Il coming out di un figlio trans

Vostro figlio, vostra figlia, vi ha appena detto di essere transgender. O forse non ve l’ha ancora detto, ma avete trovato qualcosa, notato qualcosa, e state cercando informazioni. In entrambi i casi, questo articolo è scritto per voi.
Non vi diremo cosa dovete pensare. Vi mostreremo cosa dice la ricerca su ciò che succede dopo — e perché la vostra reazione, quella dei prossimi minuti, delle prossime settimane, conta più di quanto possiate immaginare.
Cosa sta provando vostro figlio in questo momento
Prima di parlare di voi, parliamo di chi vi sta davanti. Perché capire cosa ha attraversato vostro figlio per arrivare a questo momento cambia la prospettiva su tutto il resto.
Il coming out trans non è un impulso. La ricerca mostra che la maggior parte dei giovani transgender ha riflettuto sulla propria identità di genere per mesi o anni prima di comunicarla. In molti casi, hanno aspettato perché avevano paura. Paura di deludervi, di non essere creduti, di perdere il vostro amore. Il Trevor Project, nella sua indagine del 2022 su quasi 34.000 giovani LGBTQ, ha rilevato che meno di un giovane trans su tre percepisce la propria casa come un ambiente che afferma la sua identità di genere [9].
Se vostro figlio ve l’ha detto, significa che si fida di voi abbastanza da correre quel rischio. Questo è un atto di coraggio e di fiducia, anche se in questo momento potreste non vederlo così.
C’è un altro dato che vale la pena conoscere: la disclosure — il rivelare la propria identità — è un momento di estrema vulnerabilità. Uno studio di Katz-Wise e colleghi del 2018 ha documentato come la percezione del funzionamento familiare da parte dei giovani trans sia direttamente associata alla loro salute mentale [10]. Non è la situazione oggettiva della famiglia a contare di più, ma come il giovane percepisce la reazione dei genitori. In altre parole: quello che vostro figlio legge sul vostro viso e nelle vostre parole nei prossimi giorni diventa parte della sua narrazione interna su se stesso.
Le vostre emozioni sono legittime
Shock, confusione, paura, tristezza, rabbia, senso di colpa. Se state provando una o tutte queste emozioni, non c’è nulla di sbagliato in voi. La ricerca qualitativa sulle famiglie di giovani trans — in particolare il lavoro di Kuvalanka e colleghi del 2014 su madri di bambine transgender — descrive un processo di “trasformazione” che coinvolge l’intero nucleo familiare e che attraversa fasi riconoscibili [12].
Lo shock è la reazione più comune. Anche i genitori che “sapevano già” descrivono una differenza tra il sospettare e il sentirlo dire ad alta voce. Lo shock non è rifiuto: è il sistema nervoso che si riorganizza di fronte a un’informazione che cambia il quadro.
Il senso di lutto è frequente e poco compreso. Alcuni genitori descrivono la sensazione di “perdere” il figlio o la figlia che pensavano di conoscere. Questo lutto non è per il vostro bambino reale — che è lì davanti a voi ed è la stessa persona di ieri — ma per un’immagine, un’aspettativa, un futuro che avevate immaginato. E’ normale provare questa sensazione, e darle un nome aiuta a elaborarla senza proiettarla sul figlio.
La paura riguarda quasi sempre il mondo esterno: la discriminazione, il bullismo, la solitudine, la sofferenza. Questa paura è comprensibile e in parte fondata — le persone trans affrontano disuguaglianze reali. Ma la ricerca è chiara su un punto: il fattore che più protegge vostro figlio da quei rischi non è nascondere chi è, ma avere una famiglia che lo sostiene [2][5].
I numeri che ogni genitore dovrebbe conoscere
Qui arriviamo ai dati, e sono dati che meritano la vostra attenzione completa.
