Wiki / percorsi

Sanità e persone trans in Italia

Pubblicato una settimana fa · 14 fonti citate Generato con AI
sanitàSSNcentri specializzatipercorso sanitarioItalia
Sanità e persone trans in Italia

Il rapporto tra le persone trans e il sistema sanitario italiano è una storia di diritti conquistati sulla carta e di ostacoli concreti nella pratica quotidiana. L’Italia ha un sistema che, in teoria, copre buona parte del percorso di affermazione di genere attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. In pratica, chi si trova a navigare questo sistema incontra liste di attesa che possono raggiungere anni, disparità regionali profonde e una rete di centri specializzati insufficiente rispetto alla domanda. Questa guida racconta come funziona davvero la sanità per le persone trans in Italia: cosa è coperto, cosa no, dove andare, quanto si aspetta e quali sono i diritti del paziente.

Cosa copre il Servizio Sanitario Nazionale

Terapia ormonale: gratuita dal 2020

Il cambiamento più significativo degli ultimi anni è arrivato il 1 ottobre 2020, con le determine AIFA n. 104272/2020 e n. 104273/2020 [6]. Da quella data, i farmaci ormonali per la transizione di genere sono erogabili a totale carico del SSN su tutto il territorio nazionale. In concreto, questo significa che testosterone (per le persone transmaschili) ed estrogeni, antiandrogeni e analoghi del GnRH (per le persone transfemminili) sono gratuiti, a condizione che la prescrizione avvenga sulla base di una diagnosi di incongruenza di genere formulata da un’équipe multidisciplinare specialistica [2][6].

Prima del 2020, la situazione era frammentata: alcune regioni come l’Emilia-Romagna avevano già deliberato la gratuità dei farmaci, altre lasciavano il costo interamente a carico del paziente [12]. Le determine AIFA hanno unificato il quadro, eliminando almeno questa disparità.

Visite specialistiche ed esami

Le visite presso i centri pubblici per l’identità di genere — endocrinologiche, psicologiche, psichiatriche — sono soggette ai normali ticket del SSN, generalmente compresi tra 25 e 40 euro per visita. Chi ha diritto a esenzioni per reddito o per patologia non paga neppure il ticket. Anche gli esami del sangue per il monitoraggio della terapia ormonale sono coperti dal SSN con il pagamento del ticket.

Interventi chirurgici

Gli interventi di chirurgia di affermazione di genere — mastectomia, vaginoplastica, falloplastica, mastoplastica additiva, isterectomia — sono eseguibili in regime SSN presso i centri che li offrono, con il solo pagamento del ticket [3]. In Italia si effettuano circa 60 interventi chirurgici l’anno nei centri SSN dedicati alla transizione [7]. Un numero molto basso rispetto alla domanda, che produce liste di attesa fra le più lunghe d’Europa.

Cosa non è coperto (o lo è con difficoltà)

Non tutto rientra nella copertura SSN in modo uniforme. Alcuni trattamenti restano in una zona grigia:

  • Logopedia per la rimodulazione vocale: disponibile in alcuni centri, assente in altri. Non esiste una copertura nazionale uniforme.
  • Epilazione laser o elettrolisi: generalmente non coperta dal SSN, salvo che in alcuni centri dove rientra nel percorso pre-chirurgico (ad esempio prima della vaginoplastica) [3].
  • Chirurgia facciale di femminilizzazione (FFS): quasi mai disponibile nel SSN italiano. Chi la desidera deve rivolgersi al privato, spesso all’estero.
  • Supporto psicologico continuativo: i centri offrono la valutazione psicodiagnostica e spesso un supporto psicoterapeutico di gruppo, ma la psicoterapia individuale a lungo termine non è sempre garantita all’interno del percorso pubblico.

I centri specializzati: la rete ONIG e oltre

Come è organizzata la rete

L’accesso alle cure per le persone trans in Italia passa prevalentemente attraverso i centri per l’identità di genere afferenti all’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e alle strutture pubbliche mappate dal portale Infotrans.it, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’UNAR [4][5]. Questi centri dispongono di équipe multidisciplinari composte da psicologi, psichiatri, endocrinologi e, in alcuni casi, chirurghi.

