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Valentina Petrillo: l'atleta che ha fatto la storia

Pubblicato una settimana fa · 8 fonti citate Generato con AI
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Valentina Petrillo: l'atleta che ha fatto la storia

Valentina Petrillo è un’atleta paralimpica italiana che ha scritto una pagina importante nella storia dello sport [1][2]. Il 2 settembre 2024, ai Giochi Paralimpici di Parigi, è diventata la prima donna transgender a partecipare a una competizione paralimpica internazionale [2][4], portando sotto i riflettori mondiali non solo le sue eccezionali capacità atletiche, ma anche una storia di coraggio, resilienza e doppia sfida: quella dell’identità di genere e quella della disabilità visiva.

L’infanzia a Napoli e il sogno olimpico

Nata a Napoli il 2 ottobre 1973 [1], Valentina cresce in un quartiere difficile della città negli anni Ottanta. Fin da bambina nutre una grande passione per l’atletica, un amore che nasce guardando le imprese di Pietro Mennea, leggendario velocista italiano che nel 1980 vinse l’oro olimpico nei 200 metri ai Giochi di Mosca [3]. Valentina aveva solo sette anni, ma quella vittoria lasciò un segno indelebile: voleva correre come Mennea, voleva vestire la maglia azzurra dell’Italia, voleva arrivare alle Olimpiadi. C’era però una differenza fondamentale: già allora, nel suo immaginario, si vedeva correre con un corpo femminile [3].

La corsa diventa per lei un modo di fuga, una via di liberazione dalle difficoltà del quartiere e, man mano che cresce, anche dalle tensioni interiori legate alla sua identità di genere. Lo sport assume un significato quasi salvifico, uno spazio in cui può esprimere forza, determinazione e libertà.

La malattia di Stargardt: quando la vista si offusca

A 14 anni, la vita di Valentina cambia radicalmente. Le viene diagnosticata la malattia di Stargardt, una forma ereditaria di degenerazione maculare che colpisce la retina e porta a una progressiva perdita della vista centrale [1][5]. È la forma più comune di distrofia maculare ereditaria, con un’incidenza di circa una persona su 10.000 [5].

La diagnosi è un colpo durissimo per una giovane atleta che sognava di correre ad alti livelli. La vista che si offusca progressivamente rende impossibile continuare l’atletica come prima. Valentina deve abbandonare temporaneamente la pista e cercare altre strade. Dopo aver completato gli studi a Bologna, trova un nuovo modo di esprimersi nello sport: entra nella nazionale italiana di calcio a 5 per ipovedenti [1], dove può continuare a essere parte di una squadra e a competere nonostante la disabilità visiva.

Il ritorno all’atletica: 11 titoli nazionali

Nel 2014, a 41 anni, Valentina decide che è arrivato il momento di tornare alla sua prima passione: la corsa [1]. Con determinazione e disciplina, ricomincia ad allenarsi seriamente per l’atletica paralimpica, gareggiando nella categoria per atleti ipovedenti.

I risultati non tardano ad arrivare. Tra il 2014 e il 2019, gareggiando nella categoria maschile (prima della transizione di genere), Valentina conquista 11 titoli nazionali nei 100, 200 e 400 metri [1][3]. Sono anni di successi sportivi, ma anche di crescente consapevolezza interiore: sa che per essere veramente felice, per correre come ha sempre sognato da bambina, deve fare il passo più difficile della sua vita.

2019: l’inizio della transizione a 46 anni

Nel 2019, all’età di 46 anni, Valentina prende la decisione che cambia tutto: inizia la transizione di genere [1][3]. È un passo che ha rimandato per decenni, tra paure familiari, pressioni sociali e incertezze personali. Ricorda che da bambino aveva visto suo zio cacciare di casa una cugina transgender, e quella scena gli era rimasta impressa, alimentando il timore di essere rifiutata [3].

