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5 nanomoli: il documentario su Valentina Petrillo e il sogno olimpico

Pubblicato una settimana fa · 7 fonti citate Generato con AI
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5 nanomoli: il documentario su Valentina Petrillo e il sogno olimpico

Il 17 giugno 2023, al Biografilm Festival di Bologna, viene proiettato per la prima volta un documentario che racconta una delle storie sportive e umane più straordinarie dell’Italia contemporanea [2]. Si intitola “5 nanomoli — il sogno olimpico di Valentina”, dura 79 minuti ed è diretto da Elisa Mereghetti e Marco Mensa [1][7]. Quella che racconta è la storia di Valentina Petrillo: atleta paralimpica, donna trans, ipovedente, napoletana, madre, e la prima persona transgender a gareggiare ai Giochi Paralimpici nella storia dello sport [6].

Il titolo non è casuale. Cinque nanomoli per litro è la concentrazione massima di testosterone nel sangue che il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito come soglia per consentire alle atlete transgender di competere nelle categorie femminili [5]. Un numero piccolo — cinque miliardesimi di mole per litro — che per Valentina Petrillo rappresenta il confine tra il poter inseguire il sogno di una vita e l’esserne esclusa per sempre.

Chi è Valentina Petrillo

Per comprendere il documentario è necessario conoscere la protagonista. Valentina Petrillo nasce a Napoli nel 1973 [3]. Fin da bambina ama la corsa, ispirata dalle imprese di Pietro Mennea, ma a 14 anni le viene diagnosticata la malattia di Stargardt, una degenerazione della retina che causa una progressiva perdita della vista [3]. Nonostante la disabilità visiva, Valentina non smette di correre: prima nella categoria maschile, dove conquista 11 titoli nazionali paralimpici, e poi — dopo aver iniziato la transizione di genere nel 2019, a 46 anni — nella categoria femminile, dove accumula 27 titoli nazionali e due medaglie di bronzo ai Mondiali Paralimpici del 2023 [3].

La storia di Valentina è quella di una persona che ha convissuto per decenni con un doppio segreto: la progressiva perdita della vista e un’identità di genere che non corrispondeva a quella assegnata alla nascita. Il documentario intreccia queste due dimensioni, mostrando come la corsa sia stata per Valentina contemporaneamente una fuga, una terapia e un modo di affermare chi è veramente.

La sinossi del documentario

5 nanomoli non è un documentario sportivo nel senso tradizionale del termine. Certo, ci sono le piste, gli allenamenti, i cronometri. Ma il cuore del film è altrove: nelle conversazioni intime di Valentina con la sua famiglia, nei momenti di vulnerabilità davanti alla telecamera, nella complessità di una vita che sfida le categorie ordinarie [1].

Il documentario segue Valentina nei mesi di preparazione per le qualificazioni ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024. La telecamera la accompagna in palestra, in pista, negli studi medici dove si sottopone ai controlli ormonali che certificano che i suoi livelli di testosterone sono sotto la soglia delle cinque nanomoli. Ma la accompagna anche a casa, dove emerge la quotidianità di una donna che è madre (il figlio Lorenzo la chiama affettuosamente “papi”), ex moglie, figlia, sorella.

I registi costruiscono una narrazione che procede su più livelli temporali. Il presente — l’allenamento, la preparazione, l’attesa — si alterna con i ricordi dell’infanzia a Napoli, della scoperta della malattia, dei decenni trascorsi vivendo con un’identità che non sentiva propria. Valentina racconta di aver visto, da bambina, suo zio cacciare di casa una cugina transgender: una scena che le rimase impressa per decenni e che contribuì a ritardare la sua decisione di iniziare la transizione.

Un filo conduttore del documentario è il rapporto tra Valentina e il mondo che la circonda: le compagne di squadra, gli allenatori, i giornalisti, il pubblico. Alcune reazioni sono di accoglienza, altre di ostilità, molte di semplice curiosità. Il film non nasconde le polemiche che accompagnano la sua presenza nelle competizioni femminili, ma sceglie di non fare del dibattito il suo centro: al centro c’è Valentina, la sua umanità, il suo sogno.

