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Mio figlio è trans: cosa dice davvero la scienza alle famiglie

Pubblicato una settimana fa · 15 fonti citate Generato con AI
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Mio figlio è trans: cosa dice davvero la scienza alle famiglie

Scoprire che il proprio figlio, la propria figlia o un familiare è una persona transgender è un momento che molte famiglie descrivono come uno spartiacque. Se stai leggendo questo articolo, probabilmente stai cercando informazioni affidabili in un panorama dove le opinioni sono tante e i dati verificabili sembrano pochi. Questo articolo non ha lo scopo di dirti cosa pensare, ma di mostrarti cosa dice la ricerca scientifica — e perché quello che farai come genitore o familiare conta più di quanto immagini.

L’identità di genere non è un capriccio: cosa dicono le neuroscienze

Prima di tutto, un dato di contesto. L’identità di genere — il senso interiore di essere uomo, donna, o di non rientrare in queste categorie — ha basi biologiche documentate [11][12]. Studi su gemelli mostrano una concordanza significativamente maggiore per l’identità transgender nei gemelli monozigoti rispetto ai dizigoti, indicando una componente genetica sostanziale [12]. Ricerche di neuroimaging hanno identificato pattern cerebrali nelle persone trans più simili a quelli del genere esperito che a quelli del sesso assegnato alla nascita [11].

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’ICD-11 entrato in vigore nel 2022, ha rimosso l’identità transgender dalla classificazione dei disturbi mentali, riconoscendo esplicitamente che non si tratta di una patologia psichiatrica [6]. La condizione è ora classificata come “incongruenza di genere” nel capitolo sulle condizioni relative alla salute sessuale.

Questo non significa che la scienza abbia tutte le risposte: i meccanismi esatti attraverso cui si sviluppa l’identità di genere sono ancora oggetto di studio. Significa però che l’identità transgender non è il risultato di una scelta, di un’influenza esterna o di una fase passeggera. Per un approfondimento su questo tema, si veda l’articolo sull’identità di genere e sulle basi biologiche.

Il dato che cambia tutto: l’impatto della famiglia

Ecco il punto centrale di questo articolo, e il motivo per cui è scritto per voi. La ricerca scientifica ha dimostrato in modo robusto che la reazione della famiglia è il singolo fattore più determinante per la salute mentale di un giovane transgender [1][2]. Non il contesto sociale, non la scuola, non i pari: la famiglia.

Il Family Acceptance Project

Il programma di ricerca più influente su questo tema è il Family Acceptance Project, condotto dalla dottoressa Caitlin Ryan alla San Francisco State University. I risultati, pubblicati a partire dal 2009, hanno cambiato il modo in cui la comunità scientifica e clinica comprende il ruolo delle famiglie [2].

I numeri parlano da soli. I giovani LGBT che hanno riportato livelli elevati di rifiuto familiare durante l’adolescenza, rispetto ai coetanei con famiglie non rifiutanti o poco rifiutanti, risultavano [2]:

  • 8,4 volte più a rischio di tentativo di suicidio
  • 5,9 volte più a rischio di depressione grave
  • 3,4 volte più a rischio di uso di sostanze illegali

Al contrario, i giovani con famiglie accettanti mostravano livelli significativamente più alti di autostima, supporto sociale e salute generale, con una protezione marcata contro depressione, abuso di sostanze e ideazione suicidaria [1].

Conferme da studi successivi

Questi risultati non sono isolati. Uno studio del 2023 pubblicato su una rivista peer-reviewed ha analizzato specificamente la relazione tra accettazione dell’identità di genere e tentativi di suicidio tra giovani transgender e non-binari, confermando che l’accettazione da parte dei genitori e dei familiari è associata alle riduzioni più significative del rischio [10]. Un altro studio del 2024 ha mostrato che i “traguardi” nel percorso di affermazione di genere (come il coming out o la transizione sociale) erano associati a un maggiore rischio di tentativi di suicidio solo nelle famiglie non supportive; nelle famiglie supportive, queste associazioni scomparivano [15].