Ma a 46 anni non può più aspettare. Vuole vivere autenticamente, vuole essere la donna che ha sempre sentito di essere. E vuole farlo continuando a correre.

La transizione comporta cambiamenti profondi, non solo fisici ma anche emotivi e sociali. Valentina inizia la terapia ormonale sostitutiva, processo necessario anche per poter competere nella categoria femminile secondo le normative internazionali, che richiedono livelli di testosterone inferiori a 5 nanomoli per litro mantenuti per almeno 12 mesi prima delle competizioni [2].

Settembre 2020: prima donna trans nello sport paralimpico italiano

L’11 settembre 2020 è una data storica: Valentina Petrillo gareggia per la prima volta nella categoria femminile ai Campionati Italiani di Atletica Paralimpica [1][3]. È la prima volta nella storia dello sport paralimpico italiano che una persona transgender ottiene il permesso di competere nella categoria corrispondente alla propria identità di genere.

È un momento carico di emozione ma anche di tensione. Valentina sa che molti occhi sono puntati su di lei, che la sua presenza solleva dibattiti e controversie. Ma per lei è innanzitutto la realizzazione di un sogno: correre finalmente come donna, come si è sempre vista fin da bambina davanti alla televisione a guardare Mennea.

Un palmares straordinario: 27 titoli e 6 record

Dopo aver iniziato a gareggiare nella categoria femminile, Valentina costruisce un palmares impressionante [1]. Tra il 2020 e il 2024 conquista:

  • 27 titoli nazionali nei 100, 200 e 400 metri categoria T12 (ipovedenti)
  • 6 record italiani paralimpici, tra cui:
    • 200 metri T12: 27.17 secondi (2021)
    • 400 metri indoor T13: 59.77 secondi (2021)
    • 400 metri T13: migliorato più volte, con il record personale di 57.58 secondi nel 2024

Il 25 aprile 2021 stabilisce il suo primo record nazionale sui 400 metri T13, che migliorerà poi nel giugno dello stesso anno. Il 22 marzo 2021 conquista anche il record nei 200 metri T12 [1].

Nel 2023 arriva la consacrazione internazionale: ai Campionati Mondiali Paralimpici conquista due medaglie di bronzo nei 200 e 400 metri [1][2], dimostrando di poter competere ai massimi livelli anche sulla scena internazionale.

Parigi 2024: la storia si compie

L’estate del 2024 rappresenta il culmine del percorso di Valentina. Dopo anni di allenamenti, sacrifici, battaglie contro i pregiudizi e le normative, riceve la convocazione per i Giochi Paralimpici di Parigi [2][4].

Il 2 settembre 2024, Valentina Petrillo entra negli annali dello sport mondiale: gareggia nei 400 metri T12 femminili, diventando la prima donna transgender a partecipare ai Giochi Paralimpici [2][4]. Corre con il cuore in gola, portando sulle spalle non solo le sue aspettative ma anche quelle di un’intera comunità che vede in lei un simbolo di possibilità e inclusione.

Nella seconda semifinale stabilisce il suo nuovo record personale con 57.58 secondi, un tempo eccellente che però non è sufficiente per qualificarsi alla finale [4][6]. Il 6 settembre gareggia anche nei 200 metri T12, chiudendo in nona posizione con 25.92 secondi, anche in questo caso senza accedere alla finale [4].

Nonostante non abbia conquistato medaglie, la partecipazione di Valentina alle Paralimpiadi di Parigi 2024 rappresenta un risultato storico che va oltre i cronometri e i piazzamenti. Ha dimostrato che è possibile essere transgender, essere ipovedenti, avere 51 anni e competere ai massimi livelli internazionali. Ha dimostrato che lo sport può essere inclusivo senza perdere la sua competitività e il suo valore.