Il significato del titolo

Il numero cinque nanomoli è molto più di un dato scientifico. Nel documentario diventa un simbolo carico di significati.

Da un lato, rappresenta il tentativo delle istituzioni sportive di trovare un equilibrio tra inclusione e competitività. Il limite di 5 nanomoli per litro di testosterone, stabilito dal CIO nel suo Framework on Fairness, Inclusion and Non-Discrimination del 2021, è il risultato di anni di dibattito scientifico e politico su come gestire la partecipazione delle atlete transgender nello sport [5].

Dall’altro lato, il numero rappresenta la riduzione di una persona a un parametro biochimico. Il documentario mostra come Valentina debba sottoporsi a controlli regolari per dimostrare che il suo corpo rientra nei parametri stabiliti. La sua identità di donna e di atleta è costantemente subordinata a un numero. Nessuna atleta cisgender deve dimostrare, con analisi del sangue ripetute, di avere il diritto di competere nella propria categoria. Per Valentina, questa dimostrazione è un obbligo permanente.

Questa tensione — tra la necessità di regole e la riduzione dell’umano al misurabile — percorre tutto il documentario e ne costituisce una delle riflessioni più profonde.

I registi: Elisa Mereghetti e Marco Mensa

Il documentario è stato diretto da Elisa Mereghetti e Marco Mensa, documentaristi italiani con una lunga esperienza nella narrazione di storie umane complesse [7]. I due registi hanno lavorato a stretto contatto con Valentina per mesi, costruendo un rapporto di fiducia che si riflette nella qualità delle scene più intime del film.

La scelta di affidarsi a Mereghetti e Mensa si è rivelata particolarmente felice. I due registi non hanno un approccio sensazionalistico: non cercano lo scoop, non inseguono la polemica, non spettacolarizzano il corpo di Valentina. Il loro sguardo è rispettoso, attento, curioso. Lasciano che sia Valentina a raccontarsi, intervenendo con discrezione nella costruzione narrativa senza mai sovrastare la protagonista.

L’accessibilità: un film per tutti

Un aspetto particolarmente significativo di 5 nanomoli è l’impegno per l’accessibilità. Il documentario è stato prodotto in versioni accessibili per persone sorde, con sottotitoli, e per persone non vedenti, con audiodescrizione [1]. Non è un dettaglio: è una scelta che riflette l’identità stessa della protagonista.

Valentina Petrillo è un’atleta paralimpica ipovedente. La disabilità visiva è parte integrante della sua storia e della sua identità. Rendere il documentario accessibile alle comunità con disabilità sensoriali significa riconoscere che la storia di Valentina appartiene anche a queste comunità, e che un film che parla di inclusione deve praticare l’inclusione nella sua stessa distribuzione.

Questa attenzione all’accessibilità è rara nel panorama documentaristico italiano ed europeo, e merita di essere segnalata come esempio di coerenza tra il messaggio di un’opera e la sua realizzazione pratica.

Il percorso nei festival

Dopo la prima mondiale al Biografilm Festival di Bologna nel giugno 2023 [2], 5 nanomoli ha avuto un percorso significativo nel circuito dei festival nazionali e internazionali. Il film è stato selezionato e proiettato in numerose rassegne cinematografiche, suscitando reazioni emotive intense nel pubblico e alimentando un dibattito costruttivo sulla presenza delle persone transgender nello sport.

Le proiezioni sono state spesso seguite da dibattiti con il pubblico, a volte con la partecipazione della stessa Valentina Petrillo. Questi momenti di confronto hanno dimostrato la capacità del documentario di andare oltre la semplice visione: 5 nanomoli è un film che provoca conversazioni, che spinge gli spettatori a confrontarsi con i propri pregiudizi, che apre spazi di dialogo dove prima c’era polarizzazione.

