Le ultime ricerche sull'identità di genere (2022-2026)

La ricerca scientifica sull’identità di genere ha conosciuto un’accelerazione significativa nell’ultimo quinquennio. Nuove tecnologie di neuroimaging, studi genomici su larga scala, meta-analisi sulla terapia ormonale e indagini longitudinali sulla persistenza dell’identità di genere in giovani e adolescenti stanno ridisegnando il panorama delle conoscenze disponibili. Questo articolo offre una panoramica delle principali evidenze pubblicate tra il 2022 e il 2026, presentando i dati nella loro complessità e lasciando al lettore la possibilità di valutarne le implicazioni.
Nuovi studi di neuroimaging
La mega-analisi ENIGMA e il “fenotipo cerebrale” transgender
Uno degli studi strutturali più ampi mai condotti su persone transgender è la mega-analisi dell’ENIGMA Transgender Persons Working Group, pubblicata sul Journal of Sexual Medicine (Mueller et al., 2021) [1]. Lo studio ha raccolto dati di risonanza magnetica strutturale da 803 individui non trattati ormonalmente: 214 uomini transgender, 172 donne transgender, 221 uomini cisgender e 196 donne cisgender. I risultati hanno evidenziato differenze significative nei volumi (sotto)corticali e nell’area di superficie cerebrale tra persone transgender e cisgender, ma non nello spessore corticale [1]. L’aspetto più rilevante è che i pattern osservati non si posizionavano semplicemente lungo un continuum maschio-femmina: le persone transgender sembravano presentare un fenotipo cerebrale unico, non riducibile a uno spostamento verso l’uno o l’altro polo del dimorfismo sessuale [1].
La coorte di Amsterdam: neuroimaging in bambini e adolescenti
Nel 2024, una serie di studi condotti sulla coorte di Amsterdam ha esaminato le caratteristiche neurobiologiche di bambini e adolescenti con incongruenza di genere attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI) e imaging con tensore di diffusione (DTI) [2]. I risultati hanno fornito alcune evidenze a favore dell’ipotesi della differenziazione sessuale a livello funzionale, ovvero l’idea che il cervello delle persone transgender si sviluppi in modo più coerente con il genere percepito che con il sesso assegnato alla nascita [2]. Tuttavia, a livello strutturale, le evidenze erano meno chiare. Gli autori hanno anche osservato firme neurali specifiche nelle persone transgender, suggerendo che queste possano rappresentare un fenotipo cerebrale distinto piuttosto che una semplice variazione lungo lo spettro maschio-femmina [2].
Connettività funzionale e uomini trans
Uno studio pilota pubblicato nel 2024 sul Journal of Clinical Medicine ha utilizzato la fMRI a riposo (resting-state) per confrontare la connettività funzionale di 19 uomini trans con diagnosi di disforia di genere, 11 uomini cisgender e 12 donne cisgender [3]. Lo studio ha identificato differenze specifiche nella connettività tra i tre gruppi, confermando l’ipotesi che gli uomini trans presentino pattern di attività cerebrale che non si sovrappongono completamente né con quelli degli uomini cisgender né con quelli delle donne cisgender [3]. Si tratta tuttavia di uno studio pilota con campione limitato, e i risultati necessitano di conferme su scala più ampia.
Effetti della terapia ormonale sul cervello
Una ricerca pubblicata nel 2025 su Frontiers in Neuroscience ha esaminato le differenze nei volumi dei sottocampi ippocampali tra uomini trans in trattamento con testosterone e donne cisgender. Il trattamento con testosterone risultava associato a un aumento del volume cerebrale totale, del volume di materia grigia e dello spessore corticale. Questi dati suggeriscono una significativa risposta neuroplastica alla terapia ormonale di affermazione di genere, ma pongono anche la questione di quanto le differenze osservate nel neuroimaging siano preesistenti al trattamento e quanto siano invece indotte dalla terapia stessa.
Genetica: GWAS e studi genomici
La revisione sistematica di Frontiers in Genetics (2023)
La prima revisione sistematica delle basi molecolari e genomiche della sessualità umana, pubblicata da Bragazzi e colleghi su Frontiers in Genetics nel 2023, ha esaminato studi di linkage genome-wide (GWL), studi di associazione genome-wide (GWAS), meta-analisi genome-wide (GWAMA) e studi di associazione transcriptome-wide (TWAS) [4]. La revisione ha confermato che il comportamento sessuale e l’identità di genere hanno un’architettura poligenica complessa, influenzata da molte varianti genetiche comuni, ciascuna con effetti molto piccoli ma cumulativi [4]. Lo studio GWAS più ampio, condotto da Ganna e colleghi nel 2019 su 492.664 genomi, aveva identificato cinque loci autosomici associati al comportamento sessuale con persone dello stesso sesso, con l’influenza genetica che spiegava tra l’8% e il 25% della varianza, insufficiente per predire il comportamento di un singolo individuo.