L’indagine nazionale del Trevor Project del 2022, condotta su quasi 34.000 giovani LGBTQ negli Stati Uniti, ha confermato lo stesso pattern: i giovani che vivevano in un contesto familiare accettante riportavano tassi significativamente inferiori di tentativi di suicidio rispetto a quelli senza supporto familiare [9].

Cosa significa questo concretamente

Questi dati non intendono colpevolizzare nessuno. Molti genitori attraversano un periodo di shock, confusione o dolore quando un figlio fa coming out come transgender — è una reazione umana. Il punto è un altro: la direzione in cui la famiglia si muove dopo quel momento iniziale ha conseguenze misurabili e profonde. Non si tratta di essere perfetti dal primo giorno, ma di essere disposti a informarsi, a fare domande e a non chiudere la porta.

“Ma non è troppo piccolo per saperlo?”

È una delle domande più frequenti. La risposta della ricerca è articolata.

Uno studio del 2016 pubblicato su Pediatrics (Olson et al.) ha esaminato per la prima volta la salute mentale di bambini transgender che avevano effettuato una transizione sociale con il supporto delle famiglie [7]. I risultati hanno mostrato che questi bambini, di età compresa tra 3 e 12 anni, presentavano livelli di depressione nella norma e livelli di ansia solo minimamente elevati rispetto ai coetanei cisgender [7]. Il dato è particolarmente significativo perché studi precedenti su bambini con disforia di genere non supportati nella loro identità riportavano tassi molto più alti di sofferenza psicologica.

Questo non significa che ogni bambino che esplora il genere in modo non conforme sia transgender, né che debba intraprendere una transizione. Significa che quando un bambino esprime un’identità di genere in modo persistente, consistente e insistente, la risposta più sicura dal punto di vista della salute mentale è l’ascolto e il supporto, non la repressione [3].

I protocolli medici per i minori: cosa succede davvero

Una delle maggiori fonti di ansia per le famiglie riguarda gli interventi medici. La disinformazione su questo tema è particolarmente diffusa. Ecco cosa prevedono effettivamente le linee guida internazionali.

Prima della pubertà: nessun intervento medico

Per i bambini pre-puberi, nessuna linea guida internazionale raccomanda interventi medici [3][4][5]. L’approccio è esclusivamente psicosociale: ascolto, supporto psicologico e, se la famiglia e il bambino lo desiderano, transizione sociale (uso del nome e dei pronomi preferiti, abbigliamento). Niente farmaci, niente ormoni, niente chirurgia.

Pubertà: i bloccanti della pubertà (GnRH agonisti)

Quando inizia lo sviluppo puberale (stadio Tanner 2), le linee guida della Endocrine Society (2017) e gli Standards of Care WPATH versione 8 (2022) prevedono la possibilità di utilizzare agonisti del GnRH per sospendere temporaneamente la pubertà [4][5]. Questi farmaci non sono nuovi: vengono utilizzati da oltre 40 anni in endocrinologia pediatrica per trattare la pubertà precoce nei bambini cisgender.

Un punto cruciale: i bloccanti della pubertà sono reversibili. Quando il trattamento viene interrotto, la pubertà riprende il suo corso. Uno studio del 2024 dell’American Physiological Society ha rafforzato le evidenze sulla reversibilità degli effetti dei bloccanti [13]. Possono verificarsi effetti temporanei sulla densità ossea e sulla velocità di crescita durante il trattamento, ma questi si normalizzano dopo la sospensione.

Lo scopo dei bloccanti non è “cambiare” nulla: è dare tempo. Tempo al giovane per maturare, per essere seguito da un’equipe multidisciplinare, e per prendere eventuali decisioni future con maggiore consapevolezza, evitando nel frattempo lo sviluppo di caratteristiche sessuali secondarie che potrebbero causare sofferenza significativa.

