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La protesta della piscina di Milano

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La protesta della piscina di Milano

Il 4 luglio 1980, in un pomeriggio di estate milanese, un gruppo di circa quindici donne trans entrò al Lido di Milano — un centro sportivo con piscina nella zona di San Siro — e mise in atto quella che sarebbe diventata la prima protesta pubblica per i diritti delle persone transgender in Italia [1][2]. Quel gesto, apparentemente semplice, innescò una catena di eventi che nel giro di due anni portò all’approvazione della Legge 164 del 1982, la prima normativa italiana a riconoscere il diritto alla rettificazione anagrafica del sesso [10]. Questa è la storia di quel pomeriggio e di ciò che ne seguì.

Il contesto: l’Italia alla fine degli anni Settanta

La sentenza della Corte Costituzionale del 1979

Per comprendere la protesta del 1980 è necessario fare un passo indietro. Fino alla fine degli anni Settanta, le persone trans in Italia vivevano in una condizione di totale invisibilità giuridica. Non esisteva alcuna norma che consentisse la rettificazione del sesso sui documenti d’identità, e chi si sottoponeva a interventi chirurgici di affermazione di genere all’estero si ritrovava con un corpo che non corrispondeva ai dati anagrafici [7].

Nel luglio 1979, la Corte Costituzionale emise la sentenza n. 98/1979, nella quale affermò che il diritto a ottenere il riconoscimento di un sesso diverso da quello anagrafico — acquisito attraverso intervento chirurgico — non rientrava tra i diritti inviolabili dell’essere umano [12]. Con questa pronuncia, la Corte sembrò chiudere ogni possibilità di cambiamento legale per le persone trans, generando frustrazione e senso di urgenza nella comunità.

Le prime mobilitazioni e il ruolo del Partito Radicale

La sentenza, paradossalmente, funzionò da catalizzatore [2]. Nell’ottobre 1979, Enzo Cucco ed Enzo Francone — attivisti legati al FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e al Partito Radicale — redassero una bozza di proposta di legge in risposta alla sentenza della Corte [2]. Il contatto con il mondo parlamentare fu immediato: il Partito Radicale, guidato da Marco Pannella, aveva fatto delle battaglie per i diritti civili una cifra identitaria e accolse la causa delle persone trans.

Un ruolo chiave ebbe anche Marzia Siclari, artista che consigliò alla giovane attivista Pina Bonanno di scrivere direttamente a Pannella per interessarlo alla questione [2]. Quel contatto si rivelò determinante: il Partito Radicale mise a disposizione le proprie sedi per le riunioni del nascente movimento transessuale.

Il 4 luglio 1980: la protesta

Cosa accadde al Lido di Milano

Nel pomeriggio del 4 luglio 1980, intorno alle 17:00, un gruppo di circa quindici donne trans entrò al Lido di Milano, il centro balneare pubblico nella zona di San Siro [1]. La struttura era affollata: famiglie, bambini, bagnanti che cercavano sollievo dal caldo estivo.

Le donne si riunirono in un sit-in dimostrativo e, dopo aver attirato l’attenzione dei presenti, si tolsero la parte superiore del costume da bagno [1][3]. Il gesto fu accompagnato da uno striscione che, secondo le ricostruzioni, recitava: “Siamo transessuali, basta con la discriminazione” [3].

Il personale della piscina intervenne immediatamente, intimando alle manifestanti di rivestirsi perché il topless era vietato dal regolamento. La risposta fu tanto semplice quanto devastante sul piano logico e politico: essendo identificate come uomini sui loro documenti d’identità, avevano pieno diritto di restare a torso nudo, esattamente come qualsiasi altro uomo nella struttura [1][5].

Era una provocazione calcolata che metteva a nudo — letteralmente e figurativamente — l’assurdità del sistema giuridico italiano: lo Stato le considerava uomini, ma i loro corpi raccontavano una storia diversa. Se lo Stato voleva trattarle da uomini, allora doveva concedere loro i diritti degli uomini, compreso quello di fare il bagno a torso nudo. Se, invece, le considerava donne, doveva riconoscere la loro identità di genere nei documenti [9].

L’intervento della polizia

La protesta durò circa un’ora. Poi arrivò la polizia. Tutte le manifestanti furono fermate e portate in questura, insieme a quattro giornalisti presenti come testimoni [1]. Le dimostranti furono denunciate per atti osceni in luogo pubblico [1][3] — un’accusa che, ancora una volta, si reggeva su una contraddizione: se erano uomini, come stabilivano i documenti, il torso nudo non poteva costituire atto osceno.

Tra le persone fermate c’era Pina Bonanno, originaria di Catania, che negli anni successivi sarebbe diventata presidente della sezione milanese del MIT (Movimento Italiano Transessuale) [2][4]. Bonanno fu una delle anime organizzative della protesta e una delle figure centrali del movimento trans italiano di quegli anni.