I centri principali si trovano nelle grandi città del Centro-Nord [4][5]:

  • Roma — SAIFIP (Ospedale San Camillo-Forlanini): attivo dal 1992, è il centro più storico d’Italia. Offre valutazione psicologica, supporto endocrinologico, chirurgia e un servizio di Peer Navigator.
  • Torino — CIDIGEM (AOU Città della Salute e della Scienza): centro di riferimento per il Nord-Ovest, con un’offerta chirurgica fra le più complete del Paese, inclusa la falloplastica con lembo microchirurgico.
  • Milano — Ospedale Niguarda: centro ONIG di riferimento per la Lombardia.
  • Bologna — Consultorio MIT (Movimento Identità Trans): opera in rete con l’ONIG e unisce supporto clinico e accompagnamento associativo.
  • Firenze — AOU Careggi: centro di riferimento per la Toscana.
  • Napoli — Università Federico II: servizio presso il Dipartimento di Neuroscienze.
  • Bari — Policlinico: Centro Regionale di Riferimento per la Disforia di Genere.

Il problema: pochi centri, troppa domanda

Il numero di centri è insufficiente rispetto alla popolazione che ne avrebbe bisogno. Secondo la TGEU (Transgender Europe), l’Italia presenta una concentrazione di servizi nel Centro-Nord che lascia scoperte ampie aree del Sud e delle Isole [8]. Chi vive in Calabria, Sardegna, Basilicata o Molise non ha un centro di riferimento nella propria regione e deve spostarsi — spesso per centinaia di chilometri — per accedere a una prima visita.

Questo squilibrio non è un’anomalia esclusiva del settore trans: riflette le più ampie disparità del sistema sanitario italiano tra Nord e Sud. Ma per le persone trans l’impatto è amplificato: non si tratta di una singola visita, ma di un percorso che richiede mesi o anni di appuntamenti regolari.

Tempi di attesa: la realtà dei numeri

Per il primo colloquio

I tempi di attesa per il primo appuntamento presso un centro pubblico variano da 1 a 12 mesi, a seconda del centro [7]. I centri più grandi (Roma, Torino, Milano) tendono ad avere le liste più lunghe, paradossalmente proprio perché sono i più conosciuti e ricevono richieste da tutta Italia. I centri più piccoli o di recente istituzione possono avere attese più brevi, ma spesso offrono un ventaglio di servizi più limitato.

Per la terapia ormonale

Dalla prima visita all’inizio della terapia ormonale, il percorso dura tipicamente 6-18 mesi nel pubblico [1]. Questo periodo include la fase di valutazione psicologica (generalmente 6-12 mesi di colloqui) e la successiva presa in carico endocrinologica. I tempi si riducono significativamente nel percorso privato.

Per la chirurgia

È qui che i numeri diventano preoccupanti. Secondo un’inchiesta del Sole 24 Ore, le liste di attesa per gli interventi chirurgici di affermazione di genere raggiungono i 5-7 anni in alcuni centri [7]. Il numero limitato di chirurghi specializzati, la complessità degli interventi e l’esiguità delle sale operatorie dedicate creano un collo di bottiglia strutturale. In alcune regioni come Lombardia e Lazio, i tempi per la chirurgia superano i 24 mesi anche nei casi più favorevoli [7].

Questa situazione spinge molte persone a rivolgersi a strutture private in Italia o all’estero — una scelta costosa e non sempre accessibile. L’Italia ha accordi che consentono il rimborso SSN per interventi eseguiti all’estero, ma le procedure burocratiche per ottenerlo sono complesse e non sempre vanno a buon fine.

Percorso pubblico vs. percorso privato

Il percorso pubblico

Vantaggi: costi minimi (solo ticket), farmaci ormonali gratuiti [6], équipe multidisciplinare integrata, possibilità di accedere alla chirurgia in regime SSN.

Svantaggi: tempi di attesa lunghi [7], scarsa possibilità di scegliere il professionista, protocolli talvolta rigidi, disponibilità geografica limitata [8].

Il percorso privato

Chi sceglie il privato — per i tempi, per la scelta del professionista o per ragioni di riservatezza — deve considerare questi costi indicativi:

  • Colloqui psicologici: 60-120 euro a seduta (settimanale o bisettimanale per 6-12 mesi)
  • Visita endocrinologica: 100-200 euro
  • Farmaci ormonali (senza passaggio SSN): 30-80 euro al mese
  • Esami del sangue: 50-150 euro per pannello completo

Combinare pubblico e privato

La strategia più diffusa — e spesso la più pragmatica — è combinare i due percorsi. Si inizia la fase psicologica privatamente, con un professionista specializzato in identità di genere nella propria città, accorciando i tempi. Una volta ottenuta la relazione psicodiagnostica, si accede al SSN per la terapia ormonale (gratuita) e per la chirurgia [1]. Questa strategia ibrida consente di ridurre i tempi di attesa complessivi mantenendo la copertura pubblica per le fasi più costose del percorso.

