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Persone trans nello sport: regolamenti, scienza e dibattito

Pubblicato una settimana fa · 13 fonti citate Generato con AI
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Persone trans nello sport: regolamenti, scienza e dibattito

La partecipazione delle persone transgender allo sport agonistico rappresenta una delle questioni più dibattute nel panorama sportivo e sociale contemporaneo. Il tema si colloca all’intersezione tra fisiologia, diritto, etica e politiche sportive, e coinvolge valori fondamentali come l’equità competitiva e il diritto all’inclusione. Questo articolo presenta le evidenze scientifiche disponibili, l’evoluzione dei regolamenti e le diverse posizioni nel dibattito in corso.

Fisiologia e performance atletica

Per comprendere il dibattito, occorre partire dalle differenze fisiologiche tra i sessi che influenzano la prestazione sportiva.

Il divario di prestazione tra i sessi

La pubertà maschile, guidata principalmente dal testosterone, produce una serie di cambiamenti fisiologici che determinano un vantaggio prestazionale misurabile. Secondo il consensus statement dell’American College of Sports Medicine (2023), i maschi adulti presentano in media una massa muscolare superiore, una maggiore capacità ossidativa e una percentuale inferiore di massa grassa rispetto alle femmine [10].

Il divario di prestazione tra i sessi varia a seconda della disciplina: si aggira intorno al 10-11% nelle gare di corsa di media e lunga distanza a livello olimpico, raggiunge il 17,5% nei salti, si attesta all’8,9% nel nuoto e all’8,7% nel ciclismo su pista [10]. In discipline di ultra-resistenza il divario può ridursi fino al 4,4%. In discipline di forza pura, come il sollevamento pesi, il divario può superare il 30% [10].

Queste differenze emergono alla pubertà e sono stabili nel tempo: uno studio pubblicato su PLoS ONE ha mostrato che il divario prestazionale tra i sessi non si è sostanzialmente ridotto dagli anni Ottanta del Novecento.

Effetti della terapia ormonale sulla performance

La terapia ormonale femminilizzante (estrogeni e anti-androgeni) produce cambiamenti significativi nel corpo delle donne trans, ma la letteratura scientifica mostra che non tutti i parametri rilevanti per la prestazione sportiva si modificano nella stessa misura e con la stessa velocità.

Una revisione sistematica condotta da Harper e colleghi (2021), pubblicata sul British Journal of Sports Medicine, ha evidenziato che [4]:

  • I livelli di emoglobina ed ematocrito diminuiscono rapidamente, raggiungendo valori femminili entro pochi mesi dall’inizio della terapia.
  • La massa magra e la forza muscolare diminuiscono in modo più lento e parziale. Dopo 36 mesi di terapia, le donne trans non atlete risultano ancora mediamente più forti delle donne cisgender non atlete.
  • Parametri strutturali come l’altezza, le dimensioni scheletriche, la lunghezza degli arti e la conformazione ossea non vengono modificati dalla terapia ormonale.

Hilton e Lundberg (2021), in una revisione pubblicata su Sports Medicine, hanno concluso che i parametri antropometrici, la massa muscolare e i parametri di forza superiori raggiunti alla pubertà maschile non vengono rimossi dalla soppressione del testosterone, e che il vantaggio prestazionale maschile rimane sostanziale anche dopo la terapia ormonale [2].

Evoluzione delle regole del CIO

Il Comitato Internazionale Olimpico (CIO) ha modificato più volte le proprie linee guida sulla partecipazione delle persone transgender, riflettendo l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e delle sensibilità sociali.

Il Consenso di Stoccolma (2003)

Nel 2003, una commissione ad hoc del CIO riunitasi a Stoccolma stabilì le prime regole sulla partecipazione degli atleti che avevano effettuato una transizione di genere [9]. Le condizioni erano molto restrittive: si richiedeva l’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale completo (inclusa la gonadectomia), il riconoscimento legale del genere acquisito e un periodo di almeno due anni dalla gonadectomia prima dell’ammissione alle competizioni. Queste regole entrarono in vigore per i Giochi di Atene 2004.

Il Consenso di Stoccolma fu criticato per la sua rigidità: il requisito della chirurgia e del riconoscimento legale rendeva di fatto impossibile la partecipazione per atleti trans residenti in paesi privi di legislazioni adeguate.

