La vaginoplastica: procedura e recupero

La vaginoplastica è l’intervento chirurgico di affermazione di genere più richiesto dalle donne trans. Ne circola una versione semplificata e spesso distorta: o viene presentata come una procedura banale, o al contrario come qualcosa di terrificante. La realtà è che si tratta di un intervento chirurgico complesso, con decenni di perfezionamento tecnico, risultati documentati e un quadro di evidenze scientifiche solido. Questo articolo spiega come funziona davvero, dalla preparazione al recupero, basandosi sulla letteratura medica. Non è un consiglio medico e non sostituisce il parere del chirurgo: è un punto di partenza per capire cosa aspettarsi. Per una panoramica su tutti gli interventi di affermazione di genere, rimandiamo all’articolo sulla chirurgia di affermazione di genere.
I prerequisiti: chi può accedere alla vaginoplastica
La vaginoplastica non è un intervento a cui si accede su richiesta. Esistono criteri clinici definiti a livello internazionale, aggiornati nel 2022 con la pubblicazione degli Standards of Care versione 8 (SOC-8) della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) [1].
I requisiti principali includono:
- Diagnosi documentata di incongruenza di genere, confermata da professionisti della salute mentale.
- Terapia ormonale per almeno 6 mesi (il SOC-8 ha ridotto il requisito precedente di 12 mesi) [1]. Gli estrogeni modificano la distribuzione del grasso, la pelle e i tessuti, influenzando anche la qualità dei risultati chirurgici.
- Valutazione psicologica: non per “dimostrare” la propria identità, ma per assicurarsi che la persona sia informata, stabile e supportata. Le condizioni di salute mentale che potrebbero influire negativamente sugli esiti vengono valutate e, se necessario, trattate prima dell’intervento.
- Una lettera di raccomandazione da parte di un professionista della salute mentale qualificato (il SOC-8 ha ridotto il requisito precedente di due lettere a una sola) [1].
- Età minima di 18 anni, con eccezioni possibili in casi specifici e in base alla legislazione locale.
- Capacità di consenso informato, con piena comprensione dei rischi, dei benefici e delle implicazioni irreversibili, inclusa la perdita della fertilità.
In Italia, il percorso passa attraverso i centri di riferimento coordinati dall’ONIG e prevede una valutazione psicologica di almeno sei mesi secondo il protocollo nazionale [13]. Dal 2024, grazie alla sentenza n. 143 della Corte Costituzionale, non è più necessaria l’autorizzazione del tribunale per procedere con l’intervento chirurgico [12].
Le tecniche chirurgiche
Esistono diverse tecniche di vaginoplastica. La scelta dipende dall’anatomia della paziente, dalla quantità di tessuto disponibile, dalle preferenze personali e dall’esperienza del chirurgo.
Inversione peniena (penile inversion vaginoplasty)
È la tecnica più diffusa al mondo e rappresenta lo standard di riferimento [3]. Il principio è relativamente intuitivo: il tessuto del pene e dello scroto viene riutilizzato per creare le strutture della neovagina e della vulva.
Il procedimento si articola in diverse fasi:
- Preparazione dei tessuti: la pelle del pene viene separata dalle strutture sottostanti (corpi cavernosi, corpo spongioso) con un’incisione circonferenziale. Questa fase richiede estrema precisione per preservare l’innervazione e la vascolarizzazione.
- Creazione del neoclitoride: il glande, che contiene la maggiore concentrazione di terminazioni nervose, viene ridimensionato e riposizionato nella posizione anatomica del clitoride. L’innervazione del fascio neurovascolare dorsale viene preservata per mantenere la sensibilità erogena.
- Formazione del canale vaginale: viene creata una cavità tra il retto e la prostata/vescica, nello spazio del setto rettovescicale. La pelle peniena, invertita come un guanto, viene inserita in questa cavità per rivestire le pareti del canale.
- Costruzione della vulva: il tessuto scrotale viene utilizzato per creare le grandi e piccole labbra. L’uretra viene accorciata e riposizionata. Il cappuccio clitorideo viene formato con tessuto penieno dorsale.
- Posizionamento del conformatore: al termine dell’intervento, un conformatore (stent) viene inserito nel canale vaginale e mantenuto in sede per 5-7 giorni, per prevenire il collasso dei tessuti durante la guarigione iniziale.
