone LGBT+, con 37 sedi in tutta Italia. Gruppi di ascolto, supporto tra pari, accompagnamento. Sito: agedonazionale.org
- GenderLens — Associazione di genitori con risorse specifiche per famiglie di minori trans. Incontri online, consulenze, formazione. Sito: genderlens.org
Numeri utili
- Gay Help Line: 800 713 713 — Numero verde nazionale contro omofobia e transfobia, attivo dal lunedì al sabato (16:00-20:00). Gratuito da fisso e mobile.
- Telefono Amico Italia: 02 2327 2327 — Attivo ogni giorno (9:00-00:00), offre ascolto e supporto.
Il percorso è lungo, ma non siete soli
Non esiste un genitore che abbia tutte le risposte il primo giorno. La scienza non chiede perfezione: chiede presenza. Chiede la disponibilità ad ascoltare, a informarsi e a mettere in discussione le proprie assunzioni quando i dati indicano una direzione diversa da quella attesa.
Vostro figlio non è “sbagliato”. Non ha bisogno di essere “aggiustato”. Ha bisogno di sapere che la sua famiglia è il posto più sicuro del mondo — anche quando il mondo fuori non lo è. I dati mostrano che questa sicurezza, questo senso di appartenenza e accettazione, è la differenza tra un giovane che soffre e un giovane che fiorisce [1][2].
La cosa più coraggiosa che potete fare come genitori non è avere tutte le risposte. È dire: “Non le ho, ma le cercherò insieme a te.”