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Le persone trans nella storia

Pubblicato una settimana fa · 14 fonti citate Generato con AI
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Le persone trans nella storia

L’idea che le persone trans siano un fenomeno recente, un prodotto della modernità o una “moda” contemporanea, è tra i miti più diffusi e più facilmente smentibili sull’identità di genere. La documentazione storica, archeologica e antropologica racconta una storia completamente diversa: in ogni epoca e in ogni angolo del pianeta, le società umane hanno conosciuto persone il cui genere non corrispondeva a quello assegnato alla nascita [3]. Molte di queste culture non solo riconoscevano la varianza di genere, ma le attribuivano un valore sociale, spirituale o cerimoniale specifico.

Questa voce esplora le tracce delle identità di genere non conformi attraverso le civiltà, dai templi della Mesopotamia alle corti imperiali di Roma, dalle tradizioni millenarie dell’Asia meridionale ai popoli indigeni delle Americhe, dell’Africa e della Polinesia. Un avvertimento metodologico è necessario fin dall’inizio: applicare le categorie occidentali contemporanee — “transgender”, “non binario”, “donna trans” — a persone vissute in contesti culturali radicalmente diversi è un’operazione che richiede cautela. Le esperienze qui descritte testimoniano la diversità di genere come costante umana universale, ma ciascuna va compresa nel proprio contesto storico e culturale.

Mesopotamia e Antico Egitto

I sacerdoti Gala della Mesopotamia

Le tracce più antiche di persone con ruoli di genere non conformi risalgono alla Mesopotamia del terzo millennio a.C. I gala (in accadico kalû) erano sacerdoti del tempio della dea Inanna (poi Ishtar) che vivevano un’identità di genere distinta da quella maschile [3]. I testi sumeri li descrivono come persone che cantavano in un registro vocale femminile, il cosiddetto eme-sal (lingua femminile), e che svolgevano ruoli cerimoniali specifici legati al culto della dea. Un proverbio sumero recita: “Quando il gala si pulì l’ano, disse: non devo eccitare ciò che appartiene alla mia signora Inanna” — un riferimento che suggerisce una rinuncia deliberata alla sessualità maschile come parte della loro identità sacerdotale.

I gala non erano figure marginali: testi amministrativi del periodo di Ur III (2112-2004 a.C.) documentano razioni alimentari e compensi per i gala impiegati nei templi. La dea Inanna stessa era associata alla trasformazione di genere: un inno del periodo paleo-babilonese la descrive come colei che “trasforma un uomo in una donna e una donna in un uomo”. La varianza di genere, in questo contesto, non era una deviazione ma una manifestazione del potere divino.

Hatshepsut e l’ambiguità di genere nell’Antico Egitto

Nell’Antico Egitto, la faraona Hatshepsut (circa 1507-1458 a.C.) rappresenta un caso complesso e dibattuto [12]. Nata donna, regnò come faraone a pieno titolo durante la XVIII dinastia, un ruolo codificato come esclusivamente maschile. Non si limitò ad assumere il titolo: si fece rappresentare con la barba posticcia cerimoniale, il copricapo nemes e il corpo maschile nelle statue ufficiali. Le iscrizioni la descrivono alternando pronomi maschili e femminili [12].

Gli egittologi contemporanei discutono se la scelta di Hatshepsut fosse un’espressione di identità di genere o una strategia politica necessaria per legittimare il proprio potere in un sistema che non prevedeva una sovranità femminile. Probabilmente entrambe le dimensioni coesistevano. Ciò che resta significativo è che la cultura egizia disponeva di un linguaggio e di un apparato iconografico sufficientemente flessibile da accogliere un sovrano il cui genere non era riducibile a una sola categoria.