La profondità media della neovagina con questa tecnica è di circa 9-10 cm, anche se varia in base alla quantità di tessuto penieno disponibile [4]. In caso di tessuto insufficiente (ad esempio per circoncisione radicale pregressa o uso prolungato di bloccanti della pubertà), si possono utilizzare innesti cutanei aggiuntivi, tipicamente prelevati dallo scroto o dall’inguine.
L’intervento dura in media 4-6 ore.
Colonvaginoplastica (sigmoid vaginoplasty)
Questa tecnica utilizza un segmento del colon sigmoideo per creare il canale vaginale, al posto della pelle peniena [8]. È un intervento più invasivo perché richiede una procedura addominale (spesso laparoscopica) per prelevare il segmento intestinale.
I vantaggi principali sono:
- Profondità maggiore: la media è di 13-16 cm, significativamente superiore all’inversione peniena [8].
- Autolubrificazione: la mucosa intestinale produce naturalmente secrezioni, eliminando o riducendo la necessità di lubrificanti durante i rapporti.
- Minor rischio di stenosi: la mucosa intestinale è meno soggetta alla contrazione cicatriziale rispetto alla pelle, riducendo potenzialmente la necessità di dilatazione intensiva.
Gli svantaggi includono un intervento più lungo e invasivo, il rischio di complicanze addominali, e la possibilità di secrezioni con odore caratteristico (che tende a diminuire nei mesi successivi). I tassi di complicanze specifici sono: fistole al 2%, stenosi al 14%, necrosi tissutale all’1% e prolasso al 6% [8].
La colonvaginoplastica viene raccomandata in particolare per pazienti con lunghezza peniena stirata inferiore a 11,4 cm, ipoplasia penoscrotale, BMI elevato o come procedura di revisione dopo fallimento dell’inversione peniena [8].
Vaginoplastica peritoneale (peritoneal pull-through)
È la tecnica più recente e in rapida evoluzione, spesso eseguita con assistenza robotica [10]. Utilizza il peritoneo, la membrana sottile che riveste la cavità addominale, per creare il rivestimento del canale vaginale.
Il peritoneo viene prelevato attraverso un approccio laparoscopico o robotico e “tirato” verso il basso per rivestire la cavità neovaginale. Può essere combinato con l’inversione peniena per ottenere maggiore profondità (il lembo peritoneale aggiunge circa 5 cm alla lunghezza).
I vantaggi teorici includono:
- Tessuto sottile e flessibile, con capacità di lubrificazione
- Profondità media di circa 14 cm [10]
- Nessuna necessità di prelevare tessuto intestinale
- Cicatrici minime a livello addominale
Essendo una tecnica relativamente nuova, i dati a lungo termine sono ancora limitati. I primi risultati sono promettenti, con tassi di stenosi ridotti nelle versioni più recenti della procedura (dal 48% delle prime casistiche al 10% con le tecniche ottimizzate) [10]. La comunità chirurgica considera questa tecnica in fase di consolidamento: i risultati migliorano progressivamente man mano che i centri accumulano esperienza.
Vaginoplastica con digiuno (jejunum)
Questa tecnica utilizza un segmento del digiuno (jejunum), una porzione dell’intestino tenue, per creare il canale neovaginale [15]. Il segmento viene prelevato con il suo peduncolo vascolare intatto, e l’intestino viene riconnesso con un’anastomosi primaria. Il tessuto digiunale viene poi posizionato nella cavità neovaginale, spesso combinato con lembi peritoneali e pelle peniena/scrotale per la vulva esterna.
I vantaggi specifici rispetto alla colonvaginoplastica (che usa il sigma) includono:
- Tessuto naturalmente privo di peli: essendo tessuto intestinale, non richiede depilazione pre-operatoria con laser o elettrolisi, semplificando notevolmente la preparazione.
- Autolubrificazione: la mucosa digiunale produce secrezioni naturali, riducendo o eliminando la necessità di lubrificanti durante i rapporti.
- Minore produzione di muco: rispetto al colon sigmoideo, il digiuno tende a produrre meno secrezioni e con meno odore, anche se un certo grado di secrezione costante è presente.
- Ridotta necessità di dilatazione: rispetto all’inversione peniena, la mucosa intestinale è meno soggetta a stenosi.