Studi sui gemelli: ereditabilità dell’identità di genere
Una revisione sistematica della letteratura sui gemelli, pubblicata su Behavior Genetics nel 2025, ha analizzato 16 studi che fornivano evidenze sia di contributi genetici sia ambientali all’identità di genere e ai comportamenti di genere [5]. Le stime di ereditabilità variavano considerevolmente, da 0,00 a 0,84 per l’identità di genere, con contributi ambientali non condivisi compresi tra 0,15 e 0,96 e contributi ambientali condivisi tra 0,00 e 0,70 [5]. Su un campione aggregato di 463 coppie di gemelli, i tassi di concordanza transgender erano del 21,2% per gemelli monozigoti e dell’8,7% per gemelli dizigoti, con rapporti di rischio relativo stimati rispettivamente di 21,2 e 8,7 (assumendo una prevalenza dell’1%) [5]. Questi dati suggeriscono un contributo genetico sostanziale alla diversità di genere, pur confermando l’importanza dei fattori ambientali.
Sequenziamento dell’esoma e varianti rare
Studi di sequenziamento dell’esoma intero (whole exome sequencing) condotti su coorti di individui transgender hanno identificato varianti rare in geni associati a percorsi coinvolti nella differenziazione sessuale del cervello e nella via degli estrogeni e del recettore degli estrogeni. Questi risultati, pur essendo preliminari e ottenuti su campioni ridotti, aprono una linea di ricerca promettente sulle basi genetiche specifiche dell’identità di genere, distinte da quelle dell’orientamento sessuale.
Limiti della ricerca genetica
La ricerca genomica sull’identità di genere presenta limiti significativi. I campioni sono spesso piccoli, le definizioni fenotipiche variano tra gli studi e la maggior parte dei dati GWAS disponibili riguarda l’orientamento sessuale piuttosto che l’identità di genere in senso stretto [4]. La complessità dell’architettura genetica rende improbabile l’identificazione di un singolo “gene dell’identità di genere”, e i risultati attuali indicano piuttosto un’interazione multifattoriale tra genetica, epigenetica e ambiente [4][5].
Salute mentale: effetti della terapia ormonale
La revisione sistematica di Nature Human Behaviour (2023)
Una revisione sistematica pubblicata su Nature Human Behaviour da Baker e colleghi (2023) ha analizzato 46 articoli scientifici (6 qualitativi, 21 trasversali, 19 di coorte prospettica) sugli effetti della terapia ormonale di affermazione di genere (GAHT) sul funzionamento psicosociale delle persone transgender [6]. I risultati hanno mostrato che la GAHT era costantemente associata a una riduzione dei sintomi depressivi e del disagio psicologico [6]. Le evidenze sulla qualità della vita erano meno uniformi, con tendenze positive ma non sempre statisticamente significative. Sono emerse anche differenze tra la terapia mascolinizzante e quella femminilizzante: alcune evidenze suggerivano una maggiore espressione della rabbia (ma non della sua intensità) nelle persone in terapia con testosterone [6].
Lo studio LEGACY — JAMA Network Open (2025)
Lo studio di coorte LEGACY, pubblicato su JAMA Network Open nel marzo 2025, ha seguito 3.592 adulti transgender e gender-diverse in centri sanitari comunitari di Boston e New York per 48 mesi (2016-2019) [7]. Il 15,3% dei partecipanti presentava sintomi depressivi da moderati a gravi, valutati con il Patient Health Questionnaire. La GAHT è risultata associata a un rischio inferiore di sintomi depressivi da moderati a gravi nell’arco dei 48 mesi di follow-up [7]. Si tratta di uno degli studi longitudinali più ampi condotti in ambito di cure primarie per persone transgender.
Revisione del 2024 sugli esiti di salute mentale
Una revisione sistematica del 2024, pubblicata sull’International Journal of Transgender Health, ha identificato 29 studi (2.789 partecipanti totali) che valutavano quantitativamente gli esiti di salute mentale, inclusi depressione e ansia, a seguito di interventi affermativi per la disforia di genere in adulti [14]. La revisione ha confermato una tendenza generale al miglioramento, pur sottolineando l’eterogeneità delle metodologie e la necessità di studi con gruppi di controllo più robusti [14].