Il mondo greco-romano

I Galli: sacerdoti di Cibele

Nell’antica Roma, i Galli (Gallae al femminile) erano sacerdoti della dea frigia Cibele (la Magna Mater) che vivevano come donne dopo aver compiuto un rito di autocastrazione [2]. Le fonti romane — tra cui Catullo, Ovidio e Luciano — li descrivono con abiti femminili, capelli lunghi, trucco e ornamenti. I Galli adottavano nomi femminili e utilizzavano il femminile per riferirsi a sé. La loro presenza a Roma è documentata dal II secolo a.C. e il culto di Cibele fu ufficialmente accolto nel pantheon romano nel 204 a.C. [2].

L’atteggiamento romano verso i Galli era ambivalente: da un lato erano rispettati come figure religiose, dall’altro erano oggetto di derisione e disprezzo da parte di autori che vedevano nella loro rinuncia alla virilità una trasgressione inaccettabile. Questa ambivalenza — venerazione religiosa e stigma sociale — risuona con le esperienze di molte comunità di genere non conforme nel mondo contemporaneo.

Elagabalo: un’imperatrice romana?

Tra le figure più discusse dell’antichità c’è Elagabalo (circa 204-222 d.C.), imperatore romano dal 218 al 222 [1]. Le fonti antiche, in particolare lo storico Cassio Dione, riferiscono comportamenti che in termini contemporanei potremmo ricondurre a un’identità transgender. Secondo Cassio Dione, Elagabalo preferiva essere chiamata “signora” (domina) piuttosto che “signore” (dominus), indossava abiti tradizionalmente femminili, si truccava e — dettaglio particolarmente significativo — chiese ai medici di praticarle un intervento chirurgico per dotarla di genitali femminili, promettendo grandi somme a chi fosse in grado di eseguire l’operazione [1].

Elagabalo fu anche sacerdote del dio solare Elagabalus, una divinità siriaca, e praticava riti che i contemporanei romani consideravano orientali e scandalosi. Fu assassinata a soli 18 anni in una congiura di palazzo [1].

Occorre cautela nell’interpretare queste fonti. Gli storici romani erano ostili a Elagabalo per ragioni politiche, religiose e culturali, e potrebbero aver esagerato o distorto aspetti della sua personalità per screditarla. Tuttavia, la specificità e la coerenza delle testimonianze — il desiderio di un corpo femminile, l’uso di pronomi e appellattivi femminili, l’adozione sistematica di ruoli e abiti di genere femminile — suggeriscono un’esperienza genuina di identità di genere non conforme al sesso assegnato alla nascita.

Nel 2023, il Museo North Hertfordshire in Inghilterra ha scelto di riferirsi a Elagabalo con pronomi femminili nelle proprie esposizioni, scatenando un acceso dibattito pubblico che dimostra quanto la storia delle identità di genere resti un terreno politicamente carico.

Asia: tradizioni millenarie

Hijra — la terza natura dell’India

La tradizione più documentata e longeva di identità di genere non binaria è quella delle Hijra dell’Asia meridionale — presente in India, Pakistan, Bangladesh e Nepal [5]. La comunità Hijra esiste da almeno 4.000 anni e ha radici profonde nei testi sacri dell’induismo [11].

I Veda (1500-500 a.C.) descrivono tre nature (prakrti): pums-prakrti (natura maschile), stri-prakrti (natura femminile) e tritiya-prakrti (terza natura) [11]. Il Kama Sutra riprende la stessa tripartizione. Secondo il Ramayana, il dio Rama, partendo per l’esilio, ordinò ai suoi seguaci di tornare alla città. Uomini e donne obbedirono, ma coloro che non erano né uomini né donne rimasero ad aspettarlo per 14 anni. Al suo ritorno, Rama li benedisse e conferì loro il potere di benedire e maledire durante le cerimonie [11].

Le Hijra tradizionalmente partecipano a cerimonie di nascita e matrimonio, dove la loro benedizione è considerata di buon auspicio [5]. Molte sono devote della dea Bahuchara Mata e considerano il proprio genere una vocazione spirituale. Storicamente, le Hijra godevano di un rispetto significativo: durante il periodo Mughal (1526-1857), ricoprivano ruoli di fiducia nelle corti imperiali come consigliere, guardiane dell’harem e amministratrici [5].