Gli svantaggi includono la maggiore complessità chirurgica (richiede un approccio addominale, spesso robotico-assistito), il rischio di complicanze intestinali, e il fatto che le secrezioni sono costanti e non legate all’eccitazione, rendendo necessario l’uso di salvaslip. Uno studio del 2024 su sei pazienti ha riportato una profondità media di 7 cm e un diametro di 1,3 cm a 8 mesi dall’intervento, con un tasso di complicanze del 33% [15].
La tecnica è ancora relativamente poco diffusa nell’ambito della chirurgia di affermazione di genere, ma è stata utilizzata con successo da decenni per la ricostruzione vaginale in donne cisgender con agenesia mulleriana.
La preparazione all’intervento
La preparazione alla vaginoplastica inizia mesi prima della data dell’operazione e richiede impegno attivo da parte della paziente.
Depilazione permanente
Per molte tecniche chirurgiche, la rimozione permanente dei peli dal tessuto che verrà utilizzato per creare la neovagina è un passaggio importante della preparazione. Se i follicoli piliferi non vengono eliminati, possono causare crescita di peli all’interno del canale vaginale, con conseguenze che vanno dal disagio alle infezioni croniche, dalla formazione di calcoli piliferi alla dispareunia (dolore durante i rapporti) [11].
Le opzioni sono l’elettrolisi e la depilazione laser. La letteratura recente indica che il laser risulta più efficiente, meno doloroso e meno costoso rispetto all’elettrolisi, pur raggiungendo risultati comparabili [11]. La maggior parte dei chirurghi raccomanda di iniziare 6-12 mesi prima dell’intervento, con un periodo di attesa di 3 mesi dopo l’ultimo trattamento per verificare l’assenza di ricrescita. La depilazione non va eseguita nelle due settimane precedenti l’intervento.
L’area da trattare è principalmente la cute del pene, che verrà invertita per formare il canale vaginale.
Nota importante: la depilazione laser pre-operatoria non è sempre necessaria. Le tecniche che utilizzano tessuto intestinale (colonvaginoplastica, vaginoplastica con digiuno) non la richiedono, poiché la mucosa intestinale è naturalmente priva di peli. Inoltre, alcuni chirurghi che eseguono l’inversione peniena praticano la cauterizzazione intraoperatoria dei follicoli: il tessuto cutaneo viene sgrassato durante l’intervento per esporre i follicoli dal lato interno, che vengono poi cauterizzati uno per uno con elettrobisturi. Questa tecnica riduce significativamente la ricrescita, anche se non la elimina completamente. È fondamentale discutere con il proprio chirurgo quali preparazioni sono richieste in base alla tecnica scelta.
Preparazione medica
Nelle settimane precedenti l’intervento:
- Viene sospesa la terapia con estrogeni (generalmente 2-4 settimane prima) per ridurre il rischio tromboembolico
- Si eseguono esami ematici completi, elettrocardiogramma e visita anestesiologica
- Vengono sospesi farmaci che aumentano il rischio di sanguinamento (aspirina, anticoagulanti, integratori specifici)
- Si segue un regime alimentare specifico nei giorni precedenti
Preparazione intestinale
Il giorno prima dell’intervento si esegue una preparazione meccanica del colon (analoga a quella per una colonscopia), per svuotare completamente l’intestino. Questo riduce il rischio di contaminazione durante la creazione della cavità neovaginale, che avviene in prossimità del retto.
Preparazione pratica e logistica
Aspetti spesso sottovalutati ma fondamentali [14]:
- Organizzare almeno 6-8 settimane di assenza dal lavoro
- Predisporre un ambiente domestico adatto al recupero (letto accessibile, bagno vicino)
- Avere una persona di supporto disponibile nelle prime 2-3 settimane
- Acquistare in anticipo il kit di dilatatori, cuscini specifici, biancheria comoda
- Preparare pasti surgelati o organizzare la consegna di cibo
Il giorno dell’intervento
Il ricovero avviene generalmente il giorno precedente o la mattina stessa dell’intervento.
L’anestesia è generale e l’intervento dura in media 4-6 ore per l’inversione peniena, e può essere più lungo per le tecniche che richiedono un approccio addominale. Al termine dell’operazione, vengono posizionati un catetere vescicale (che resterà per 5-7 giorni), il conformatore vaginale e le medicazioni compressive.
Il risveglio avviene in sala di risveglio o terapia intensiva post-operatoria. Il dolore viene gestito inizialmente con analgesici endovenosi (spesso con pompa per analgesia controllata dalla paziente - PCA), per poi passare gradualmente a farmaci orali nei giorni successivi.