La copertura mediatica

La Rai documentò l’evento con un breve servizio televisivo che mostrava due delle manifestanti camminare a torso nudo tra i bagnanti della piscina [3]. Le immagini ebbero un impatto significativo: per la prima volta, il tema della condizione delle persone trans entrava nelle case degli italiani attraverso la televisione di Stato. I giornali dell’epoca — incluso il Corriere della Sera — diedero notizia della protesta il giorno successivo, contribuendo ad alimentare un dibattito che fino a quel momento era rimasto confinato negli ambienti militanti [1].

Dopo la piscina: dalla protesta alla legge

La nascita del MIT

Nella primavera del 1980, poco prima della protesta del Lido, le attiviste trans si erano organizzate formalmente fondando il MIT — Movimento Italiano Transessuale (oggi Movimento Identità Trans), con sede nelle stesse stanze del Partito Radicale in Piazza di Torre Argentina a Roma [8]. Il MIT è considerato uno dei più antichi gruppi per i diritti delle persone transgender non solo in Italia, ma nel mondo [8].

La protesta della piscina diede al MIT una visibilità enorme e una legittimazione pubblica che accelerò l’intero processo politico [7]. Il movimento dimostrò di saper utilizzare i propri corpi come strumento di rivendicazione politica, in una forma di attivismo che anticipava pratiche poi diventate comuni nei movimenti sociali contemporanei.

La manifestazione davanti a Montecitorio

Il 31 ottobre 1980, il MIT organizzò la prima manifestazione nazionale per i diritti delle persone trans: un corteo che partì dalla sede del Partito Radicale in Piazza di Torre Argentina e raggiunse Montecitorio, sede della Camera dei Deputati [2]. Le attiviste — si racconta — minacciarono esplicitamente i democristiani di “ripetere lo spettacolo della piscina” se le loro istanze non fossero state ascoltate.

Durante quella giornata, Pina Bonanno e una delegazione del MIT furono ricevute da diversi deputati e, soprattutto, dalla Presidente della Camera Nilde Iotti, che promise formalmente il primo intervento legislativo a favore delle persone trans [2]. Una seconda manifestazione si tenne il 10 marzo 1981, seguita da un incontro tra le attiviste e i vicepresidenti della Commissione Giustizia.

Il MIT portò inoltre la propria testimonianza al Parlamento Europeo di Strasburgo, internazionalizzando la questione e mettendo ulteriore pressione sul legislatore italiano [2].

Il percorso parlamentare

Il deputato radicale Franco De Cataldo fu il principale referente parlamentare della causa trans [2]. De Cataldo presentò la proposta di legge alla Camera il 27 febbraio 1980 — dunque ancora prima della protesta della piscina, a dimostrazione che l’iniziativa legislativa e l’attivismo di strada procedevano in parallelo. Tuttavia, fu proprio la mobilitazione del MIT a sbloccare l’iter parlamentare, che rischiava di arenarsi nei meandri delle commissioni [7].

De Cataldo intervenne in modo significativo rispetto alla bozza originale di Cucco e Francone: insistette affinché la rettificazione anagrafica avvenisse tramite sentenza del tribunale — e non per via amministrativa — e che si intervenisse direttamente sul Codice Civile [2]. Questa impostazione, più giuridicamente robusta, contribuì a rendere la legge accettabile anche per settori più conservatori del Parlamento.

L’approvazione della Legge 164

Il 14 aprile 1982, il Parlamento italiano approvò definitivamente la Legge n. 164, intitolata “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso” [10]. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini la promulgò e fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 19 aprile [10].

La legge stabiliva che:

  • La rettificazione dell’attribuzione di sesso poteva essere disposta con sentenza del tribunale quando, anche attraverso modificazioni dei caratteri sessuali, la persona fosse riconosciuta di sesso diverso da quello indicato nell’atto di nascita.
  • La sentenza di rettificazione comportava la modifica degli atti anagrafici e la possibilità di contrarre matrimonio.
  • Il processo richiedeva un iter giudiziario che includesse perizie mediche e psicologiche.

L’Italia divenne così uno dei primi paesi al mondo a dotarsi di una normativa organica sul riconoscimento dell’identità di genere [6] — un primato che, a distanza di oltre quarant’anni, viene spesso dimenticato nel dibattito contemporaneo.

L’eredità della protesta: dal 1982 a oggi

La Legge 164 tra conquista e limiti

La Legge 164 rappresentò una conquista storica, ma nacque come un compromesso. L’iter giudiziario previsto era lungo e complesso, e per decenni fu interpretata come se richiedesse obbligatoriamente l’intervento chirurgico di riassegnazione — un’interpretazione che la Corte di Cassazione e successivamente la Corte Costituzionale hanno progressivamente superato, riconoscendo che la rettificazione anagrafica può avvenire anche senza intervento chirurgico [6].

A distanza di oltre quarant’anni dalla sua approvazione, la Legge 164 è l’unica normativa che regola i percorsi di affermazione di genere in Italia. La comunità trans la considera in larga parte superata rispetto alle legislazioni di altri paesi europei. In occasione del primo Trans Pride di Milano, tenutosi il 4 maggio 2025 — nell’anniversario dell’entrata in vigore della legge — le attiviste e gli attivisti hanno chiesto una riforma profonda che tenga conto delle esigenze reali della comunità [11].