Il Family Acceptance Project, diretto da Caitlin Ryan alla San Francisco State University, ha condotto il primo studio longitudinale sugli effetti dell’accettazione e del rifiuto familiare sui giovani LGBT. I risultati, pubblicati nel 2009 su Pediatrics, mostrano che i giovani con livelli elevati di rifiuto familiare sono 8,4 volte più a rischio di tentativo di suicidio, 5,9 volte più a rischio di depressione grave e 3,4 volte più a rischio di uso di sostanze rispetto ai coetanei con famiglie accettanti [1].
Il Trans PULSE Project canadese ha prodotto dati ancora più specifici sulle persone trans: i giovani transgender con un forte supporto genitoriale per la loro identità di genere sono risultati il 93% meno propensi a tentare il suicidio rispetto a quelli senza tale supporto [5]. Per mettere il dato in prospettiva: tra i giovani trans che riportavano un forte supporto genitoriale, il tasso di tentativo di suicidio era del 4%. Tra quelli che riportavano rifiuto, saliva al 57% [5].
Lo studio di Olson e colleghi del 2016, pubblicato su Pediatrics, ha esaminato la salute mentale di 73 bambini transgender che avevano effettuato una transizione sociale con il supporto della famiglia [6]. Risultato: i loro livelli di depressione erano nella norma, indistinguibili da quelli dei coetanei cisgender [6]. L’ansia era solo marginalmente più elevata. Un follow-up di Durwood e colleghi nel 2017 ha confermato questi risultati in un campione più ampio, aggiungendo che anche l’autostima dei bambini supportati era nella norma [7].
Simons e colleghi, in uno studio del 2013 su 66 adolescenti transgender, hanno trovato che il supporto genitoriale — definito come disponibilità ad aiutare, consigliare e ascoltare — era significativamente associato a una maggiore qualità della vita e a minori sintomi depressivi [3].
Questi non sono numeri astratti. Dicono che l’accettazione familiare è il singolo fattore protettivo più potente per la salute mentale di un giovane trans. Non la terapia, non i farmaci, non la scuola: la famiglia.
Cosa dire (e cosa fare) nei primi giorni
Non dovete avere tutte le risposte. Dovete comunicare una cosa sola: che il vostro amore non è in discussione.
Frasi che aiutano:
- “Grazie di avermelo detto. So che non deve essere stato facile.”
- “Ti voglio bene, e questo non cambia.”
- “Non capisco ancora tutto, ma voglio capire. Puoi aiutarmi?”
- “Sono dalla tua parte.”
Azioni concrete:
- Usate il nome e i pronomi che vostro figlio vi chiede di usare. Sbaglierete, soprattutto all’inizio. Corregetevi con naturalezza e andate avanti — senza drammatizzare l’errore e senza ignorarlo.
- Chiedete a vostro figlio cosa desidera: vuole che lo sappiano altri familiari? Gli amici? La scuola? Non decidete per lui o per lei.
- Informatevi. Leggere questo articolo è già un primo passo. Il portale Infotrans.it, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’UNAR, è una risorsa istituzionale affidabile [11].
- Cercate un supporto per voi stessi. Non dovete affrontare questo percorso da soli (ne parliamo più avanti).
Cosa NON dire
Alcune frasi, dette anche con le migliori intenzioni, fanno danni misurabili. La ricerca del Family Acceptance Project ha identificato comportamenti familiari specifici associati a esiti negativi sulla salute [1]. Eccone alcuni tradotti in linguaggio quotidiano:
“È solo una fase.” Questa frase comunica che non prendete sul serio ciò che vostro figlio vi sta dicendo sull’aspetto più intimo della sua identità. Gli studi di Olson mostrano che i bambini transgender che vengono supportati nella loro identità hanno una chiarezza sulla propria identità di genere paragonabile a quella dei coetanei cisgender [6]. Non è confusione.
“Sei troppo giovane per sapere queste cose.” I bambini sviluppano un senso stabile della propria identità di genere tra i 3 e i 5 anni. Questo vale per i bambini cisgender come per quelli transgender. Se vostro figlio di 4 anni vi dice di essere un maschio, gli credete senza esitazione. Lo stesso principio si applica qui.