Il ricovero ospedaliero dura in media 5-7 giorni. Durante questo periodo:
- La paziente rimane a letto per le prime 24-48 ore
- Si inizia una mobilizzazione graduale dal secondo o terzo giorno
- Il catetere vescicale viene rimosso tra il quinto e il settimo giorno
- Il conformatore viene rimosso e si effettua il primo esame della neovagina
- Viene insegnata la tecnica di dilatazione [14]
Il post-operatorio e la dilatazione
Il post-operatorio della vaginoplastica è un percorso lungo e impegnativo. La dilatazione è probabilmente l’aspetto più cruciale e sottovalutato dell’intero processo chirurgico.
Perché la dilatazione è essenziale
Il corpo umano reagisce a ogni intervento chirurgico con un processo di cicatrizzazione. Nel caso della neovagina, la tendenza naturale dei tessuti è quella di contrarsi e chiudersi. La dilatazione contrasta questo processo mantenendo il canale aperto, preservando la profondità e l’ampiezza ottenute in sala operatoria [14].
La perdita di profondità o la chiusura completa del canale (stenosi) rappresenta una delle complicanze più significative: studi recenti riportano un’incidenza cumulativa di perdita completa del canale del 5% ogni sei mesi nel primo anno post-operatorio, con la fatica da dilatazione come principale fattore contribuente [6].
Il protocollo di dilatazione
Il protocollo varia tra i centri, ma segue una struttura simile [14]:
Settimane 1-6 (fase acuta): dilatazione 3-4 volte al giorno, per 20-30 minuti a sessione. Si parte con il dilatatore più piccolo (taglia 0 o 1) e si aumenta gradualmente. Questa è la fase più impegnativa: il tessuto è ancora in fase di guarigione, il disagio è comune e la costanza è fondamentale.
Settimane 6-12 (fase subacuta): la frequenza si riduce a 2-3 volte al giorno. Il tessuto cicatriziale inizia a rimodellarsi. Si progredisce verso dilatatori di taglia maggiore (generalmente taglia 2 entro la terza settimana, taglia 3 entro la quinta, taglia 4 entro la settima).
Mesi 3-12: la frequenza si riduce a 1-2 volte al giorno, con sessioni di 15-20 minuti. Questa fase è di consolidamento.
Dopo il primo anno: la dilatazione diventa parte della routine a lungo termine, con frequenza variabile (da una volta al giorno a qualche volta alla settimana). I rapporti sessuali penetrativi, quando presenti, possono sostituire in parte le sessioni di dilatazione, ma non completamente.
La dilatazione è un impegno a vita. Questo va comunicato chiaramente prima dell’intervento e rappresenta un fattore determinante nella decisione.
Gestione del dolore e del disagio
Il dolore post-operatorio è più intenso nei primi 7-10 giorni e viene gestito con analgesici. Il gonfiore e gli ematomi sono normali e si risolvono gradualmente nell’arco di 4-6 settimane. La sensazione di pressione perineale è comune nelle prime settimane.
La dilatazione iniziale può essere scomoda o dolorosa. Con il tempo, il disagio diminuisce significativamente. L’uso di lubrificanti abbondanti (a base d’acqua) è fondamentale.
La timeline del recupero
Ecco una panoramica realistica dei tempi di recupero:
Prima settimana: riposo a letto, dolore gestito con farmaci, catetere in sede, prime medicazioni.
Settimane 2-3: mobilizzazione graduale in casa, inizio della dilatazione autonoma, rimozione delle suture. Disagio significativo ma in miglioramento.
Settimane 4-6: possibilità di brevi uscite, il gonfiore si riduce visibilmente, la dilatazione diventa più gestibile. Molte pazienti iniziano a sentirsi autonome.
Settimane 6-8: possibile ritorno al lavoro per attività sedentarie. Visita di controllo chirurgica.
Mesi 3-6: ripresa graduale delle attività fisiche (evitando sforzi intensi). L’aspetto estetico migliora progressivamente. Si può valutare la ripresa dell’attività sessuale, con cautela e gradualità.
Mesi 6-12: stabilizzazione dei risultati. Le cicatrici maturano, la sensibilità migliora, l’aspetto si avvicina al risultato finale.
Oltre il primo anno: risultati definitivi. La ripresa della terapia ormonale (sospesa prima dell’intervento) contribuisce al mantenimento dei tessuti.