L’accesso agli spazi pubblici: un dibattito ancora aperto

Il tema sollevato dalla protesta del 1980 — l’accesso delle persone trans agli spazi pubblici divisi per genere — rimane attualissimo. In Italia, l’accesso a spogliatoi di piscine, palestre e strutture sportive è regolato dal sesso indicato sui documenti d’identità. Per le persone trans che si trovano all’inizio del percorso di affermazione di genere, questo significa dover utilizzare spazi che non corrispondono alla propria identità, con conseguenze significative in termini di disforia di genere, disagio psicologico e, in molti casi, rinuncia ad accedere a quei luoghi.

Il percorso di affermazione di genere in Italia dura in media non meno di quattro anni, e solo dopo circa tre la persona riesce a ottenere la rettificazione anagrafica di nome e genere. Durante questo periodo, la persona transgender vive una condizione di limbo burocratico che la espone quotidianamente a situazioni di imbarazzo, discriminazione e potenziale pericolo.

Alcune strutture hanno introdotto spogliatoi e bagni gender-free come soluzione inclusiva, ma si tratta di iniziative isolate, non supportate da una normativa nazionale. Il Decreto legislativo 81/2008 in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro prevede servizi igienici separati per uomini e donne, senza contemplare soluzioni alternative per le persone non binarie o in transizione.

Un evento fondativo dimenticato

La protesta della piscina di Milano occupa un posto particolare nella memoria del movimento trans italiano. Il MIT la definisce l’inizio di “45 anni di lotte” e la considera il proprio atto fondativo [8]. Eppure, al di fuori della comunità e degli ambienti accademici, l’evento è poco conosciuto.

Questo oblio è significativo. La storia del movimento trans italiano viene spesso raccontata a partire dalla Legge 164 o, al massimo, dalle influenze internazionali come le rivolte di Stonewall. La protesta del Lido di Milano dimostra invece che il movimento trans italiano ebbe una sua specificità e originalità [9]: non importò semplicemente modelli dall’estero, ma inventò forme di lotta proprie, radicate nella contraddizione specifica del contesto giuridico italiano.

Il significato politico della protesta

Il corpo come strumento di lotta

La genialità della protesta del 4 luglio 1980 risiede nella sua struttura logica [9]. Le manifestanti non infransero alcuna legge — o meglio, se la infransero, fu lo Stato a trovarsi in contraddizione con se stesso. Togliendosi il reggiseno in un luogo pubblico, le donne trans costrinsero le autorità a scegliere: o riconoscerle come donne (e dunque riconoscere la loro identità di genere), oppure trattarle come uomini (e dunque ammettere che il torso nudo non costituiva illecito). In entrambi i casi, la posizione dello Stato risultava insostenibile [5].

Questa strategia — usare il paradosso giuridico come arma politica — si rivelò efficace non solo sul piano mediatico, ma anche su quello legislativo. La protesta rese evidente, in modo concreto e visibile, ciò che le persone trans denunciavano da anni: l’ordinamento giuridico italiano non era in grado di gestire la loro esistenza.

Un’azione collettiva in un’epoca di emarginazione

È importante ricordare il contesto sociale in cui la protesta ebbe luogo. Alla fine degli anni Settanta, le persone trans in Italia vivevano in condizioni di profonda emarginazione [7]. Molte erano costrette alla prostituzione come unica fonte di reddito, erano vittime sistematiche di violenza e non avevano accesso ad alcuna forma di tutela legale o sanitaria. Le terapie ormonali venivano spesso praticate in modo clandestino e pericoloso.

In questo contesto, organizzare un’azione pubblica, mostrarsi a volto scoperto in una piscina affollata e affrontare l’arresto e la denuncia penale rappresentava un atto di coraggio straordinario. Le quindici donne che quel pomeriggio entrarono al Lido di Milano rischiavano non solo conseguenze legali, ma anche ritorsioni sociali in una società profondamente ostile.

Un filo che arriva fino a oggi

La protesta della piscina di Milano non è un episodio chiuso nella storia. È il punto di partenza di un percorso che, attraverso la Legge 164, le battaglie del MIT, le sentenze della Corte Costituzionale e le mobilitazioni contemporanee, arriva fino alla situazione attuale delle persone trans in Italia.

Le domande poste quel 4 luglio 1980 — chi decide quale genere siamo? Chi stabilisce a quali spazi abbiamo accesso? Come conciliare l’identità vissuta con quella registrata nei documenti? — sono le stesse che animano il dibattito odierno. E il metodo scelto da quelle quindici donne — rendere visibile la contraddizione, usare il proprio corpo come argomento politico, rifiutare l’invisibilità — continua a ispirare l’attivismo trans in Italia e nel mondo.

La prossima volta che si discute di accesso delle persone trans agli spazi pubblici, vale la pena ricordare che quel dibattito, in Italia, è iniziato in una piscina di Milano, in un pomeriggio d’estate di oltre quarant’anni fa.

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