“La gente ha paura, ma io non faccio male a nessuno”

Dopo la semifinale dei 400 metri, Valentina rilascia un’intervista a Raisport che racchiude tutta la sua umanità e la sua consapevolezza delle polemiche che la circondano [6]:

“C’è molta paura e io incarno queste diversità e spero che attraverso il mio messaggio la questione possa essere normalizzata e le persone non abbiano più paura. Mi dà fastidio che la gente abbia paura di me, io non faccio male a nessuno.”

Queste parole riassumono perfettamente la posizione di Valentina: non nega le complessità del dibattito sulle persone transgender nello sport, ma chiede di essere vista per quello che è — un’atleta che ha seguito tutte le regole, che ha rispettato ogni normativa internazionale, che si allena con dedizione e che non ha alcuna intenzione di danneggiare nessuno. Chiede semplicemente di poter correre, di poter esprimere il suo talento atletico, di poter realizzare il sogno che ha fin da bambina.

“5 Nanomoli”: il documentario che racconta il sogno

Nel 2023, prima delle Paralimpiadi di Parigi, esce il documentario “5 Nanomoli — il sogno olimpico di una donna trans”, diretto da Elisa Mereghetti e Marco Mensa [7]. Il film, della durata di 79 minuti, ha la sua prima mondiale al Biografilm Festival 2023 il 17 giugno.

Il titolo fa riferimento alla concentrazione massima di testosterone consentita dal Comitato Olimpico Internazionale per le atlete transgender: esattamente 5 nanomoli per litro [7]. È un numero che per Valentina ha un significato enorme, rappresenta il confine tra il poter competere e l’essere esclusa, tra il realizzare il suo sogno e dover rinunciare.

Il documentario racconta con delicatezza e profondità il percorso di Valentina: l’infanzia a Napoli, la scoperta della malattia di Stargardt, i successi sportivi nella categoria maschile, la decisione di intraprendere la transizione a 46 anni, e infine la preparazione per il sogno olimpico [7].

Particolarmente significativo è l’impegno per l’accessibilità del documentario: sono state create versioni per persone sorde (con sottotitoli) e per persone non vedenti, rendendo la storia di Valentina accessibile a tutte le comunità di cui lei stessa fa parte [7].

“Più veloce del tempo”: l’autobiografia

Nel 2025, Valentina pubblica la sua autobiografia intitolata “Più veloce del tempo — il viaggio della prima atleta transgender verso la felicità”, scritta insieme ai giornalisti Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi per l’editore Capovolte [8].

Il libro non è solo una cronaca sportiva, ma un viaggio intimo attraverso decenni di vita vissuta tra due identità, tra il sogno dell’atletica e la realtà della disabilità visiva, tra la paura del rifiuto sociale e il desiderio di autenticità. Valentina racconta l’infanzia nel quartiere difficile di Napoli negli anni Ottanta, dove la corsa rappresentava una via di fuga e di libertà.

All’interno del volume sono presenti box esplicativi su concetti fondamentali come identità di genere, orientamento sessuale, la differenza tra coming out e outing, e significati legati al mondo dello sport paralimpico [8]. Il libro diventa così non solo una testimonianza personale ma anche uno strumento educativo e di sensibilizzazione.

L’autobiografia è anche una denuncia delle discriminazioni sistemiche che le persone transgender affrontano nello sport e nella società, e un appello affinché l’accesso allo sport non sia precluso a chi affronta una transizione di genere.

La famiglia: tra resistenze e accettazione

La storia personale di Valentina è segnata anche dalle complesse dinamiche familiari. Prima della transizione era sposata con Elena, con cui ha avuto un figlio, Lorenzo, oggi preadolescente. Ha anche cresciuto Caterina, figlia nata da una precedente relazione della compagna [3].

Quando Valentina ha iniziato la transizione, il matrimonio è finito, ma è riuscita a mantenere un buon rapporto con l’ex moglie, soprattutto per il bene di Lorenzo [3]. Il bambino ha accettato il cambiamento del genitore e continua a chiamarla affettuosamente “papi” — un privilegio che Valentina concede solo a lui: “Solo mio figlio può chiamarmi papi”, ha dichiarato in un’intervista, sottolineando quanto sia importante per lei essere riconosciuta come donna da tutti tranne che dal suo bambino, per il quale rimane comunque il genitore che lo ha cresciuto [3].