Le linee guida del 2015

Nel 2015, il CIO aggiornò le proprie linee guida eliminando il requisito chirurgico. Le nuove regole consentivano la partecipazione delle donne trans a condizione che il livello di testosterone sierico totale fosse mantenuto al di sotto di 10 nmol/L per almeno 12 mesi prima della prima competizione e per tutta la durata della partecipazione. Gli uomini trans potevano partecipare alle competizioni maschili senza restrizioni.

Il Framework del 2021

Nel novembre 2021, dopo un processo di consultazione durato due anni con oltre 250 atleti e portatori di interesse, il CIO pubblicò un nuovo quadro di riferimento basato su dieci principi, tra cui inclusione, non discriminazione, equità e assenza di danni [1]. Il documento, intitolato “Framework on Fairness, Inclusion and Non-Discrimination on the Basis of Gender Identity and Sex Variations”, segnò un cambio di approccio significativo:

  • Non venne più imposta una soglia universale di testosterone.
  • Si stabilì che nessun atleta dovesse essere escluso dalla competizione sulla base di una presunzione di vantaggio non supportata da evidenze scientifiche robuste e sport-specifiche [1].
  • Si raccomandò di evitare esami fisici invasivi e trattamenti medici non necessari come condizione per la partecipazione.
  • La responsabilità decisionale fu delegata alle singole federazioni sportive internazionali e nazionali.

Il Framework del 2021 non è giuridicamente vincolante. Rappresenta un insieme di principi guida, lasciando alle federazioni il compito di tradurli in regolamenti specifici, con esiti molto diversi tra le varie discipline.

Testosterone e vantaggi competitivi: cosa dicono gli studi

La questione centrale del dibattito scientifico è se la soppressione del testosterone elimini o meno il vantaggio prestazionale conferito dalla pubertà maschile. I risultati degli studi disponibili non forniscono una risposta univoca.

Lo studio di Harper (2015)

Joanna Harper, fisica e atleta trans, condusse il primo studio sulle prestazioni sportive di atlete transgender [5]. Lo studio, pubblicato sul Journal of Sporting Cultures and Identities, analizzò i tempi di gara di otto corridrici trans, confrontando le prestazioni prima e dopo la transizione. I risultati mostrarono un calo medio delle prestazioni del 17%, suggerendo che le atlete trans non ottenevano risultati migliori rispetto alle donne cisgender nella loro fascia di età [5].

Lo studio presentò tuttavia limiti metodologici rilevanti: solo la metà dei tempi dichiarati fu verificata, non vennero rilevate le differenze di allenamento prima e dopo la terapia, e non furono misurate le concentrazioni ormonali [5].

Lo studio di Roberts e colleghi (2021)

Roberts e colleghi pubblicarono nel 2021 sul British Journal of Sports Medicine uno studio retrospettivo sui test di idoneità fisica del personale militare statunitense dell’Air Force [3]. Lo studio coinvolse 46 donne trans e 29 uomini trans, confrontandoli con un gruppo di controllo cisgender.

I risultati mostrarono che, prima della terapia ormonale, le donne trans eseguivano il 31% in più di flessioni, il 15% in più di addominali e correvano 1,5 miglia il 21% più velocemente rispetto alle donne cisgender. Dopo due anni di terapia femminilizzante, le differenze nelle flessioni e negli addominali scomparvero, ma le donne trans restavano ancora il 12% più veloci nella corsa [3].

Per gli uomini trans si osservò il fenomeno opposto: le differenze rispetto agli uomini cisgender scomparvero entro il primo anno di terapia con testosterone [3].

La revisione di Hilton e Lundberg (2021)

Hilton e Lundberg condussero una revisione della letteratura pubblicata su Sports Medicine, concludendo che la soppressione del testosterone al di sotto di 10 nmol/L per almeno 12 mesi non è sufficiente a eliminare il vantaggio prestazionale conferito dalla pubertà maschile [2]. Gli autori evidenziarono che le differenze nella struttura ossea, nella capacità polmonare, nelle dimensioni del cuore e nella statura non sono reversibili attraverso la terapia ormonale, e che la perdita di massa muscolare e forza dopo 12 mesi di terapia si aggira intorno al 5%, un valore insufficiente a colmare il divario prestazionale tra i sessi [2].

Limiti della ricerca attuale

La letteratura scientifica presenta significativi limiti. Gli studi disponibili hanno generalmente campioni molto ridotti, spesso coinvolgono soggetti non atleti e raramente si riferiscono a prestazioni di livello agonistico. Mancano studi prospettici a lungo termine su atlete trans d’élite. La variabilità individuale nella risposta alla terapia ormonale è elevata, rendendo difficile stabilire regole universali. Come sottolineato da una revisione pubblicata su Frontiers in Sports and Active Living (2023), le evidenze attuali sono insufficienti per trarre conclusioni definitive, e ulteriori ricerche con nuovi biomarcatori e parametri morfofunzionali sono necessarie [13].

