Transizione sociale senza medicalizzazione

Quando si parla di transizione di genere, l’immaginario collettivo va subito agli interventi medici: ormoni, chirurgia, cambiamenti fisici. Ma la realtà è diversa. Per molte persone transgender, la transizione inizia — e talvolta si conclude — in un ambito completamente diverso: quello sociale. Cambiare nome, pronomi, abbigliamento. Presentarsi al mondo nel genere con cui ci si identifica. Nessun farmaco, nessun bisturi. Solo la scelta di vivere in modo coerente con chi si è.
Questo articolo spiega cos’è la transizione sociale, cosa comprende, chi la fa, perché è un percorso valido e completo in sé, e come funziona nella pratica in Italia.
Cos’è la transizione sociale
La transizione sociale è l’insieme dei cambiamenti non medici attraverso cui una persona transgender inizia a vivere nel genere con cui si identifica. Le WPATH Standards of Care, versione 8 (2022) la descrivono come un processo che può includere cambiamenti nel nome, nei pronomi, nell’aspetto esteriore, nell’abbigliamento e nel modo in cui ci si presenta nelle relazioni e nei contesti sociali [1].
Non esiste una definizione rigida di cosa debba includere una transizione sociale. Per alcune persone significa cambiare tutto: nome, pronomi, guardaroba, presentazione. Per altre, si tratta di aggiustamenti più sottili, magari limitati a contesti specifici. La transizione sociale non ha un inizio formale, un modulo da compilare o un’autorizzazione da ottenere. È fatta di scelte quotidiane, e queste scelte possono evolvere nel tempo.
Un aspetto fondamentale: la transizione sociale è completamente reversibile. Non comporta interventi medici, non altera il corpo, non richiede prescrizioni. Qualsiasi cambiamento può essere modificato o annullato in qualsiasi momento. Questo la rende particolarmente importante come primo passo per chi sta esplorando la propria identità di genere, e come unica forma di transizione raccomandata per i bambini prepuberi [7].
Cosa comprende la transizione sociale
Nome
Il nome è spesso il primo elemento della transizione sociale. Scegliere un nome che corrisponde alla propria identità di genere e chiedere alle persone intorno di usarlo è un atto di affermazione che la ricerca ha collegato a benefici misurabili sulla salute mentale.
Uno studio di Russell e colleghi del 2018, pubblicato sul Journal of Adolescent Health, ha esaminato 129 giovani transgender e ha riscontrato che l’uso del nome scelto era associato a una riduzione significativa dei sintomi depressivi, dell’ideazione suicidaria e dei comportamenti suicidari [4]. Il dato più rilevante: per ogni contesto aggiuntivo in cui il nome scelto veniva utilizzato — casa, scuola, lavoro, amicizie — si registrava una diminuzione statisticamente significativa del disagio. I giovani che potevano usare il proprio nome in tutti e quattro i contesti mostravano i livelli più bassi di depressione e suicidalità [4].
Questo non è un dato marginale. Suggerisce che qualcosa di apparentemente semplice come chiamare una persona con il nome giusto ha un impatto concreto e misurabile sul suo benessere.
Pronomi
Chiedere e ottenere l’uso dei pronomi corretti è un altro elemento centrale della transizione sociale. Per una donna trans, essere chiamata “lei”; per un uomo trans, “lui”; per una persona non binaria, il pronome che preferisce. Le linee guida dell’American Psychological Association (2015) raccomandano esplicitamente ai professionisti della salute mentale di rispettare i pronomi indicati dalla persona, riconoscendo che l’uso dei pronomi corretti è una componente fondamentale dell’affermazione dell’identità [6].
Nella lingua italiana, i pronomi di genere sono meno frequenti nel parlato quotidiano rispetto all’inglese, ma le desinenze degli aggettivi e dei participi passati rendono il genere grammaticale pervasivo in quasi ogni frase. La transizione sociale in italiano implica quindi anche un cambiamento nelle strutture linguistiche con cui gli altri si rivolgono alla persona: “stanco” o “stanca”, “andato” o “andata”. Può sembrare un dettaglio, ma per chi lo vive non lo è affatto.
Aspetto e abbigliamento
L’espressione di genere attraverso abbigliamento, acconciatura, accessori e cura del corpo è un aspetto della transizione sociale che può essere tanto visibile quanto personale. Non esiste un modo “corretto” di vestirsi per essere un uomo o una donna, e la transizione sociale non richiede di aderire a stereotipi di genere. Una donna trans non deve necessariamente indossare gonne; un uomo trans non deve necessariamente tagliare i capelli corti. La transizione sociale riguarda l’autenticità, non la conformità.