I genitori di Valentina hanno reagito in modi diversi. Il padre Edoardo, oggi ottantenne, ha fatto fatica inizialmente ma è stato il primo a chiamarla con il suo vero nome, Valentina [3]. La madre Adriana, scomparsa nel 2017 prima dell’inizio della transizione, aveva però intuito tutto — Valentina è convinta che sua madre sapesse chi fosse veramente, anche se non ne avevano mai parlato esplicitamente [3].

Il fratello Francesco ha impiegato più tempo per accettare la transizione, testimoniando quanto possa essere complesso per i familiari elaborare un cambiamento così profondo [3].

L’intersezione tra identità trans e disabilità

Uno degli aspetti più significativi della storia di Valentina Petrillo è l’intersezione tra due identità marginalizzate: essere transgender ed essere una persona con disabilità visiva [5]. Questa doppia condizione la pone in una posizione unica nel panorama sportivo e sociale.

Da un lato, affronta le sfide e le discriminazioni che molte persone transgender conoscono: il pregiudizio sociale, le battaglie normative per il riconoscimento, le polemiche sulla sua presenza nelle competizioni femminili. Dall’altro, vive quotidianamente le difficoltà di una persona ipovedente: la perdita progressiva della vista, le limitazioni che questo comporta nella vita quotidiana, l’adattamento continuo a una condizione degenerativa [5].

Ma Valentina non vive queste identità come fardelli separati. Le integra, le fa dialogare, le trasforma in una narrazione di resilienza multipla. Ha dichiarato in diverse interviste di voler essere un modello positivo non solo per le persone transgender ma anche per le persone con disabilità, dimostrando che le limitazioni — siano esse sociali o fisiche — possono essere superate con determinazione, allenamento e supporto.

Il suo impegno per l’accessibilità (come dimostrato dalle versioni accessibili del documentario “5 Nanomoli”) testimonia questa consapevolezza intersezionale: vuole che la sua storia ispiri e sia fruibile da tutte le comunità di cui fa parte [7].

Il dibattito sulle atlete trans nello sport

La partecipazione di Valentina Petrillo alle competizioni femminili ha inevitabilmente riacceso il dibattito internazionale sulla presenza delle donne transgender nello sport, tema complesso che divide opinioni pubbliche, scienziati, atleti e federazioni sportive [4].

Valentina ha sempre rispettato scrupolosamente tutte le normative internazionali. Ha mantenuto i livelli di testosterone sotto i 5 nanomoli per litro per almeno 12 mesi prima delle competizioni, come richiesto dalla World Para Athletics e dal Comitato Olimpico Internazionale [2]. Ha seguito protocolli medici rigorosi, si è sottoposta a controlli costanti, ha accettato la trasparenza totale sulla sua condizione.

Nonostante questo, le polemiche non sono mancate. Alcuni sostengono che abbia vantaggi ingiusti derivanti dal fatto di aver vissuto gran parte della vita con livelli di testosterone tipicamente maschili. Altri difendono il suo diritto a competere, sottolineando che ha seguito tutte le regole stabilite dalle federazioni internazionali e che il suo palmares, pur eccellente, non dimostra una dominanza schiacciante — non ha vinto medaglie alle Paralimpiadi e le sue prestazioni sono competitive ma non imbattibili [4][6].

Valentina ha sempre affrontato queste critiche con dignità e grazia, rifiutando di entrare in polemiche aggressive e preferendo lasciare che siano i suoi risultati e la sua storia a parlare. Ha ripetutamente sottolineato di non voler danneggiare nessuna atleta, di rispettare profondamente le sue avversarie, e di voler semplicemente avere la possibilità di correre come donna, come si è sempre sentita.