Limiti delle evidenze attuali
Nonostante le tendenze positive, la letteratura presenta limiti riconosciuti: campioni spesso ridotti, mancanza di aggiustamento per variabili confondenti, assenza di randomizzazione (considerata generalmente non etica in questo contesto) e variabilità negli strumenti di misurazione. Questi fattori limitano la possibilità di stabilire nessi causali definitivi.
Desistenza e persistenza: cosa dicono i dati
Il Trans Youth Project (Olson et al., 2022)
Lo studio longitudinale del Trans Youth Project, pubblicato su Pediatrics nel 2022, ha seguito 317 giovani transgender (208 ragazze trans, 109 ragazzi trans; età media 8,1 anni all’inizio) per una media di 5 anni dopo la transizione sociale [8]. Il 7,3% aveva effettuato almeno una ritransizione. Al termine del periodo di osservazione, il 94% si identificava come transgender binario, il 2,5% come cisgender e il 3,5% come non-binario [8]. Le identità cisgender successive erano più comuni tra i giovani la cui transizione sociale iniziale era avvenuta prima dei 6 anni, con ritransizioni spesso precedenti ai 10 anni [8].
Lo studio tedesco sui dati assicurativi (Bachmann et al., 2024)
Uno studio del 2024, pubblicato su Deutsches Arzteblatt International, ha analizzato i dati delle assicurazioni sanitarie tedesche su 7.885 giovani tra i 5 e i 24 anni con diagnosi codificata F64 (disturbi dell’identità di genere) nel periodo 2013-2022 [9]. I risultati hanno mostrato che solo il 36,4% manteneva una diagnosi F64 confermata dopo cinque anni, con una stabilità diagnostica inferiore al 50% in tutte le fasce d’età [9]. La prevalenza era aumentata di 8 volte nel decennio considerato, con le adolescenti femmine che presentavano la prevalenza più alta (452,2 per 100.000) e l’aumento più marcato (12 volte) [9].
Questo studio ha suscitato dibattito: i critici hanno osservato che la perdita di una diagnosi codificata nei dati assicurativi non equivale necessariamente a una desistenza clinica, poiché può riflettere cambiamenti di medico, interruzioni del trattamento per ragioni non cliniche o semplici variazioni nella codifica diagnostica.
Desistenza e detransizione negli adulti
Uno studio del 2023, pubblicato su Archives of Sexual Behavior, ha reclutato 78 individui statunitensi tra i 18 e i 33 anni che avevano smesso di identificarsi come transgender almeno sei mesi prima della partecipazione [13]. In media, i partecipanti si erano identificati come transgender a partire dai 17,1 anni e lo avevano fatto per 5,4 anni. I partecipanti riportavano un miglioramento significativo della salute psicologica dopo la detransizione, con riduzioni nell’autolesionismo e nella disforia di genere [13]. Lo studio, tuttavia, utilizzava un campione auto-selezionato e non rappresentativo, il che ne limita la generalizzabilità.
Riflessioni metodologiche
I tassi di desistenza variano enormemente tra gli studi (dal 7% al 64%), a seconda della popolazione studiata, della definizione di desistenza utilizzata, dell’età dei partecipanti e del metodo di reclutamento. Gli studi più vecchi, spesso citati per tassi di desistenza elevati, sono stati criticati per aver incluso nel campione bambini che non soddisfacevano i criteri diagnostici per la disforia di genere. Le ricerche più recenti tendono a operare una distinzione più netta tra incongruenza di genere clinicamente significativa e comportamenti di genere non conformi in età infantile.
Adolescenti trans: evidenze sulla puberty suppression
La revisione sistematica di Miroshnychenko et al. (2025)
La revisione sistematica e meta-analisi più recente sulla soppressione puberale nei giovani con disforia di genere, pubblicata su Archives of Disease in Childhood nel 2025, ha incluso 10 studi: 3 studi osservazionali comparativi e 7 studi prima-dopo [10]. Gli studi comparativi hanno fornito evidenze di certezza molto bassa sul funzionamento globale e sulla depressione, mentre gli studi prima-dopo hanno fornito evidenze di certezza molto bassa su disforia di genere, funzionamento globale, depressione e densità minerale ossea [10]. La conclusione degli autori è stata che permane una considerevole incertezza sugli effetti dei bloccanti della pubertà nei giovani con disforia di genere, e che sono necessari studi prospettici metodologicamente rigorosi [10].
La Cass Review (2024) e il dibattito internazionale
La Cass Review, il rapporto finale dell’indagine indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale inglese (NHS) e pubblicata nell’aprile 2024 sotto la guida della dottoressa Hilary Cass, ha rappresentato la revisione più ampia delle evidenze sulle cure di genere per minori nel contesto britannico [11]. Il rapporto incorporava molteplici revisioni sistematiche condotte dall’Università di York e copriva percorsi clinici, transizione sociale, bloccanti della pubertà, trattamenti ormonali e trattamenti psicosociali.