Il contesto: sport e persone trans

Il documentario si inserisce in un dibattito internazionale che negli ultimi anni ha assunto toni sempre più accesi. La questione della partecipazione delle atlete transgender alle competizioni sportive femminili è diventata uno dei temi più controversi nel mondo dello sport e della politica.

Da un lato, ci sono le preoccupazioni sulla competitività: alcune voci sostengono che le donne trans che hanno attraversato la pubertà maschile possano conservare vantaggi fisici anche dopo la terapia ormonale, come una maggiore densità ossea o una struttura muscolare più sviluppata. Dall’altro, ci sono le evidenze scientifiche che mostrano come la terapia ormonale riduca significativamente molti di questi parametri nel giro di pochi anni, e il principio etico che nessuna persona dovrebbe essere esclusa dallo sport a causa della propria identità di genere.

5 nanomoli non offre risposte definitive a questo dibattito — e non pretende di farlo. Ma offre qualcosa di forse più importante: un volto, una storia, un’umanità. Quando il dibattito sulle atlete trans si riduce a numeri, parametri e regolamenti, è facile dimenticare che dietro ogni caso c’è una persona con una vita, dei sogni, delle relazioni. Valentina Petrillo, nel documentario, è prima di tutto una persona. E il film chiede allo spettatore di vederla come tale.

Dopo il documentario: le Paralimpiadi di Parigi 2024

Il documentario è stato girato prima delle Paralimpiadi di Parigi, ma la storia che racconta ha trovato il suo culmine nel settembre 2024, quando Valentina Petrillo è effettivamente diventata la prima donna transgender a gareggiare ai Giochi Paralimpici [4][6].

Il 2 settembre 2024 ha gareggiato nei 400 metri T12, stabilendo il suo record personale con 57.58 secondi, senza però qualificarsi per la finale [6]. Il 6 settembre ha gareggiato nei 200 metri, chiudendo in nona posizione [6]. Non ha vinto medaglie, ma la sua partecipazione ha rappresentato un momento storico che va ben oltre i piazzamenti.

Chi aveva visto il documentario ha potuto vivere la partecipazione di Valentina alle Paralimpiadi con una consapevolezza diversa: non come una “polemica sportiva” ma come il compimento di un sogno che il film aveva raccontato nella sua genesi, nei suoi ostacoli, nelle sue paure. Il documentario ha dato profondità e contesto a un evento che altrimenti rischiava di essere ridotto a titoli di giornale polarizzati.

Perché guardare 5 nanomoli

5 nanomoli è un documentario che merita di essere visto per diverse ragioni. È un ritratto umano di rara sensibilità, che racconta una storia complessa senza semplificarla. È un documento storico che cattura un momento di transizione — in tutti i sensi — nella società italiana e nello sport internazionale. È un’opera che pratica l’inclusione nella sua stessa forma, attraverso le versioni accessibili [1].

Ma soprattutto, è un film che ricorda una verità fondamentale: dietro ogni dibattito politico, dietro ogni regolamento sportivo, dietro ogni numero — anche uno piccolo come cinque nanomoli — ci sono persone reali. Persone che corrono, che amano, che hanno paura, che sognano.

Come ha detto Valentina dopo la semifinale alle Paralimpiadi di Parigi: “C’è molta paura e io incarno queste diversità. Mi dà fastidio che la gente abbia paura di me. Io non faccio male a nessuno.” Il documentario mostra esattamente questo: una persona che non fa male a nessuno, che vuole solo correre, e che nel farlo ha cambiato la storia dello sport.

Per chi vuole approfondire la storia di Valentina Petrillo, il documentario si affianca all’autobiografia Più veloce del tempo (2025), scritta con Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi per l’editore Capovolte. Insieme, queste due opere offrono il ritratto più completo disponibile di una delle figure più significative nella storia recente dello sport e delle persone trans e della situazione trans in Italia.


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Approfondimenti

  • Documentario 5 nanomoli - Il sogno olimpico di Valentina (2023)
  • Libro Piu veloce del tempo (2025)
  • Documentario Paris Is Burning (1990)
  • Documentario Disclosure: Trans Lives on Screen (2020)

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