Wiki / cultura

Persone trans e sex work: dati e realtà

Pubblicato una settimana fa · 13 fonti citate Generato con AI
sex workstereotipilavorodiscriminazione
Persone trans e sex work: dati e realtà

Tra i pregiudizi più radicati sulle persone transgender c’è l’idea che siano tutte coinvolte nel sex work. Questa associazione automatica è falsa, riduttiva e dannosa: non solo distorce la percezione pubblica di un’intera comunità, ma contribuisce a giustificare discriminazioni e violenze. Allo stesso tempo, ignorare che una parte delle persone trans effettivamente svolge sex work — spesso come conseguenza della marginalizzazione economica — significherebbe negare una realtà che merita attenzione e rispetto, non giudizio.

Questo articolo esamina i dati disponibili per smontare lo stereotipo e, contemporaneamente, analizzare le cause strutturali che spingono alcune persone trans verso il lavoro sessuale.

Cosa dicono i numeri

Il primo passo per smontare un pregiudizio è confrontarlo con i dati. E i dati raccontano una storia molto diversa dallo stereotipo.

Secondo la U.S. Transgender Survey del 2015 — la più ampia indagine sulle persone transgender condotta fino a quel momento, con oltre 27.000 partecipanti — circa il 12-13% delle persone trans intervistate ha dichiarato di aver svolto sex work in qualche momento della propria vita [8]. Questo significa che circa l’87% non lo ha mai fatto. La grande maggioranza delle persone trans lavora nei settori più comuni: istruzione, sanità, commercio, tecnologia, ristorazione, servizi pubblici.

Il dato è stato confermato e approfondito da studi successivi. Un’analisi del 2024 pubblicata sul Journal of Homosexuality ha esaminato i pattern del sex work nella comunità trans e di genere diverso, confermando che si tratta di un’esperienza minoritaria e non rappresentativa dell’intera popolazione transgender [12].

La percentuale di partecipazione al sex work varia significativamente in base al sottogruppo considerato: le donne trans hanno una probabilità circa doppia rispetto agli uomini trans di aver svolto lavoro sessuale nel corso della vita, e le persone trans di colore sono sovrarappresentate tra chi ha avuto questa esperienza [8][12]. Questi dati indicano che il sex work non è legato all’essere trans in sé, ma alle condizioni di marginalizzazione specifica che colpiscono alcuni segmenti della comunità più di altri.

Da dove nasce lo stereotipo

Se la realtà è così diversa dal pregiudizio, perché l’associazione tra persone trans e sex work è così radicata nell’immaginario collettivo? Le ragioni sono multiple e si intrecciano.

La rappresentazione mediatica distorta

I media hanno un ruolo centrale nella costruzione e nel mantenimento di questo stereotipo. Come documentato dall’Istituto Beck, la quasi totalità delle persone trans intervistate in studi sulla rappresentazione mediatica riferisce di essere stata esposta a messaggi negativi e riduttivi nei media nei 12 mesi precedenti, e una maggiore esposizione a questi messaggi è correlata a livelli più alti di ansia e depressione [9].

La rappresentazione meta-stereotipica dominante della persona transgender nei media italiani è quella della donna trans che si prostituisce, con una vita descritta attraverso la lente degli eccessi [9]. Nei film polizieschi, nelle serie TV e nella cronaca, le persone trans vengono spesso mostrate come vittime di omicidi o coinvolte in attività illegali. Questa sovraesposizione di un’unica narrativa — che riguarda una minoranza della comunità — viene scambiata dal pubblico per la norma.

Come osservato su The Vision, la prima forma di violenza che le persone trans subiscono è proprio il modo in cui si parla di loro: una narrazione che le riduce a personaggi marginali, quando non apertamente stigmatizzanti [13].

Il contesto storico italiano

In Italia, lo stereotipo ha anche radici storiche concrete. Negli anni Settanta e Ottanta, per molte persone trans — in particolare donne trans — la prostituzione rappresentava una delle poche possibilità di sostentamento in un contesto di totale esclusione sociale e lavorativa. In quei decenni, essere trans significava spesso essere espulse dalla famiglia, non avere documenti coerenti con la propria identità e subire retate da parte della polizia.

Quella realtà, per quanto storicamente documentata, si è cristallizzata nell’immaginario collettivo come se fosse immutabile. Ma il contesto è cambiato: le persone trans oggi accedono a una gamma più ampia di percorsi professionali, anche se le barriere restano significative, come vedremo.

La visibilità selettiva

C’è un meccanismo cognitivo alla base di molti pregiudizi: la visibilità selettiva. Le persone trans che svolgono sex work in strada sono visibili; le persone trans che lavorano in ufficio, in ospedale, in un laboratorio o in un’azienda no. L’occhio vede ciò che conferma la propria aspettativa e ignora tutto il resto. Questo bias di conferma alimenta lo stereotipo e lo rende resistente ai dati.