Detto questo, per molte persone il cambiamento nell’aspetto esteriore è una parte significativa del processo: è il modo in cui il mondo esterno inizia a percepirle nel genere corretto, e questo riconoscimento sociale ha un valore psicologico importante.
Documenti e identità alias
In Italia, la modifica dei documenti ufficiali (carta d’identità, codice fiscale, diploma) richiede la rettificazione anagrafica tramite procedura giudiziaria prevista dalla Legge 164/1982. Ma prima di quel passaggio formale — che può richiedere mesi o anni — esiste uno strumento sempre più diffuso: la carriera alias (o identità alias).
La carriera alias è un accordo che consente alla persona transgender di utilizzare il nome scelto nei documenti interni di un’istituzione — scuola, università, azienda — anche prima della rettifica anagrafica. Secondo i dati disponibili, oltre 450 scuole italiane hanno adottato un protocollo di carriera alias, e la maggior parte delle università pubbliche ha regolamenti in merito [12]. L’associazione GenderLens ha pubblicato modelli di regolamento scolastico che le scuole possono adottare [12].
La carriera alias non ha valore legale al di fuori dell’istituzione che la adotta: il diploma riporterà il nome anagrafico, e i documenti esterni restano invariati. Ma nel quotidiano — registri di classe, email, badge, comunicazioni interne — la persona viene riconosciuta con il proprio nome. Per chi vive in un ambiente scolastico o lavorativo, questo cambiamento può fare la differenza tra la sofferenza quotidiana e la possibilità di concentrarsi su studio o lavoro.
Chi fa la transizione sociale
Tutti, all’inizio
Un punto spesso trascurato: ogni persona transgender attraversa una transizione sociale, indipendentemente dal fatto che intraprenda o meno un percorso medico. Prima di qualsiasi ormone o intervento chirurgico, c’è sempre un momento in cui si inizia a vivere nel proprio genere: si dice il proprio nome a qualcuno, si chiedono pronomi diversi, si cambia il modo di presentarsi. La transizione sociale è il primo passo universale.
Le WPATH Standards of Care versione 8 hanno rimosso il requisito di un periodo obbligatorio di transizione sociale come prerequisito per accedere ai trattamenti medici [1]. Questo cambiamento riconosce due cose: primo, che non tutte le persone transgender desiderano o possono vivere apertamente nel genere percepito in tutti i contesti della propria vita prima di accedere alle cure; secondo, che la transizione sociale e quella medica non sono fasi sequenziali di un unico percorso obbligato, ma dimensioni diverse che ogni persona combina secondo le proprie esigenze [1].
Chi si ferma qui
Per alcune persone transgender, la transizione sociale è tutto ciò di cui hanno bisogno. Non desiderano ormoni, non vogliono chirurgia. La loro transizione è sociale e basta: vivono nel genere con cui si identificano, hanno cambiato nome e pronomi, e questo è sufficiente per sentirsi a proprio agio.
Questo percorso è perfettamente valido. Non esiste una gerarchia delle transizioni in cui quella medica è “più vera” o “più completa” di quella sociale. Le linee guida dell’APA sottolineano che le esperienze delle persone transgender sono diverse e che il ruolo dei professionisti è supportare la persona nel percorso che sente proprio, non indirizzarla verso un modello predefinito [6]. Nessuno è “più trans” o “meno trans” in base al tipo di transizione che sceglie.
Il sondaggio del Pew Research Center del 2022 su adulti transgender e non binari negli Stati Uniti ha documentato un’ampia varietà di esperienze: alcune persone descrivono transizioni interamente sociali, altre combinano elementi sociali e medici, altre ancora sono in fasi diverse del percorso [10]. La diversità delle esperienze trans è la norma, non l’eccezione.
Bambini e transizione sociale
L’unica transizione raccomandata prima della pubertà
Per i bambini prepuberi, la transizione sociale è l’unica forma di transizione raccomandata dalle linee guida internazionali. Le linee guida dell’Endocrine Society del 2017 raccomandano esplicitamente di non intraprendere trattamenti medici (bloccanti della pubertà o ormoni) prima dell’inizio della pubertà, limitando l’intervento alla sfera sociale: usare il nome e i pronomi preferiti, permettere l’espressione di genere libera, e garantire un supporto psicologico adeguato [7].
La ricerca su questi bambini racconta una storia precisa. Lo studio di Olson e colleghi del 2016, pubblicato su Pediatrics, ha esaminato 73 bambini transgender (dai 3 ai 12 anni) che avevano effettuato una transizione sociale con il supporto delle famiglie [2]. I risultati hanno mostrato che i livelli di depressione erano comparabili a quelli dei coetanei cisgender, con solo un lieve aumento dell’ansia [2]. Questo dato è particolarmente significativo se confrontato con gli studi precedenti su bambini con disforia di genere che non avevano effettuato la transizione sociale, i quali mostravano tassi molto più elevati di disagio psicologico.