Politiche delle federazioni sportive internazionali

A partire dal Framework del CIO del 2021, le federazioni sportive internazionali hanno adottato politiche molto diverse, con una tendenza generale verso restrizioni più severe rispetto al passato.

World Athletics (atletica leggera)

Nel marzo 2023, World Athletics ha adottato le regole più restrittive tra le grandi federazioni sportive. Le atlete trans che hanno attraversato la pubertà maschile sono state escluse dalle competizioni femminili a livello internazionale [6]. Il presidente Sebastian Coe dichiarò che, in assenza di evidenze scientifiche specifiche per l’atletica e in assenza di atlete trans che gareggiassero a livello internazionale in quel momento, il Consiglio aveva deciso di dare priorità all’equità e all’integrità della competizione femminile rispetto all’inclusione. Fu istituito un gruppo di lavoro per riesaminare la questione entro 12 mesi [6].

Per le atlete con differenze dello sviluppo sessuale (DSD), come il caso di Caster Semenya, i nuovi regolamenti richiedono di mantenere i livelli di testosterone al di sotto di 2,5 nmol/L per un minimo di 24 mesi per poter gareggiare in qualsiasi evento femminile a livello internazionale [6].

World Aquatics (nuoto)

Nel giugno 2022, la federazione internazionale del nuoto (allora FINA, oggi World Aquatics) ha approvato una politica che consente alle donne trans di gareggiare nella categoria femminile solo se possono dimostrare di non aver attraversato alcuna fase della pubertà maschile oltre lo stadio 2 di Tanner, o prima dei 12 anni di età [7]. In pratica, solo le atlete che hanno iniziato la soppressione della pubertà prima dell’inizio della pubertà maschile possono competere nella categoria femminile.

La politica, approvata con il 71,5% dei voti dei membri, ha previsto anche la creazione di una categoria open, aperta a tutti indipendentemente dal sesso, dal genere legale o dall’identità di genere [7]. Nel 2023, World Aquatics ha lanciato la categoria open in occasione della Swimming World Cup.

World Rugby (rugby)

Nel 2020, World Rugby è stata la prima grande federazione sportiva a vietare la partecipazione delle donne trans alle competizioni femminili a tutti i livelli, non solo in ambito internazionale [12]. La decisione fu motivata principalmente da ragioni di sicurezza: studi biomeccanici commissionati dalla federazione indicarono che le giocatrici trans generano forze su testa e collo del 20-30% superiori rispetto alle giocatrici d’élite cisgender, a causa della sola differenza di massa corporea [12].

La politica ha incontrato una forte opposizione: le federazioni nazionali di Nuova Zelanda, Inghilterra, Canada, Stati Uniti e Australia hanno espresso disaccordo con il divieto, e alcune hanno dichiarato che non lo avrebbero applicato a livello nazionale.

UCI (ciclismo)

Nel luglio 2023, l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) ha vietato la partecipazione delle donne trans che hanno attraversato la pubertà maschile alle competizioni femminili del calendario internazionale in tutte le categorie e discipline [8]. Il Comitato di gestione dell’UCI ha dichiarato che le conoscenze scientifiche attuali non confermano che almeno due anni di terapia ormonale con un obiettivo di testosterone plasmatico di 2,5 nmol/L siano sufficienti a eliminare completamente i vantaggi della pubertà maschile [8]. La categoria maschile è stata rinominata “uomini/open” per accogliere le atlete escluse dalla categoria femminile.

FIFA (calcio)

La FIFA non ha ancora pubblicato una politica definitiva aggiornata. La federazione ha dichiarato di essere in fase di revisione delle proprie regolamentazioni sull’idoneità di genere, in consultazione con esperti. Le regole esistenti richiedono che le donne trans dimostrino livelli di testosterone nel range femminile per un periodo adeguato, con verifiche annuali. Nel 2023, Quinn, calciatrice canadese non binaria, è diventata la prima persona apertamente transgender a partecipare a un Mondiale femminile FIFA. Alcune federazioni nazionali, come la DFB tedesca, hanno introdotto politiche che consentono alle persone trans e non binarie di scegliere se giocare nelle squadre maschili o femminili a livello amatoriale e giovanile.