La realtà della discriminazione lavorativa

Se vogliamo comprendere perché una percentuale — minoritaria ma reale — di persone trans svolge sex work, dobbiamo guardare le condizioni strutturali che limitano le alternative.

I dati internazionali

Il quadro internazionale è inequivocabile. Secondo il rapporto del Williams Institute del 2024, l’82% dei lavoratori transgender negli Stati Uniti ha subito discriminazione o molestie sul lavoro nel corso della propria vita [2]. Il dato include licenziamenti, mancate assunzioni, mancate promozioni, molestie verbali, fisiche e sessuali.

Alcuni dati specifici: le persone trans hanno una probabilità quadrupla rispetto ai colleghi cisgender LGB di non essere assunte (20% contro 5%), una probabilità doppia di essere licenziate (12% contro 5%) e tripla di non essere promosse (15% contro 5%) [2]. Il 71% adotta comportamenti di mascheramento sul posto di lavoro per evitare discriminazioni [2].

Il tasso di disoccupazione delle persone trans è circa il doppio rispetto alla popolazione generale, e il 29% vive in condizioni di povertà — più del doppio della media nazionale statunitense [11].

I dati italiani

In Italia, l’indagine ISTAT-UNAR del 2023 sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone trans e non binarie offre un quadro allarmante e specifico [3].

Il 66,1% delle persone trans e non binarie la cui identità era visibile o riconoscibile durante gli studi ha subito discriminazioni a scuola o all’università per ragioni legate alla propria identità di genere [3]. Il problema si aggrava nel mondo del lavoro: una persona su due ha subito almeno un episodio di discriminazione nella ricerca di lavoro. Il 46,4% ha rinunciato a presentarsi a un colloquio o a inviare una candidatura pur avendo i requisiti, perché consapevole che la propria identità di genere avrebbe compromesso l’esito [3].

Il 57,1% delle persone occupate o precedentemente occupate ritiene che la propria identità trans o non binaria abbia costituito uno svantaggio nella vita lavorativa in almeno un’area: carriera, riconoscimento professionale o retribuzione [3]. Il 40,6% ha subito almeno un episodio discriminatorio sul posto di lavoro, con un’incidenza ancora più alta tra le donne trans (54,3%) [3].

Il rapporto Inclusion4All del 2022 ha confermato l’esistenza di due dinamiche discriminatorie principali: la discriminazione all’ingresso nel mercato del lavoro — che si traduce in esclusione diretta — e il mobbing orizzontale o verticale sul posto di lavoro, che spinge molte persone trans a lasciare il proprio impiego [4].

Il contesto europeo

La terza indagine EU LGBTIQ della FRA (Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali), condotta nel 2023 con quasi 140.000 partecipanti, ha rilevato che il 21% delle persone LGBTIQ+ in Italia si è sentito discriminato sul lavoro o nella ricerca di un impiego nell’anno precedente l’indagine [6]. Il rapporto ha evidenziato che le persone trans e intersex affrontano livelli di vittimizzazione ancora maggiori rispetto al resto della comunità LGBTIQ+ [6].

Il sex work come conseguenza, non come caratteristica identitaria

Quando i dati sulla discriminazione lavorativa vengono messi accanto ai dati sul sex work, il quadro diventa chiaro: il sex work nella comunità trans non è una scelta identitaria, ma molto spesso una conseguenza della marginalizzazione economica.

Uno studio del 2013 pubblicato su PubMed ha analizzato in modo sistematico le radici del coinvolgimento delle donne trans nel sex work, identificando tre livelli di discriminazione che vi contribuiscono: sistemico (leggi e politiche che non tutelano), istituzionale (scuole e datori di lavoro che escludono) e interpersonale (violenza e rifiuto nelle relazioni quotidiane) [5]. L’intreccio di questi tre livelli crea una spirale in cui le alternative economiche si riducono progressivamente.

Il Trans Income Project ha documentato che il 69,3% delle persone trans che hanno svolto sex work ha subito qualche forma di discriminazione lavorativa nel settore formale, e che queste persone hanno una probabilità più che doppia di vivere in condizioni di povertà estrema rispetto al resto della comunità trans [10]. Il dato è eloquente: non si tratta di una “predisposizione”, ma di un effetto a catena della discriminazione.

Tra le motivazioni più citate dalle donne trans che svolgono o hanno svolto sex work ci sono la “retribuzione migliore rispetto alle alternative disponibili” e l‘“impossibilità di trovare un impiego a causa della discriminazione di genere” [10]. Il 40% ha tentato — senza successo — di uscire dal sex work, segno che per molte non si tratta di una scelta libera ma di una condizione imposta dalle circostanze [10].