Il TransYouth Project, lo studio longitudinale più ampio mai condotto su giovani transgender, ha seguito oltre 300 bambini per cinque anni dopo la transizione sociale. I risultati, pubblicati su Pediatrics nel 2022, mostrano che il 94% continuava a identificarsi come transgender dopo cinque anni [3]. Il 3,5% si identificava come non binario. Solo il 2,5% era tornato a identificarsi con il sesso assegnato alla nascita [3]. Questi dati smentiscono l’idea che la transizione sociale nei bambini sia una “fase” destinata a passare nella maggior parte dei casi.
La questione della reversibilità
Uno degli argomenti più utilizzati contro la transizione sociale nei bambini è il timore che sia “troppo presto”. Ma questo argomento confonde la transizione sociale con quella medica. La transizione sociale consiste nell’usare un nome diverso, pronomi diversi, e permettere al bambino di vestirsi come preferisce. Se l’identità di genere del bambino dovesse cambiare nel tempo — cosa che la ricerca mostra accadere in una percentuale molto piccola dei casi [3] — la transizione sociale può essere modificata senza conseguenze fisiche.
Diane Ehrensaft, tra le massime esperte di sviluppo di genere nell’infanzia, ha scritto nel 2018 sull’International Journal of Transgenderism che la transizione sociale prepuberale, quando avviene con il supporto della famiglia e dei professionisti, è un facilitatore della salute di genere del bambino: gli permette di vivere nel genere che sente autentico, riducendo il disagio e favorendo uno sviluppo psicologico sano [9].
Adulti e transizione sociale
Un processo graduale
La transizione sociale degli adulti è spesso un processo graduale, non un evento singolo. Può iniziare in contesti privati e sicuri — con amici fidati, con il partner, online — e poi estendersi progressivamente ad altri ambiti della vita: famiglia allargata, lavoro, contesti pubblici.
Non esiste una tempistica “giusta”. Alcune persone effettuano il coming out e la transizione sociale in modo rapido e completo; altre procedono per gradi nell’arco di mesi o anni; altre ancora scelgono una transizione selettiva, vivendo nel genere percepito in alcuni contesti ma non in tutti. Le WPATH SOC 8 riconoscono esplicitamente questa diversità, affermando che non tutte le persone transgender desiderano o possono vivere apertamente nel genere percepito in tutti i contesti della propria vita [1].
La transizione sociale sul lavoro
Il contesto lavorativo è uno dei più complessi per la transizione sociale. Cambiare nome e pronomi con i colleghi, modificare l’email aziendale, affrontare le reazioni — tutto questo avviene in un ambiente dove la persona deve anche mantenere la propria professionalità e, spesso, la propria sicurezza economica.
In Italia, come abbiamo visto, lo strumento della carriera alias si sta diffondendo anche nelle aziende e nella pubblica amministrazione. Il Ministero della Giustizia ha emanato nel 2024 una circolare per l’attivazione dell’identità alias per i dipendenti dell’Amministrazione giudiziaria. Alcune grandi aziende private hanno adottato politiche simili. Ma la realtà quotidiana per molte persone trans resta difficile: la mancanza di una normativa nazionale esplicita sull’identità di genere come categoria protetta autonoma dalla discriminazione lavorativa lascia un vuoto che la giurisprudenza colma solo parzialmente.
La transizione sociale a scuola
Per gli studenti transgender, la scuola è il contesto quotidiano in cui la transizione sociale ha forse l’impatto maggiore. Essere chiamati con il nome sbagliato di fronte alla classe, ogni giorno, per anni, è un’esperienza che la ricerca associa a disagio psicologico significativo [4].
Lo studio di Turban e colleghi del 2021, pubblicato sul Journal of Adolescent Health, ha analizzato i dati di oltre 27.000 adulti transgender negli Stati Uniti, esaminando la relazione tra il momento della transizione sociale e gli esiti di salute mentale in età adulta [5]. I risultati mostrano che la transizione sociale durante l’infanzia non era associata a esiti negativi rispetto alla transizione in età adulta. Quando la transizione sociale avveniva durante l’adolescenza, inizialmente sembravano emergere associazioni con maggiore suicidalità, ma queste scomparivano una volta controllato il fattore delle molestie subite a scuola [5]. In altre parole: il problema non è la transizione sociale in sé, ma l’ambiente ostile in cui avviene.
La carriera alias nelle scuole italiane è uno strumento concreto per ridurre questo disagio [12]. Come già descritto, oltre 450 scuole in Italia hanno adottato un protocollo. Se la tua scuola non ne ha uno, associazioni come AGEDO e GenderLens possono fornire supporto e modelli da proporre [12].