La colonizzazione britannica segnò un punto di svolta devastante. Il Criminal Tribes Act del 1871 classificò le Hijra come una “tribù criminale”, criminalizzando la loro stessa esistenza e avviando un processo di emarginazione che durò oltre un secolo [5]. Solo nel 2014, con la sentenza NALSA v. Union of India, la Corte Suprema indiana ha riconosciuto ufficialmente il terzo genere, citando esplicitamente le radici culturali e religiose di questa identità [6].

Kathoey in Thailandia

In Thailandia, le kathoey rappresentano una delle comunità di genere non conforme più visibili al mondo [3]. Il termine, spesso tradotto come “terzo genere” o “secondo tipo di donna”, ha radici nella cultura buddhista thai e compare già nei testi antichi del paese. Le kathoey erano tradizionalmente considerate il risultato del karma di vite precedenti — una spiegazione che, nel contesto buddhista, non comportava necessariamente una connotazione negativa.

La visibilità sociale delle kathoey in Thailandia è alta: sono presenti nell’industria dell’intrattenimento, nella moda e nella vita quotidiana. Tuttavia, il riconoscimento legale resta limitato e la discriminazione nel mercato del lavoro è diffusa. Il caso thailandese illustra una contraddizione che si ritrova in molte culture: accettazione sociale informale senza parità giuridica formale.

Waria in Indonesia

In Indonesia, le waria (termine che combina wanita, donna, e pria, uomo) sono una comunità con radici che precedono l’arrivo dell’islam nell’arcipelago [3]. Nelle culture pre-islamiche dell’isola di Sulawesi, i bissu del popolo Bugis erano sacerdoti di genere non binario che mediavano tra il mondo umano e quello spirituale. La cosmologia Bugis riconosce tradizionalmente cinque generi: makkunrai (donna), oroané (uomo), calalai (persona assegnata femmina che assume un ruolo maschile), calabai (persona assegnata maschio che assume un ruolo femminile) e bissu (che combina tutti i generi) [3].

Americhe: i Two-Spirit

Un concetto pan-indigeno

Nelle culture dei popoli nativi del Nord America, la diversità di genere era ampiamente riconosciuta prima della colonizzazione europea. Il termine Two-Spirit (Due Spiriti) fu adottato nel 1990, durante il terzo incontro annuale intertribale dei nativi americani e delle Prime Nazioni gay e lesbiche a Winnipeg, come termine pan-indigeno per descrivere le persone che incarnano sia uno spirito maschile sia uno spirito femminile [4].

Prima della colonizzazione, oltre 150 nazioni native nordamericane riconoscevano ruoli di genere che non rientravano nel binarismo [4]. I nomi variavano da cultura a cultura: winkte presso i Lakota, nádleehí presso i Navajo, hemaneh presso i Cheyenne. Queste persone non erano considerate “uomini che vivevano come donne” o viceversa, ma occupavano una categoria di genere distinta, con ruoli sociali, cerimoniali e spirituali propri.

Le persone Two-Spirit spesso svolgevano funzioni di mediazione: tra il maschile e il femminile, tra il mondo umano e quello spirituale, tra la guerra e la pace [4]. In molte nazioni erano guaritori, consiglieri, narratori di storie e custodi di conoscenze cerimoniali. La loro identità era considerata un dono dello spirito, non una patologia o una trasgressione.

L’impatto della colonizzazione

La colonizzazione europea e la cristianizzazione forzata portarono alla sistematica persecuzione delle persone Two-Spirit. I missionari e i colonizzatori interpretarono queste identità attraverso la lente del peccato e della devianza, imponendo un binarismo di genere rigido che era estraneo alle culture native. Il risultato fu la soppressione violenta di tradizioni millenarie e l’interiorizzazione dello stigma da parte delle stesse comunità indigene.