Le principali raccomandazioni includevano la limitazione della soppressione puberale con analoghi del GnRH ai soli contesti di sperimentazione clinica e un approccio più cauto e individualizzato alla cura degli adolescenti con incongruenza di genere [11]. Il governo britannico ha successivamente vietato la prescrizione di analoghi del GnRH come trattamento di affermazione di genere per i minori.
La Cass Review ha generato un dibattito acceso. Le critiche sono arrivate da diverse direzioni. Da un lato, organizzazioni come l’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (ILGA), Transgender Europe e IGLYO hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui criticavano un “uso scarso e incoerente delle evidenze, approcci patologizzanti e l’esclusione degli utenti dei servizi e degli esperti di salute trans”. Nel luglio 2024, la World Professional Association for Transgender Health (WPATH) e USPATH hanno pubblicato una risposta formale in cui contestavano diversi aspetti metodologici del rapporto. Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Transgender Health ha sostenuto che le raccomandazioni della Review non sempre derivavano dai dati presentati nelle revisioni sistematiche di supporto [12].
Dall’altro lato, alcuni ricercatori e clinici hanno accolto positivamente il rapporto, sottolineando la necessità di standard probatori più elevati e di una maggiore cautela nella prescrizione di interventi medici irreversibili agli adolescenti.
Il panorama internazionale
La Cass Review ha influenzato il dibattito ben oltre i confini del Regno Unito [11]. La Svezia, la Finlandia e la Danimarca avevano già adottato approcci più restrittivi negli anni precedenti. Nel frattempo, le linee guida in altri Paesi, come le linee guida tedesche per la diagnosi e il trattamento dell’incongruenza di genere in bambini e adolescenti aggiornate nel 2025, hanno cercato un equilibrio tra la protezione dei minori e l’accesso alle cure necessarie.
Meta-analisi recenti: lo stato dell’arte
Qualità delle evidenze
Le revisioni sistematiche più recenti convergono su un punto: la qualità complessiva delle evidenze in medicina di genere per i minori è bassa o molto bassa secondo gli standard della medicina basata sull’evidenza [10]. Questo non significa che i trattamenti siano necessariamente inefficaci, ma che gli studi disponibili presentano limiti metodologici significativi, tra cui campioni ridotti, assenza di gruppi di controllo randomizzati, elevato rischio di bias e follow-up insufficienti.
Per gli adulti, le evidenze sono più robuste, specialmente per quanto riguarda gli effetti della terapia ormonale sui sintomi depressivi e sul disagio psicologico [6][7][14], sebbene rimangano lacune nella comprensione degli esiti a lungo termine.
Convergenze e divergenze nella letteratura
Alcune aree mostrano una convergenza crescente nella letteratura scientifica recente:
- Le persone transgender presentano pattern cerebrali che non si collocano semplicemente lungo un continuum maschio-femmina, ma costituiscono un fenotipo distinto [1][2].
- L’identità di genere ha una componente genetica significativa, ma multifattoriale e non riducibile a singoli geni [4][5].
- La terapia ormonale di affermazione di genere è associata, nella maggior parte degli studi, a miglioramenti nei sintomi depressivi e nel funzionamento psicosociale degli adulti [6][7][14].
Altre aree restano oggetto di dibattito scientifico attivo:
- L’efficacia e la sicurezza a lungo termine della soppressione puberale nei minori [10][11].
- I tassi reali di desistenza e il loro significato clinico [8][9][13].
- Il bilancio rischi-benefici degli interventi medici negli adolescenti, in un contesto di rapido aumento delle diagnosi [9][11].
Verso una ricerca più rigorosa
La comunità scientifica internazionale riconosce la necessità di studi prospettici su larga scala, con follow-up prolungati, gruppi di controllo appropriati e misure standardizzate degli esiti. Diversi programmi di ricerca sono attualmente in corso in Europa e in Nord America per colmare queste lacune. Nel frattempo, le decisioni cliniche continuano a basarsi sulle migliori evidenze disponibili, integrate con il giudizio clinico e le preferenze informate dei pazienti e, nel caso dei minori, delle loro famiglie.
La sfida per i prossimi anni sarà quella di produrre dati sufficientemente solidi per guidare politiche sanitarie equilibrate, evitando sia un eccesso di medicalizzazione sia un’eccessiva restrizione dell’accesso alle cure, in un campo in cui la scienza e il dibattito pubblico sono strettamente intrecciati.