“Lo fai per attirare l’attenzione / perché lo hai visto online.” Il coming out come persona trans espone a discriminazione, bullismo e stigma sociale. Non è una strategia per ottenere attenzione. La prevalenza dell’identità transgender nella popolazione è rimasta sostanzialmente stabile; è aumentata la visibilità e, con essa, la possibilità per i giovani di riconoscersi e trovare le parole per descrivere ciò che sentono.
“Non dirlo ai nonni / ai parenti / a nessuno.” Chiedere a vostro figlio di nascondere chi è equivale a comunicare che la sua identità è qualcosa di vergognoso. La concealment forzata, imposta dalla famiglia, è uno dei comportamenti che il Family Acceptance Project classifica tra le pratiche di rifiuto associate a esiti negativi sulla salute mentale [1].
“Ma prima eri così felice / non avevi mai dato segni.” Molti giovani trans imparano a mascherare il proprio disagio, soprattutto in ambienti dove non si sentono sicuri. L’assenza di segnali non significa assenza di sofferenza.
Prendersi tempo non è rifiuto — ma il rifiuto non è un’opzione
Questo è un punto su cui vale la pena essere chiari, perché spesso si confondono due cose diverse.
Avere bisogno di tempo per elaborare è normale e legittimo. Non dovete passare dallo shock all’attivismo in un giorno. La ricerca sulle famiglie di persone trans documenta un percorso che molti genitori descrivono come un processo a tappe: dallo shock iniziale alla ricerca di informazioni, dalla negoziazione interna all’accettazione [12]. Alcune famiglie impiegano settimane, altre mesi. Non c’è un calendario giusto.
Quello che non potete fare è usare “il tempo” come scusa per il rifiuto. Dire “ho bisogno di tempo” mentre continuate a usare il vecchio nome, ignorate la questione o punite vostro figlio per la sua identità non è prendersi tempo: è rifiuto attivo. E il rifiuto, come mostrano i dati che abbiamo visto, ha conseguenze concrete e documentate [1][5].
La differenza è nella direzione: prendersi tempo significa muoversi lentamente verso la comprensione. Il rifiuto significa non muoversi affatto — o muoversi nella direzione opposta.
Parlare con il partner, con i nonni, con il resto della famiglia
Il coming out di vostro figlio riguarda l’intero sistema familiare, e spesso i genitori si trovano a gestire reazioni diverse tra loro e nel nucleo allargato.
Se voi e il vostro partner reagite in modo diverso, è frequente e non è necessariamente un problema. Quello che conta è che entrambi comunichiate al figlio la stessa cosa: che è amato. Le divergenze tra genitori su come procedere — quanto velocemente, con quale visibilità — possono essere discusse tra adulti, possibilmente con il supporto di un professionista. Ma non devono tradursi in messaggi contraddittori verso il figlio.
Per quanto riguarda la famiglia allargata — nonni, zii, cugini — ricordate che non è compito di vostro figlio convincerli. È compito vostro. Voi siete il filtro tra vostro figlio e il mondo, e proteggere uno spazio sicuro intorno a lui è una funzione genitoriale, non una concessione.
Alcune strategie pratiche:
- Informate i familiari in anticipo, prima di un incontro, così da evitare reazioni a sorpresa in presenza del giovane.
- Fornite risorse semplici e accessibili (i materiali di AGEDO sono pensati proprio per questo).
- Date tempo anche a loro, ma siate chiari sui confini: il rispetto del nome e dei pronomi non è facoltativo.
Dove trovare supporto in Italia
Non dovete affrontare questo percorso da soli. In Italia esistono risorse specifiche per genitori e famiglie di persone trans.
AGEDO (Associazione di Genitori, Parenti e Amici di persone LGBT+) è presente con 37 sedi su tutto il territorio nazionale. Fondata nel 1992, offre gruppi di ascolto, supporto tra pari e orientamento. Il valore di AGEDO sta soprattutto nel confronto con altri genitori che hanno attraversato lo stesso percorso. Sito: agedonazionale.org. Email: info@agedonazionale.org.