È importante sapere che non tutti i centri pubblici accettano relazioni psicologiche esterne. Alcuni richiedono una propria valutazione interna, anche se abbreviata. Prima di iniziare un percorso privato con l’intenzione di presentare la relazione a un centro pubblico, è consigliabile contattare il centro per verificare le sue prassi.

Il modello italiano: valutazione psicologica e gatekeeping

Come funziona in Italia

Il sistema italiano richiede una valutazione psicologica prima di accedere alla terapia ormonale [1]. Questa valutazione, condotta da psicologi o psicoterapeuti specializzati, sfocia in una relazione psicodiagnostica che attesta la condizione di incongruenza di genere. La durata di questa fase varia da centro a centro: alcuni completano la valutazione in 6 mesi, altri impiegano 12 mesi o più.

La valutazione non ha lo scopo di “autorizzare” o “negare” la transizione. I suoi obiettivi dichiarati sono:

  1. Supportare la persona nell’esplorazione consapevole del proprio percorso.
  2. Verificare l’assenza di condizioni psichiatriche non trattate che potrebbero interferire con la capacità decisionale.
  3. Redigere la documentazione necessaria per la prescrizione ormonale e, successivamente, per la rettificazione anagrafica.

Il dibattito: informed consent vs. gatekeeping

A livello internazionale esistono due modelli prevalenti per l’accesso alle cure di affermazione di genere [13]:

Il modello del consenso informato (informed consent): il paziente adulto, dopo aver ricevuto informazioni complete su rischi e benefici, decide autonomamente se intraprendere la terapia ormonale. Non è richiesta una valutazione psicologica obbligatoria, ma un supporto psicologico è reso disponibile a chi lo desidera. Questo modello è diffuso negli Stati Uniti, in alcuni centri del Nord Europa e parzialmente in Spagna.

Il modello di valutazione obbligatoria (gatekeeping): l’accesso alla terapia ormonale è subordinato a una valutazione psicologica o psichiatrica [13]. Questo è il modello adottato in Italia, Francia e nella maggior parte dei paesi dell’Europa orientale.

L’Italia si colloca nel secondo gruppo, sebbene con differenze significative tra i centri. Alcuni centri italiani adottano un approccio più vicino al consenso informato — con valutazioni più brevi e meno formalizzate — mentre altri mantengono protocolli più rigidi. Le linee guida WPATH SOC 8 (2022) raccomandano un approccio che bilancia la valutazione professionale con il rispetto dell’autonomia del paziente, senza imporre requisiti temporali minimi per la fase psicologica [10].

La critica principale al modello italiano riguarda la variabilità: in assenza di un protocollo nazionale uniforme, la durata e la rigidità della valutazione dipendono dal singolo centro, dal singolo professionista e, in ultima analisi, dalla fortuna geografica del paziente [12].

Le disparità regionali: il divario Nord-Sud

Una sanità a due velocità

Le disparità regionali nell’accesso alle cure per le persone trans rispecchiano un problema strutturale della sanità italiana, ma lo amplificano [12]. I dati parlano chiaro:

  • Concentrazione dei centri: la stragrande maggioranza dei centri ONIG e delle strutture specializzate si trova nel Centro-Nord (Torino, Milano, Bologna, Roma, Firenze) [4][5]. Al Sud, solo Napoli e Bari dispongono di centri strutturati. Intere regioni — Calabria, Sardegna, Basilicata, Molise, Abruzzo — non hanno un centro di riferimento.
  • Competenze chirurgiche: gli interventi chirurgici di affermazione di genere vengono eseguiti in pochissimi centri, quasi tutti nel Nord [3]. Per una falloplastica o una vaginoplastica, una persona che vive in Sicilia deve trasferirsi temporaneamente al Centro-Nord.
  • Tempi della giustizia: il percorso di rettificazione anagrafica richiede una sentenza del tribunale, e i tempi della giustizia civile variano enormemente tra regioni. Un procedimento che a Torino si conclude in 6-8 mesi può richiedere oltre 2 anni in tribunali con maggiore arretrato.
  • Formazione dei medici di base: un’indagine SIMG del 2024 ha evidenziato che i medici di medicina generale hanno una conoscenza molto limitata dei percorsi di affermazione di genere [9]. Questo problema è trasversale, ma si acuisce nelle aree dove non esistono centri specializzati e il medico di base è l’unico punto di contatto con il sistema sanitario.