Il coraggio di esistere autenticamente

Più di ogni risultato sportivo, più di ogni record o medaglia, ciò che rende straordinaria la storia di Valentina Petrillo è il coraggio di esistere autenticamente in un mondo che spesso punisce la differenza.

Avrebbe potuto continuare a gareggiare nella categoria maschile, dove aveva già conquistato 11 titoli nazionali. Avrebbe potuto rinunciare alla transizione per evitare polemiche, critiche, dibattiti mediatici. Avrebbe potuto nascondersi, minimizzarsi, accontentarsi di una vita a metà.

Invece ha scelto di essere sé stessa. A 46 anni, quando molti avrebbero pensato fosse troppo tardi per cambiamenti così radicali, ha avuto il coraggio di iniziare la transizione [1][3]. Ha accettato di diventare una figura pubblica, sapendo che avrebbe attirato attenzioni, giudizi, polemiche. Ha continuato a correre nonostante tutto, perché la corsa è sempre stata il suo sogno, fin da quando era bambina e guardava Pietro Mennea vincere l’oro olimpico.

La sua storia parla a chiunque abbia mai sentito di dover scegliere tra l’autenticità e l’accettazione sociale. Parla a chi vive con una disabilità e lotta ogni giorno contro limitazioni e pregiudizi. Parla a chi ha un sogno e deve decidere se inseguirlo nonostante gli ostacoli.

Valentina ha scelto di inseguire il suo sogno. E nel farlo, ha aperto una strada per tutte le persone che verranno dopo di lei.

Un simbolo di doppia resistenza

Valentina Petrillo rappresenta un simbolo di doppia resistenza: contro la transfobia e contro l’abilismo. La sua semplice esistenza come atleta paralimpica transgender sfida due sistemi di oppressione contemporaneamente.

Ogni volta che scende in pista, dimostra che le persone transgender possono essere atlete eccellenti senza dominare ingiustamente le competizioni. Ogni volta che corre, dimostra che una persona ipovedente può competere ai massimi livelli internazionali. Ogni volta che parla pubblicamente, educa migliaia di persone sulla complessità e l’umanità delle questioni che la riguardano.

Non ha mai chiesto privilegi, ha solo chiesto di essere trattata secondo le regole che le federazioni internazionali hanno stabilito. Ha accettato controlli, test, verifiche costanti. Ha dimostrato una trasparenza assoluta.

E attraverso tutto questo, ha mantenuto una dignità incrollabile. Non ha risposto alle provocazioni con rabbia, non ha alimentato polemiche sterili. Ha semplicemente continuato ad allenarsi, a correre, a migliorarsi, a inseguire il suo sogno.

L’eredità di Valentina Petrillo

Indipendentemente da come si evolverà il dibattito sulle atlete transgender nello sport, Valentina Petrillo ha già lasciato un segno indelebile nella storia.

È la prima donna transgender ad aver gareggiato ai Giochi Paralimpici [2][4]. Questa frase comparirà per sempre nei libri di storia dello sport. Generazioni future di giovani transgender potranno guardare alla sua storia e sapere che è possibile, che non devono rinunciare ai loro sogni sportivi, che la loro identità di genere non deve essere un ostacolo insormontabile.

La sua autobiografia “Più veloce del tempo” e il documentario “5 Nanomoli” rimarranno testimonianze preziose di un’epoca di transizione (in tutti i sensi) nella comprensione sociale delle persone transgender [7][8]. Raccontano non solo una storia sportiva ma un percorso umano profondo, fatto di paure superate, relazioni trasformate, sogni coltivati per decenni e finalmente realizzati.

Valentina ha dimostrato che si può iniziare la transizione a 46 anni e non è mai troppo tardi per vivere autenticamente. Ha dimostrato che una disabilità visiva non impedisce di diventare un’atleta di livello internazionale. Ha dimostrato che si può essere madre (o “papi”, come la chiama suo figlio) e atleta paralimpica e donna transgender, senza che queste identità si escludano a vicenda.