Complicanze e tassi di rischio
Come ogni intervento chirurgico maggiore, la vaginoplastica comporta rischi. La trasparenza su questo punto è fondamentale per decisioni realmente informate.
Complicanze generali
Sono quelle comuni a qualsiasi intervento in anestesia generale: infezioni (gestite con antibiotici), sanguinamento (raramente richiede re-intervento), trombosi venosa profonda (prevenuta con eparina e mobilizzazione precoce), reazioni avverse all’anestesia.
Complicanze specifiche
Una meta-analisi aggiornata del 2021, che ha analizzato 57 studi per un totale di 4.680 casi, ha riportato i seguenti tassi per la tecnica a inversione peniena [2]:
- Stenosi vaginale (restringimento del canale): 10%. È la complicanza più comune. Può essere gestita con dilatazione intensificata o, nei casi severi, con revisione chirurgica.
- Necrosi tissutale (morte parziale del tessuto trapiantato): 5%. Generalmente limitata e gestibile.
- Prolasso della neovagina: 2%. Richiede correzione chirurgica.
- Fistole (comunicazioni anomale tra neovagina e retto o uretra): 1%. Complicanza seria che richiede re-intervento.
Complicanze urologiche
Una revisione sistematica del 2023, che ha analizzato 27 studi su 3.388 pazienti, ha riportato [7]:
- Getto urinario debole o deviato: 11,7%
- Stenosi del meato urinario: 6,9%
- Sintomi irritativi (urgenza, frequenza): 11,5%
La maggior parte di queste complicanze è gestibile con trattamenti conservativi o interventi minori.
Il tasso di re-intervento
Circa il 15-20% delle pazienti richiede una o più revisioni chirurgiche, generalmente per miglioramenti estetici, correzione di stenosi o ottimizzazione funzionale [2]. Le revisioni sono procedure minori rispetto all’intervento originale.
È importante contestualizzare: questi tassi di complicanze sono paragonabili a quelli di altre chirurgie ricostruttive complesse e sono in costante miglioramento grazie al perfezionamento delle tecniche.
I risultati: profondità, estetica e sensibilità
Profondità vaginale
La profondità media della neovagina varia in base alla tecnica:
- Inversione peniena: circa 9-10 cm (con variabilità da 7 a 15 cm a seconda del tessuto disponibile) [4]
- Peritoneale: circa 14 cm [10]
- Colonvaginoplastica: circa 13-16 cm [8]
Per confronto, la profondità media della vagina in donne cisgender è di 9-12 cm. La profondità ottenuta con l’inversione peniena è quindi nella maggior parte dei casi sufficiente per i rapporti sessuali.
Risultati estetici
I risultati estetici sono migliorati enormemente negli ultimi decenni. Le donne trans dopo vaginoplastica riportano punteggi sulla Female Genital Self-Image Scale (FGSIS) comparabili a quelli delle donne cisgender [2]. L’aspetto della vulva, incluse grandi labbra, piccole labbra, cappuccio clitorideo e meato uretrale, è generalmente naturale, anche se una certa variabilità è inevitabile (così come lo è nelle donne cisgender).
Alcuni centri offrono procedure di revisione estetica (labioplastica secondaria, revisione del cappuccio clitorideo) per ottimizzare il risultato.
Sensibilità e funzione sessuale
Questo è uno degli aspetti su cui le pazienti hanno più domande e comprensibilmente più preoccupazioni.
La letteratura scientifica è rassicurante. Una revisione sistematica del 2021 ha analizzato la funzione sessuale dopo vaginoplastica e ha rilevato che [9]:
- Il 76-90% delle pazienti riporta la capacità di raggiungere l’orgasmo dopo l’intervento
- Il clitoride è la zona con maggiore sensibilità riportata (67,7% delle pazienti lo descrive come “sufficientemente sensibile”)
- La stimolazione clitoridea è il metodo principale per raggiungere l’eccitazione e l’orgasmo
- Il 70% delle pazienti valuta la propria fiducia sessuale post-operatoria con punteggi superiori a 7 su 10
La preservazione della sensibilità dipende in larga misura dalla tecnica chirurgica e dall’esperienza del chirurgo nel preservare il fascio neurovascolare dorsale durante la creazione del neoclitoride [3]. Un breve periodo di ipersensibilità nelle settimane successive all’intervento è normale e si risolve spontaneamente.
Soddisfazione complessiva e rimpianto
I dati sulla soddisfazione sono tra i più solidi dell’intera letteratura chirurgica.