Le conseguenze

La disparità regionale ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. Chi vive lontano dai centri deve affrontare viaggi lunghi e costosi, spesso con cadenza settimanale o bisettimanale durante la fase psicologica. Deve chiedere permessi dal lavoro, pagare treni e alloggi, gestire la fatica di un percorso che è già di per sé impegnativo sul piano emotivo. Per chi ha risorse economiche limitate, queste barriere possono diventare insormontabili.

Un dato dell’ISS del 2022 è particolarmente significativo: il livello di prevenzione sanitaria nella popolazione transgender è molto basso, con screening oncologici e visite preventive a cui le persone trans accedono meno della popolazione generale [14]. Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché il rapporto con il sistema sanitario è spesso segnato da esperienze di discriminazione, imbarazzo o semplice incomprensione.

I LEA e il quadro normativo

Livelli essenziali di assistenza

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), definiti dal DPCM 12 gennaio 2017, stabiliscono le prestazioni che il SSN è tenuto a garantire a tutti i cittadini [11]. Il percorso di affermazione di genere rientra nelle prestazioni erogabili dal SSN, ma il DPCM non contiene indicazioni specifiche e dettagliate sulle singole prestazioni per le persone trans [11][12]. Questo lascia ampi margini di interpretazione alle singole regioni e alle singole ASL, contribuendo alla frammentazione dell’offerta.

In assenza di un protocollo nazionale che definisca con precisione quali prestazioni, con quali tempi e con quali standard debbano essere garantite alle persone trans, il sistema si regge sulla buona volontà dei singoli centri e sulla pressione delle associazioni [12].

I diritti del paziente

Indipendentemente dalla regione in cui si vive, alcune garanzie esistono e vanno conosciute:

  • Il diritto alla riservatezza: i dati relativi all’identità di genere sono dati sensibili, protetti dal GDPR e dalla normativa sanitaria italiana.
  • Il diritto al nome di elezione: anche prima della rettificazione anagrafica, molti centri utilizzano il nome scelto dalla persona nelle comunicazioni interne. Alcune regioni hanno emanato linee guida in questo senso.
  • Il diritto al consenso informato: ogni trattamento medico richiede il consenso informato del paziente, che deve ricevere informazioni complete su rischi, benefici e alternative [10].
  • Il gratuito patrocinio: per le spese legali relative alla rettificazione anagrafica, è disponibile il patrocinio a spese dello Stato per chi rientra nei limiti di reddito.

L’Italia nel contesto europeo

Dove si colloca l’Italia

Secondo la Trans Health Map 2024 di TGEU, l’Italia si colloca in una posizione intermedia nel panorama europeo [8]. Da un lato, la copertura SSN della terapia ormonale e della chirurgia rappresenta un dato positivo: non tutti i paesi europei garantiscono una copertura pubblica così estesa [13]. Dall’altro, il modello di accesso — basato sulla valutazione psicologica obbligatoria e sulla procedura giudiziaria per la rettificazione — è distante dal modello di autodeterminazione adottato da dodici paesi europei (tra cui Spagna, Germania, Danimarca, Belgio, Portogallo).

Cosa fanno meglio altri paesi

  • Spagna: la Ley Trans del 2023 ha introdotto l’autodeterminazione di genere e ha rafforzato la copertura sanitaria, con centri distribuiti su tutto il territorio nazionale.
  • Germania: la Selbstbestimmungsgesetz del 2024 ha semplificato il riconoscimento legale, e il sistema assicurativo copre la maggior parte dei trattamenti.
  • Paesi Bassi: il sistema olandese è tra i più consolidati d’Europa, con centri di eccellenza per la chirurgia e protocolli standardizzati, sebbene anch’esso soffra di liste di attesa significative (1-3 anni) [13].
  • Belgio: il modello belga combina copertura sanitaria pubblica con un approccio più vicino al consenso informato [13].

L’Italia condivide con molti di questi paesi il problema delle liste di attesa, ma si distingue per la mancanza di un protocollo nazionale uniforme e per le maggiori disparità regionali [8][12].

Guida pratica: passo dopo passo

Per chi sta cercando di orientarsi concretamente nel sistema, ecco i passaggi essenziali.

1. Informarsi e identificare il centro

Consultare la mappa di Infotrans.it e il sito ONIG per identificare il centro più vicino [4][5]. Verificare quali servizi offre, i tempi di attesa stimati e le modalità di accesso (con o senza impegnativa del medico di base).