Il movimento di recupero dell’identità Two-Spirit, a partire dagli anni ‘90 del Novecento, è parte di un più ampio processo di decolonizzazione culturale [4]. Per molte persone indigene contemporanee, riappropriarsi del concetto di Two-Spirit significa riconnettere l’identità di genere alle proprie radici culturali, al di fuori delle categorie imposte dalla cultura dominante.

Africa e Polinesia

Sekrata in Madagascar

In Madagascar, i Sekrata del popolo Sakalava sono persone assegnate maschio alla nascita che vengono cresciute come ragazze e vivono come donne [13]. La tradizione è documentata dagli antropologi fin dall’epoca coloniale. I Sekrata non sono stigmatizzati ma occupano un ruolo riconosciuto nella società Sakalava. La loro identità è tradizionalmente attribuita al destino (vintana) e non è considerata una scelta individuale ma una condizione determinata alla nascita [13].

Fa’afafine in Samoa e Mahu in Polinesia

In Samoa, le Fa’afafine (letteralmente “alla maniera di una donna”) sono persone assegnate maschio alla nascita che esprimono sia tratti maschili sia femminili [7]. Le Fa’afafine sono una parte riconosciuta e rispettata della cultura samoana da secoli. Non sono considerate né uomini né donne, ma un terzo genere con un ruolo sociale specifico, spesso legato alla cura della famiglia e della comunità. La psicologa samoana Aiono Fanaafi Le Tagaloa ha descritto le Fa’afafine come “una parte naturale della cultura samoana, non qualcosa che è stato importato o inventato” [7].

Nelle Hawaii e in altre culture polinesiane, i Mahu svolgono una funzione analoga. Il termine designa persone che incarnano sia lo spirito maschile sia quello femminile e che tradizionalmente avevano ruoli di insegnamento, guarigione e trasmissione culturale. I Mahu erano custodi delle danze sacre (hula) e dei canti genealogici. La colonizzazione americana delle Hawaii, a partire dal 1898, portò alla marginalizzazione dei Mahu, ma la loro tradizione non si è mai estinta e oggi è oggetto di un attivo processo di riscoperta e rivalutazione.

Europa moderna: storie individuali

Chevalier d’Eon (1728-1810)

Charles-Genevieve-Louis-Auguste-Andre-Timothee d’Eon de Beaumont, meglio conosciuto come Chevalier d’Eon, fu una delle figure più celebri dell’Europa del XVIII secolo [8]. Diplomatico, spia e schermidore al servizio di Luigi XV, d’Eon visse i primi 49 anni della propria vita presentandosi come uomo, per poi vivere gli ultimi 33 anni come donna, dopo che il re Luigi XVI stabilì ufficialmente nel 1777 che d’Eon fosse una donna e le ordinò di indossare abiti femminili [8].

La questione del genere di d’Eon fu oggetto di speculazione pubblica per decenni. A Londra, nel 1770, furono aperte scommesse alla Borsa sulla sua “vera natura sessuale”. D’Eon stessa, nel suo ultimo periodo di vita, affermò di essere sempre stata una donna costretta a vivere come uomo. Solo l’autopsia post mortem rivelò un corpo anatomicamente maschile [8]. La sua storia, al di là delle interpretazioni, testimonia che l’esperienza di vivere in un genere diverso da quello assegnato alla nascita non è un fenomeno del XXI secolo.

James Barry (1789-1865)

James Barry fu un chirurgo militare dell’esercito britannico che servì in Sudafrica, India, Malta, Giamaica e Canada, raggiungendo il grado di Ispettore Generale [9]. Fu tra i primi a eseguire con successo un taglio cesareo in Africa in cui sia la madre sia il bambino sopravvissero. Per tutta la durata della sua carriera — oltre 40 anni — Barry visse e fu riconosciuto come uomo.