Ormoni: non prima dell’adolescenza

La terapia ormonale (testosterone o estrogeni) viene considerata solo in adolescenza, dopo una valutazione approfondita da parte di un’equipe multidisciplinare che include endocrinologi, psicologi e psichiatri [4]. Le linee guida della Endocrine Society indicano che la maggior parte degli adolescenti ha la capacità di dare un consenso informato a questo trattamento parzialmente irreversibile intorno ai 16 anni, pur riconoscendo che in casi specifici si può iniziare prima [4].

Chirurgia: non sui minori

Gli interventi chirurgici di affermazione di genere non vengono eseguiti su minori secondo le principali linee guida internazionali [4][5]. Questo è un punto su cui la disinformazione è particolarmente aggressiva: l’affermazione che “operano i bambini” non ha riscontro nella pratica clinica né nei protocolli esistenti.

L’efficacia documentata

Uno studio di coorte prospettico pubblicato su JAMA Network Open nel 2022 (Tordoff et al.) ha seguito giovani transgender e non-binari tra i 13 e i 20 anni per 12 mesi, riscontrando che l’accesso a cure di affermazione di genere era associato a una riduzione del 60% della probabilità di depressione moderata o grave e del 73% della probabilità di ideazione suicidaria [8].

Le paure più comuni delle famiglie, analizzate con i dati

“E se cambiasse idea?”

Il tasso di detransizione è basso secondo le revisioni sistematiche disponibili, e quando avviene è spesso motivato da pressioni sociali esterne piuttosto che da un cambiamento dell’identità di genere. Inoltre, il sistema di valutazione multidisciplinare previsto dalle linee guida serve proprio a questo: accompagnare il giovane nel tempo, verificare la persistenza dell’incongruenza di genere e procedere solo quando le condizioni cliniche lo giustificano [5]. La transizione sociale è completamente reversibile. I bloccanti della pubertà sono reversibili [13]. Ogni passo successivo viene valutato con gradualità crescente.

“Non è colpa mia / dell’educazione?”

No. Le evidenze scientifiche indicano che l’identità di genere ha basi biologiche e non è determinata dallo stile genitoriale, dall’ambiente familiare o da esperienze specifiche durante l’infanzia [11][12]. Non è qualcosa che un genitore “causa” o che avrebbe potuto prevenire. Questo dato, per molte famiglie, è tanto liberatorio quanto la paura iniziale era paralizzante.

“La società lo farà soffrire”

Questa preoccupazione è fondata: le persone transgender affrontano discriminazione reale. Ma i dati mostrano che il fattore protettivo più potente contro le conseguenze della discriminazione è proprio il supporto familiare [1][2]. I giovani trans con famiglie accettanti affrontano le difficoltà esterne con risorse psicologiche significativamente maggiori. La discriminazione sociale è un problema da affrontare, non un motivo per negare l’identità di un figlio.

“Non so come comportarmi”

È normale. Nessun genitore nasce preparato a questa situazione, e l’onestà nel riconoscere la propria incertezza è un punto di forza, non una debolezza. La sezione successiva offre indicazioni pratiche basate su quanto emerge dalla ricerca.

Cosa significa supportare concretamente

Il Family Acceptance Project ha identificato comportamenti familiari specifici associati a migliori esiti di salute [1][2]. Non si tratta di gesti grandiosi, ma di pratiche quotidiane.