GenderLens è un’associazione composta da genitori di bambini con varianza di genere, giovani transgender e professionisti specializzati. Offre gruppi di condivisione mensili (anche online), supporto individuale per le famiglie e un approccio esplicitamente non patologizzante. Sito: genderlens.org.
Infotrans.it è il portale istituzionale realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) [11]. Contiene una mappa di tutti i centri, le associazioni e i servizi dedicati alle persone transgender in Italia. Sito: infotrans.it.
I centri di identità di genere presenti in diverse città italiane (tra cui Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli, Bari) offrono percorsi clinici ma anche, in molti casi, gruppi di supporto per le famiglie. Potete trovare l’elenco aggiornato su Infotrans.it.
Le domande che vi farete (e che si fanno tutti i genitori)
“E se cambia idea?”
La preoccupazione è comprensibile, ma i dati la ridimensionano. I giovani che comunicano la propria identità di genere in modo persistente, consistente e insistente — tre criteri spesso usati nella letteratura clinica — hanno una probabilità molto elevata di mantenere quell’identità. Lo studio di Olson del 2022 ha seguito 317 giovani trans per cinque anni dopo la transizione sociale: il 97,5% manteneva la propria identità transgender o non binaria. E anche per quel 2,5% che aveva modificato il proprio percorso, la questione non era “tornare indietro” ma continuare a esplorare un’identità di genere non conforme. In ogni caso, sostenere vostro figlio oggi non preclude nulla domani.
“Ho sbagliato qualcosa come genitore?”
No. Le evidenze scientifiche indicano che l’identità di genere ha basi biologiche complesse e non è determinata dallo stile genitoriale, dall’educazione ricevuta o dall’esposizione a contenuti specifici. L’American Academy of Pediatrics, nel suo position statement del 2018, ha ribadito che l’identità transgender non è causata da fattori ambientali familiari [8]. Non avete “creato” questa situazione. Ma avete il potere di influenzare profondamente come vostro figlio la vivrà.
“Cosa succederà a scuola?”
Questa è una preoccupazione concreta che merita un approccio pratico. Molti istituti scolastici in Italia hanno adottato protocolli per l’uso dell’alias — il nome scelto dalla persona — nei registri scolastici. Le associazioni come AGEDO e GenderLens possono fornire supporto nel dialogo con la scuola. Il punto di partenza è sempre una conversazione con vostro figlio: cosa desidera? Vuole essere aperto a scuola? Con quali tempi? Il suo ritmo conta.
“Dovrà fare operazioni o prendere farmaci?”
Non necessariamente, e non subito. I percorsi sono individuali e le linee guida internazionali — dalla WPATH all’Endocrine Society — prevedono un approccio graduale e adeguato all’età [8]. Per i bambini pre-puberi non è previsto alcun intervento medico. Per gli adolescenti, le opzioni vengono valutate caso per caso con un’equipe multidisciplinare. Nessuno vi chiederà di decidere nulla di irreversibile oggi. Per un approfondimento, consultate il nostro articolo sulle famiglie e persone trans.
Un ultimo pensiero
Vostro figlio non vi ha dato un problema. Vi ha dato una parte di sé che fino a oggi aveva tenuto nascosta, probabilmente per proteggervi o per paura di perdervi. Questo richiede una dose di coraggio che è difficile da comprendere fino in fondo se non si è stati in quella posizione.
La scienza dice una cosa con chiarezza: i giovani trans con famiglie che li accettano stanno meglio [2][5]. Hanno meno depressione, meno ansia, più autostima, meno probabilità di tentare il suicidio. Non stanno semplicemente “meno male” — stanno bene. Lo studio di Olson del 2016 lo dice in modo diretto: i bambini trans supportati dalle famiglie mostrano livelli di benessere psicologico nella norma [6].
Non dovete essere perfetti. Non dovete capire tutto oggi. Dovete solo restare. Restare presenti, restare aperti, restare dalla parte di vostro figlio. Il resto — le informazioni, il supporto, la comunità — lo troverete lungo il cammino. E non sarete soli.