Solo dopo la sua morte, nel 1865, la persona incaricata di preparare il corpo per la sepoltura dichiarò che Barry aveva un corpo anatomicamente femminile e segni di una gravidanza [9]. Lo scandalo fu enorme, ma Barry aveva espresso in vita la volontà di essere sepolto senza che il suo corpo fosse esaminato. Le interpretazioni contemporanee variano: alcuni storici vedono in Barry un uomo trans, altri una donna che adottò un’identità maschile per poter esercitare la professione medica in un’epoca che lo vietava alle donne. Indipendentemente dall’interpretazione, la vita di Barry dimostra che l’attraversamento delle categorie di genere ha una lunga storia nella cultura europea.

Lili Elbe (1882-1931)

Lili Elbe, nata Einar Magnus Andreas Wegener, fu una pittrice danese considerata una delle prime persone al mondo a sottoporsi a interventi chirurgici di affermazione di genere [10]. Sposata con la pittrice Gerda Wegener, Lili iniziò a vivere apertamente come donna negli anni ‘20 a Parigi. Nel 1930 si recò alla clinica di Dresda del dottor Kurt Warnekros, dove fu operata con il supporto scientifico dell’Institut fur Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld a Berlino [14].

Lili ottenne il riconoscimento legale della propria identità femminile dal re Cristiano X di Danimarca, che annullò il suo precedente matrimonio [10]. Morì nel 1931 per complicazioni legate a un successivo intervento chirurgico. La sua storia, raccontata nel libro postumo Man into Woman (1933) e nel film The Danish Girl (2015), rappresenta un ponte tra le esperienze storiche di varianza di genere e l’inizio della storia della medicina trans moderna.

Perché questa storia conta

La rassegna delle identità di genere non conformi attraverso le culture e le epoche non è un esercizio di erudizione fine a sé stesso. Ha almeno tre implicazioni concrete.

La prima è la confutazione dell’argomento della “novità”. Quando si afferma che le persone trans sono un’invenzione recente, un prodotto dei social media o una moda passeggera, la risposta è nei templi sumeri di 5.000 anni fa, nelle corti imperiali romane, nei villaggi samoani e nelle praterie del Nord America. La varianza di genere è una costante della specie umana, documentata in ogni continente e in ogni periodo storico per cui disponiamo di fonti.

La seconda è il riconoscimento della diversità delle esperienze. Le Hijra indiane, le Fa’afafine samoane, i Two-Spirit nativi americani e le persone trans occidentali contemporanee non sono la stessa cosa. Ciascuna di queste identità nasce in un contesto culturale, linguistico e spirituale specifico. Ridurle a un’unica categoria sarebbe un atto di semplificazione coloniale. Ciò che condividono è l’evidenza che il genere umano non si esaurisce in due categorie rigide — e che le società possono organizzarsi in modi molto diversi attorno a questa consapevolezza.

La terza è la comprensione di ciò che la colonizzazione ha distrutto. In molte culture, la varianza di genere non era un problema da risolvere ma un dono da onorare. I sacerdoti gala avevano un ruolo nei templi. Le persone Two-Spirit erano guaritrici e consigliere. Le Hijra benedicevano i matrimoni. Le Fa’afafine erano il tessuto connettivo della famiglia allargata. La criminalizzazione e la patologizzazione delle identità di genere non conformi non sono universali: sono il prodotto di una specifica traiettoria storica, in larga parte europea e coloniale, che si è imposta come norma globale solo negli ultimi secoli.

Conoscere questa storia non significa idealizzare il passato o le culture altre. Significa riconoscere che l’esperienza delle persone trans non nasce dal nulla, non è una deviazione dalla norma umana, e non scomparirà per quanto la si tenti di cancellare. È sempre stata qui. In ogni luogo, in ogni tempo, con nomi diversi e forme diverse — ma sempre qui.

Approfondimenti

  • Libro Transgender Warriors (1996)
  • Libro Trans: A Memoir (2015)
  • Documentario Disclosure: Trans Lives on Screen (2020)

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