Cosa fare

  • Usare il nome e i pronomi che la persona chiede. È il gesto più basilare e uno dei più significativi. Non è necessario “capire” per rispettare.
  • Informarsi. Leggere articoli come questo, consultare fonti scientifiche, parlare con professionisti. L’ignoranza non è colpa, ma restare nell’ignoranza è una scelta.
  • Parlare con il proprio figlio o la propria figlia. Ascoltare senza giudicare, fare domande genuine, esprimere amore anche quando si è confusi. “Non capisco tutto, ma ti voglio bene e voglio capire” è una frase che salva.
  • Cercare supporto professionale. Un terapeuta esperto in questioni di genere può aiutare sia il giovane sia la famiglia nel percorso. L’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) coordina centri specializzati in tutta Italia.
  • Non isolare il proprio figlio. Permettergli di frequentare spazi sicuri, gruppi di pari, associazioni. L’isolamento è tra i fattori di rischio più documentati.
  • Difendere il proprio figlio. Quando subisce discriminazione a scuola, in famiglia allargata o in altri contesti, la presenza attiva del genitore è un fattore protettivo potente.

Cosa evitare

  • Non tentare di “correggere” l’identità di genere. Le terapie di conversione (o “riparative”) sono condannate da tutte le principali organizzazioni mediche e psicologiche internazionali. Il Family Acceptance Project ha documentato che i tentativi familiari di cambiare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di un adolescente sono tra i comportamenti rifiutanti con le conseguenze più gravi sulla salute mentale [2].
  • Non minimizzare. Frasi come “è solo una fase”, “lo fai per attenzione” o “ci penserai quando sarai grande” comunicano rifiuto, anche quando l’intenzione è protettiva.
  • Non imporre il silenzio. Chiedere a un figlio di “non dirlo a nessuno” o di “comportarsi normalmente” equivale a comunicare che la sua identità è qualcosa di cui vergognarsi.

Risorse in Italia

L’Italia dispone di una rete di servizi e associazioni che possono supportare famiglie e persone transgender. Ecco i riferimenti principali.

Servizi istituzionali

  • Infotrans.it — Il primo portale istituzionale europeo dedicato alle persone transgender, sviluppato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in collaborazione con l’UNAR [14]. Contiene informazioni su percorsi di salute, diritti, centri clinici e una mappa dei servizi sul territorio. Sito: infotrans.it
  • ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) — Raccoglie i professionisti e i centri italiani che si occupano di percorsi di affermazione di genere, inclusa una Commissione Minorenni attiva dal 2012. I centri ONIG seguono gli standard WPATH [5]. Sito: onig.it

Associazioni per le famiglie

  • Agedo (Associazione di Genitori, Parenti e Amici di persone LGBT+) — Fondata nel 1992, è l’associazione di riferimento per i genitori. Con 33 sedi territoriali in tutta Italia, offre gruppi di ascolto, supporto tra pari e accompagnamento per famiglie che stanno affrontando il coming out di un figlio. Sito: agedonazionale.org

Numeri utili

  • Gay Help Line: 800 713 713 — Numero verde nazionale contro omofobia e transfobia, attivo dal lunedì al sabato dalle 16:00 alle 20:00. Gratuito da fisso e mobile. Gestito dal Gay Center.
  • Telefono Amico Italia: 02 2327 2327 — Attivo ogni giorno dalle 9:00 a mezzanotte, offre ascolto e supporto.

Un percorso, non un momento

Le famiglie che oggi si trovano ad affrontare il coming out di un figlio transgender non sono sole e non devono affrontare questo percorso senza strumenti. La ricerca scientifica su questo tema è cresciuta enormemente negli ultimi quindici anni, e il messaggio che emerge è coerente: l’accettazione familiare non è un atto ideologico, è un fattore protettivo documentato, con effetti misurabili sulla salute mentale e fisica dei giovani transgender [1][2][10].

Nessuno chiede alle famiglie di avere tutte le risposte immediatamente. La scienza non chiede perfezione: chiede presenza, ascolto e la disponibilità a mettere in discussione le proprie assunzioni quando i dati indicano una direzione diversa da quella che ci aspettavamo.

I dati sono chiari. Quello che una famiglia decide di fare con quei dati resta, come sempre, una scelta personale. Ma è una scelta che si può fare informati.

Approfondimenti

  • Libro The Transgender Child (2008)
  • Documentario Growing Up Trans (2015)
  • Serie TV Transparent (2014)

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