La meta-analisi del 2021 riporta una soddisfazione complessiva del 91% e un tasso di rimpianto del 2% [2]. Questi numeri sono straordinariamente positivi se confrontati con qualsiasi altro intervento chirurgico elettivo. La chirurgia di sostituzione del ginocchio, per esempio, ha tassi di insoddisfazione tra il 6% e il 30%.
Nei rari casi di rimpianto, i fattori associati non riguardano l’identità di genere ma piuttosto:
- Complicanze post-operatorie non risolte
- Risultati estetici o funzionali insoddisfacenti
- Scarso supporto sociale post-operatorio
- Condizioni di salute mentale preesistenti non adeguatamente trattate
In altre parole, il rimpianto è legato quasi sempre a come è andato l’intervento, non a chi si è.
La vaginoplastica in Italia
Centri di riferimento
In Italia, diversi centri ospedalieri pubblici eseguono vaginoplastiche nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale [13]. I principali includono:
- Roma - Ospedale San Camillo-Forlanini (SAIFIP): centro storico per la chirurgia di affermazione di genere in Italia
- Torino - Città della Salute e della Scienza (CIDIGem): centro di riferimento piemontese
- Padova - Azienda Ospedaliero-Universitaria: designata nel 2023 come Centro di Riferimento Regionale per l’Incongruenza di Genere (CRRIG) dalla Regione Veneto
- Firenze - Ospedale di Careggi
- Bari - Policlinico
- Napoli - Federico II
I centri sono coordinati dall’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e seguono protocolli condivisi.
Copertura SSN e tempi di attesa
La vaginoplastica è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale [13]. La paziente sostiene solo il costo del ticket, quando previsto. Dal 2024, grazie alla sentenza n. 143 della Corte Costituzionale, non è più necessaria l’autorizzazione del tribunale per accedere all’intervento: la decisione è esclusivamente tra la paziente e il team medico [12].
Il problema principale resta la disponibilità: i centri SSN eseguono un numero limitato di interventi all’anno (circa 60 in totale a livello nazionale), e le liste di attesa vanno da 2 a 5 anni [13]. Questo dato è importante e va considerato nella pianificazione del proprio percorso.
Chi sceglie il percorso privato, in Italia o all’estero, deve mettere in conto costi che variano da 15.000 a oltre 25.000 euro, a seconda del centro e della tecnica utilizzata.
Rimborso per interventi all’estero: è possibile ottenere un rimborso dal SSN anche per interventi eseguiti in altri Paesi dell’Unione Europea, attraverso la normativa sull’assistenza sanitaria transfrontaliera (Direttiva 2011/24/UE). Il rimborso copre l’importo che il SSN avrebbe sostenuto per lo stesso intervento in Italia. Per ottenerlo, è necessario presentare la documentazione clinica e le fatture alla propria ASL di appartenenza. In alcuni casi, è consigliabile richiedere un’autorizzazione preventiva alla ASL prima di procedere con l’intervento all’estero, per avere maggiore certezza sul rimborso. I tempi di elaborazione delle pratiche variano a seconda della regione.
Cosa aspettarsi realisticamente
La vaginoplastica non è una bacchetta magica e non è un orrore. È un intervento chirurgico serio con risultati documentati. Ecco cosa aspettarsi:
È ragionevole aspettarsi: una vulva esteticamente naturale, una neovagina funzionale per i rapporti sessuali, la capacità di raggiungere l’orgasmo nella maggior parte dei casi [9], un significativo miglioramento della disforia e della qualità della vita [5], la soddisfazione con la propria decisione [2].
Non è ragionevole aspettarsi: un risultato perfetto senza alcun compromesso, l’assenza totale di cicatrici, un recupero rapido e indolore, che l’intervento risolva da solo tutti i problemi legati alla disforia o alla salute mentale.
Va messo in conto: un impegno significativo nel post-operatorio (la dilatazione è un dovere quotidiano per mesi), la possibilità di complicanze che richiedono pazienza e ulteriori trattamenti, un periodo di adattamento emotivo che può essere complesso.
La decisione di operarsi è profondamente personale. Spetta a chi la vive, con il supporto di professionisti competenti. Quello che conta è arrivarci con informazioni accurate, aspettative realistiche e un sistema di supporto solido. Per chi si sta informando anche su altri aspetti della transizione, rimandiamo all’articolo sulla transizione medica.