Una nuova rappresentazione delle persone trans

In un panorama mediatico dove le persone transgender sono spesso rappresentate in modo stereotipato o marginalizzato, Valentina Petrillo offre una rappresentazione diversa: quella di una donna transgender complessa, multidimensionale, che non è solo la sua identità di genere ma è anche atleta, madre, figlia, napoletana, ipovedente, appassionata di corsa fin dall’infanzia.

La sua storia sfida le narrative semplicistiche. Non è solo una “controversia sportiva”, non è solo un “caso mediatico”. È una persona con una biografia ricca, con relazioni significative, con decenni di esperienze, vittorie, sconfitte, paure e coraggio.

Come ha dichiarato lei stessa, vorrebbe essere vista come “un nuovo modello di persona trans a cui ispirarsi” — non la persona transgender perfetta e senza difetti, ma una persona reale che ha affrontato le sue paure, ha fatto scelte difficili, ha vissuto contraddizioni e le ha superate [3]. Una persona che non ha avuto un percorso lineare o facile, ma che ha continuato a muoversi avanti, passo dopo passo, corsa dopo corsa.

Il sogno continua

Dopo le Paralimpiadi di Parigi 2024, Valentina ha 51 anni. Per molti atleti sarebbe il momento di pensare al ritiro. Ma chi conosce la sua storia sa che Valentina non è tipo da arrendersi facilmente.

Dopo non essersi qualificata per le finali dei 400 e 200 metri a Parigi, ha dichiarato: “Il sogno continua” [6]. Non come una frase fatta, ma come un impegno autentico. Continuerà ad allenarsi, a migliorarsi, a competere. Forse ci saranno altre competizioni internazionali, forse altri record da battere, forse altre barriere da abbattere.

Ma anche se non dovesse più gareggiare, il suo sogno è già realizzato. È corsa alle Paralimpiadi. Ha indossato la maglia azzurra dell’Italia, come sognava da bambina guardando Pietro Mennea. Ha corso come donna, come si è sempre vista. Ha dimostrato a sé stessa e al mondo che è possibile.

E questo, forse, è il vero significato di essere “più veloce del tempo”: non solo correre forte sui 400 metri, ma superare i vincoli temporali del pregiudizio, anticipare un futuro più inclusivo, lasciare un segno che sopravviverà ai cronometri e alle classifiche.

Conclusione: la corsa verso un futuro più inclusivo

La storia di Valentina Petrillo è ancora in corso. È una storia di resilienza, coraggio e autenticità che continua a ispirare e a far discutere. Mentre il dibattito sulla partecipazione delle atlete transgender nello sport prosegue — e probabilmente proseguirà ancora per anni — la sua vita ci ricorda che dietro ogni polemica, dietro ogni statistica, dietro ogni regolamento, ci sono persone reali con sogni reali.

Valentina ha corso per tutta la vita: prima per fuggire dalle difficoltà del suo quartiere, poi per realizzare il sogno ispirato da Pietro Mennea, poi per affermare la sua identità autentica, infine per dimostrare che le persone transgender e le persone con disabilità possono competere ai massimi livelli.

E in ogni corsa, in ogni passo sulla pista, ha portato avanti non solo sé stessa ma anche l’idea che lo sport possa essere inclusivo, che le regole possano evolversi per accogliere la diversità umana, che nessuno debba scegliere tra l’autenticità e i propri sogni.

Come ha detto lei stessa: “La gente ha paura, ma io non faccio male a nessuno” [6].

Forse è proprio questo il messaggio più potente che Valentina Petrillo ci lascia: che la paura dell’altro, del diverso, del non familiare, può essere superata attraverso la conoscenza, l’empatia e il riconoscimento della comune umanità. Che ogni persona merita la possibilità di essere sé stessa e di inseguire i propri sogni.

E che a volte, per cambiare il mondo, basta avere il coraggio di allacciarsi le scarpe e correre.

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