2. Primo contatto

Chiamare o scrivere al centro per fissare un primo appuntamento. Non servono diagnosi pregresse né certezze assolute. Portare tessera sanitaria e documento di identità. Se si hanno già referti psicologici o medici, possono essere utili ma non sono obbligatori.

3. Valutazione psicologica

La fase di colloqui con lo psicologo del centro dura generalmente 6-12 mesi [1]. Al termine viene redatta la relazione psicodiagnostica. In parallelo, se si desidera accorciare i tempi, si può valutare un percorso psicologico privato — verificando prima con il centro se la relazione esterna sarà accettata.

4. Terapia ormonale

Con la relazione psicodiagnostica, l’endocrinologo del centro prescrive la terapia ormonale [2]. Prima dell’inizio si effettuano esami del sangue completi. I farmaci sono gratuiti tramite SSN [6]. Il monitoraggio prevede esami ogni 3-6 mesi nel primo anno, poi ogni 6-12 mesi [2].

5. Chirurgia (per chi la desidera)

Non tutte le persone trans desiderano interventi chirurgici, e non è necessario sottoporsi a chirurgia per la rettificazione anagrafica (dal 2015, la Corte Costituzionale ha eliminato questo requisito). Per chi la desidera, si viene inseriti nella lista di attesa del centro chirurgico [3]. I tempi sono lunghi: è consigliabile iscriversi il prima possibile.

6. Rettificazione anagrafica

Con la documentazione del percorso (relazione psicologica, documentazione endocrinologica), si può avviare il procedimento di rettificazione anagrafica presso il tribunale del luogo di residenza, assistiti da un avvocato.

Il portale Infotrans: una risorsa istituzionale

Il portale Infotrans.it merita una menzione specifica. Realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), è il primo portale istituzionale in Europa interamente dedicato alla salute e al benessere delle persone trans [4]. Offre:

  • Una mappa interattiva di tutti i servizi dedicati sul territorio nazionale, con indirizzi, contatti, servizi offerti e composizione delle équipe [4].
  • Schede informative su ogni fase del percorso: supporto psicologico, terapia ormonale, chirurgia, rettificazione anagrafica, preservazione della fertilità [1][2][3].
  • Buone pratiche per i professionisti sanitari, educativi e lavorativi.
  • Un elenco delle associazioni attive sul territorio.

Infotrans non sostituisce il contatto diretto con un centro, ma è il punto di partenza più affidabile per orientarsi in un sistema che, come si è visto, è tutto tranne che lineare.

I problemi strutturali: un quadro onesto

Sarebbe scorretto chiudere questa guida senza nominare i problemi sistemici che le persone trans affrontano quando interagiscono con la sanità italiana. Non per scoraggiare, ma perché conoscerli è il primo passo per affrontarli.

  • Liste di attesa insostenibili: fino a 7 anni per la chirurgia, fino a 12 mesi per un primo colloquio nei centri più congestionati [7].
  • Formazione insufficiente del personale sanitario: molti medici di base e operatori sanitari non hanno formazione specifica sull’identità di genere, il che può tradursi in incomprensioni, usi impropri del nome anagrafico o rifiuti impliciti [9].
  • Esperienze di discriminazione: secondo un’indagine Arcigay, il 38% delle persone trans ha riferito esperienze ostili con professionisti sanitari. Quasi un quarto evita attivamente il contatto con medici o strutture sanitarie per paura di pregiudizi.
  • Assenza di un protocollo nazionale: ogni centro opera secondo i propri protocolli, con differenze significative nei tempi, nei requisiti e nell’approccio [12]. Questo genera incertezza e disuguaglianza.
  • Prevenzione carente: le persone trans accedono meno della popolazione generale a screening oncologici e visite preventive [14], un dato che riflette il rapporto problematico con il sistema sanitario.

Questi problemi sono reali, ma non sono immutabili. Il sistema è migliorato significativamente negli ultimi anni — la gratuità dei farmaci ormonali [6], il portale Infotrans [4], il superamento dell’obbligo chirurgico per la rettificazione anagrafica sono conquiste concrete. La strada è ancora lunga, ma non è la stessa di dieci o vent’anni fa.

Chi sta valutando di iniziare il percorso merita di sapere che il sistema ha dei limiti, e che nonostante quei limiti è possibile accedere a cure efficaci e sicure. Non bisogna affrontare questo percorso da soli: le associazioni, i centri e le comunità di persone trans sono risorse preziose, e contattarle è un diritto, non un favore.

Ti è stato utile?

Nuovi articoli e aggiornamenti. Niente spam, solo fatti.

Resta aggiornato