Quadro riassuntivo

Le politiche delle federazioni si collocano lungo uno spettro che va dalla piena esclusione dalla categoria femminile (World Athletics, World Rugby, UCI) alla possibilità di partecipazione condizionata a soglie ormonali (FIFA, secondo le vecchie regole), fino all’approccio basato su principi e privo di soglie universali (Framework CIO 2021) [1]. La tendenza dominante nel periodo 2022-2023 è stata verso restrizioni più severe, con molte federazioni che hanno optato per l’esclusione delle donne trans che hanno attraversato la pubertà maschile [6][7][8].

Il dibattito attuale

Il dibattito sulla partecipazione delle persone trans nello sport coinvolge questioni di equità sportiva, diritti umani, inclusione sociale e politica del corpo. Le posizioni principali possono essere sintetizzate come segue.

L’argomento dell’equità competitiva

Chi sostiene la necessità di restrizioni più severe argomenta che le differenze fisiologiche conferite dalla pubertà maschile non sono completamente reversibili attraverso la terapia ormonale, e che ciò crea un vantaggio competitivo iniquo per le donne trans nella categoria femminile [2]. Questa posizione si appoggia sugli studi che mostrano il mantenimento di vantaggi residui nella forza, nella velocità e nelle dimensioni corporee anche dopo anni di terapia [2][3].

I sostenitori di questa posizione sottolineano che la categoria femminile nello sport esiste specificamente per garantire pari opportunità di competizione alle donne cisgender, e che l’inclusione senza restrizioni potrebbe compromettere l’equità di quella categoria. Alcune organizzazioni, come il Women’s Sports Policy Working Group, propongono che le politiche sportive debbano dare priorità alla protezione della competizione femminile.

L’argomento dell’inclusione

Chi critica le politiche restrittive sottolinea che il numero di atlete trans a livello agonistico è estremamente ridotto e che non esiste una casistica di dominio sistematico delle competizioni femminili da parte di atlete trans. Organizzazioni come Human Rights Watch e Athlete Ally evidenziano che l’esclusione dallo sport ha conseguenze significative sulla salute mentale e sul benessere delle persone trans, e che le politiche restrittive possono esporre le atlete a discriminazione e stigmatizzazione.

I sostenitori dell’inclusione osservano inoltre che la variabilità naturale all’interno della categoria femminile (differenze di altezza, apertura alare, capacità polmonare, livelli ormonali) è ampia, e che anche tra le donne cisgender esistono significativi vantaggi biologici individuali che non vengono regolamentati. Da questa prospettiva, isolare un singolo parametro come il testosterone come soglia di ammissione è una semplificazione che non riflette la complessità della prestazione sportiva.

Proposte alternative: le categorie open

Una soluzione proposta da diverse federazioni è la creazione di categorie open, aperte a tutti indipendentemente dal sesso o dall’identità di genere. World Aquatics e l’UCI hanno già implementato versioni di questo modello, rispettivamente con una categoria open dedicata e con la ridenominazione della categoria maschile in “uomini/open” [7][8]. Il Comitato Olimpico e Paralimpico statunitense (USOPC) ha incoraggiato le federazioni sportive a valutare l’adozione di categorie open.

I critici di questa proposta osservano che, dato il numero estremamente ridotto di atlete trans a livello agonistico, una categoria separata non sarebbe in grado di garantire una competizione significativa. Inoltre, relegare le atlete trans in una categoria separata viene considerato da alcuni come una forma di segregazione che impedisce alle persone trans di competere in linea con la propria identità di genere.

Lo stato della discussione

Il dibattito rimane aperto e in evoluzione. Le evidenze scientifiche attuali non consentono di stabilire con certezza se e in quale misura la terapia ormonale elimini i vantaggi prestazionali conferiti dalla pubertà maschile, soprattutto a livello di sport d’élite [13]. La ricerca presenta lacune significative: campioni ridotti, assenza di studi su atlete d’élite, variabilità individuale elevata e mancanza di dati a lungo termine [13].

Le federazioni sportive si trovano a dover bilanciare due esigenze potenzialmente in tensione: la tutela dell’equità competitiva nella categoria femminile e il rispetto del diritto delle persone trans a partecipare allo sport in modo coerente con la propria identità. Le scelte operate finora riflettono priorità diverse e interpretazioni differenti delle evidenze disponibili. Il proseguimento della ricerca scientifica e il dialogo tra tutti i portatori di interesse rimangono condizioni essenziali per politiche sempre più informate e rispettose di tutti gli atleti coinvolti.

Approfondimenti

  • Documentario 5 nanomoli - Il sogno olimpico di Valentina (2023)
  • Libro Sporting Gender (2019)

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