La violenza come fattore aggravante

Le persone trans che svolgono sex work sono esposte a livelli di violenza enormemente più alti rispetto al resto della comunità. Secondo i dati della U.S. Transgender Survey, il 72% delle persone trans che hanno svolto sex work ha subito una violenza sessuale nel corso della propria vita, rispetto al 44% di chi non ha svolto sex work [8] — percentuale già drammaticamente alta.

Il monitoraggio degli omicidi di persone trans condotto da TGEU (Transgender Europe) nel 2025 ha registrato 281 omicidi di persone trans e di genere diverso a livello globale in un solo anno [7]. Il 34% delle vittime il cui impiego era conosciuto svolgeva sex work. L’anno precedente, questa percentuale raggiungeva il 46% [7]. Il 90% degli omicidi registrati riguardava donne trans o persone transfemminili, e l’88% delle vittime erano persone di colore [7].

L’Italia, in questo contesto europeo, occupa una posizione preoccupante: è il Paese dell’Unione Europea con il maggior numero di omicidi di persone trans documentati dopo la Turchia [7].

Questi dati rendono evidente che la questione non è morale — se il sex work sia “giusto” o “sbagliato” — ma di sicurezza e diritti umani. Le persone trans nel sex work sono tra le più vulnerabili al mondo e meritano protezione, non giudizio.

Perché lo stigma fa danno a tutti

Lo stereotipo che associa le persone trans al sex work non danneggia solo chi effettivamente svolge questo lavoro. Ha effetti a catena sull’intera comunità.

Per le persone trans che non svolgono sex work, lo stereotipo alimenta pregiudizi nei colloqui di lavoro, nei contesti sociali e nella vita quotidiana. Essere viste attraverso la lente della sessualizzazione rende più difficile essere riconosciute come professioniste, colleghe, vicine di casa, persone qualunque.

Per le persone trans che svolgono sex work, la doppia stigmatizzazione — essere trans e fare sex work — le rende invisibili al dibattito pubblico se non come oggetto di cronaca nera o di moralismo. Le politiche di contrasto alla tratta, quando sono formulate senza considerare la specificità della condizione trans, possono paradossalmente aumentare la vulnerabilità delle sex worker trans anziché proteggerle.

Per la società nel suo insieme, lo stereotipo semplifica una questione complessa e impedisce di affrontare le cause strutturali: la discriminazione lavorativa, la mancanza di tutele legali specifiche, l’assenza di percorsi di reinserimento professionale adeguati.

Cosa serve per cambiare le cose

Contrastare questo stereotipo richiede azioni su più livelli.

Sul piano culturale, è necessario promuovere una rappresentazione mediatica delle persone trans che rifletta la varietà reale delle loro vite e professioni [13]. Non si tratta di nascondere il tema del sex work, ma di smettere di trattarlo come l’unica storia possibile.

Sul piano legislativo, l’Italia ha bisogno di tutele antidiscriminatorie esplicite basate sull’identità di genere nel contesto lavorativo. L’indagine ISTAT-UNAR del 2023 mostra chiaramente che la discriminazione sul lavoro non è un’eccezione ma una regola per molte persone trans [3]: senza un quadro normativo adeguato, il cambiamento culturale resta fragile.

Sul piano dei servizi, servono programmi di inserimento lavorativo specifici per le persone trans, accompagnati da formazione per i datori di lavoro e politiche di diversity management nelle aziende [4]. Il rapporto Inclusion4All ha documentato le buone pratiche esistenti in Europa e la loro applicabilità al contesto italiano.

Sul piano della solidarietà, è fondamentale che il contrasto allo stereotipo non avvenga a spese delle persone trans che effettivamente svolgono sex work. Difendere i diritti delle persone trans non significa prendere le distanze da chi fa sex work, ma riconoscere che ogni persona — indipendentemente dalla propria occupazione — merita rispetto, sicurezza e accesso ai propri diritti.

Conclusione

L’idea che le persone trans siano “tutte nel sex work” è un pregiudizio smentito dai dati [8]. La grande maggioranza delle persone trans lavora negli stessi settori della popolazione generale. Quando una persona trans svolge sex work, è molto più spesso la conseguenza di una discriminazione che l’ha privata di alternative, non una scelta identitaria [5][10].

Affrontare questa questione con onestà significa tenere insieme due verità: lo stereotipo è falso, e la realtà della discriminazione lavorativa che spinge alcune persone trans verso il sex work è un problema serio che richiede risposte concrete, non giudizi morali. Una società che vuole dirsi giusta non può limitarsi a “sfatare il mito” senza impegnarsi a rimuovere le cause strutturali che lo alimentano.

Approfondimenti

  • Film Tangerine (2015)
  • Serie TV Pose (2018)
  • Documentario Paris Is Burning (1990)

Ti è stato utile?

Nuovi articoli e aggiornamenti. Niente spam, solo fatti.

Resta aggiornato