La transizione sociale è un percorso valido e completo
Questo è il punto centrale di questo articolo, e vale la pena dirlo con chiarezza: la transizione sociale non è un passaggio intermedio in attesa di quella “vera”. Per chi la sceglie come unico percorso, è completa in sé.
La narrazione dominante sulla transizione di genere tende a presentarla come una sequenza lineare: prima la consapevolezza, poi la terapia psicologica, poi gli ormoni, poi la chirurgia. Ma questa sequenza non corrisponde alla realtà della maggior parte delle persone transgender. Molte non desiderano interventi medici; altre li desiderano in parte; altre ancora cambiano idea nel tempo. La transizione è un percorso personale, non un protocollo standardizzato.
Una revisione del 2023 pubblicata su Archives of Sexual Behavior ha esaminato la relazione tra transizione sociale di genere e salute mentale in bambini e adolescenti con disforia di genere [8]. I risultati suggeriscono che la transizione sociale, di per sé, è associata a benefici per il benessere psicologico, indipendentemente dall’accesso a interventi medici [8]. Questo dato è coerente con il corpo crescente di evidenze che mostrano come il riconoscimento sociale dell’identità di genere sia un fattore protettivo per la salute mentale delle persone trans.
La relazione con la transizione medica
La transizione sociale e quella medica non sono alternative mutualmente esclusive. Sono dimensioni complementari che ogni persona combina nel modo che sente più giusto per sé.
Per chi sceglie entrambe, la transizione sociale spesso precede quella medica — semplicemente perché cambiare nome e pronomi è più rapido e accessibile che iniziare una terapia ormonale. Ma le WPATH SOC 8 hanno chiarito che non esiste un obbligo di transizione sociale prima di accedere ai trattamenti medici [1]: una persona che non può o non vuole effettuare una transizione sociale completa ha comunque diritto alle cure.
Allo stesso modo, una persona che ha completato la transizione sociale non è “obbligata” a procedere con quella medica. Il percorso si ferma dove la persona sente di essere arrivata. Le linee guida internazionali sono concordi su questo punto: l’autodeterminazione della persona transgender è il principio guida [1][6].
Come iniziare: aspetti pratici
Se stai considerando una transizione sociale, ecco alcuni aspetti pratici basati sulle esperienze condivise dalla comunità trans e sulle raccomandazioni delle linee guida cliniche.
Inizia dove ti senti al sicuro
Non devi cambiare tutto in un giorno. Puoi iniziare provando il tuo nome con una persona fidata, o in uno spazio online. Puoi sperimentare con l’abbigliamento in privato, o in contesti dove ti senti protetto/a. La gradualità non è debolezza: è strategia.
Costruisci una rete di supporto
Avere almeno una persona che ti conosce, ti rispetta e usa il tuo nome e i tuoi pronomi è un fattore protettivo documentato dalla ricerca [4]. Questa persona può essere un amico, un familiare, un professionista della salute mentale o un membro della comunità trans. Non devi affrontare tutto da solo/a.
Informati sui tuoi diritti
In Italia, la tua identità di genere è un dato sensibile protetto dal GDPR. Nessuno può rivelare la tua condizione di persona transgender senza il tuo consenso. La privacy è un tuo diritto, non una concessione. Se subisci outing non consensuale o discriminazione, hai strumenti legali a disposizione.
Considera il supporto professionale
Parlare con un professionista esperto di identità di genere non è un prerequisito per la transizione sociale, ma può essere una risorsa preziosa. Un buon professionista non ti dirà cosa fare: ti aiuterà a esplorare quello che senti e a gestire le sfide pratiche ed emotive del percorso. Il portale InfoTrans.it dell’Istituto Superiore di Sanità contiene una mappa dei servizi dedicati alle persone transgender in Italia, regione per regione [11].
Non confrontarti con un modello unico
La tua transizione sociale non deve assomigliare a quella di nessun altro. Non esiste un modo corretto di essere transgender, non esiste un livello minimo di cambiamento per “qualificarsi”. Se hai cambiato solo il nome con tre amici, quella è una transizione sociale. Se hai modificato ogni aspetto della tua vita pubblica, anche quella lo è. Entrambe sono valide.
Risorse in Italia
- InfoTrans (infotrans.it): portale dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’UNAR con mappa interattiva di tutti i servizi per persone transgender in Italia [11].
- GenderLens (genderlens.org): risorse per famiglie, modelli di regolamento per la carriera alias nelle scuole [12].
- AGEDO (agedonazionale.org): associazione di genitori e familiari di persone LGBT+, con gruppi di supporto in tutta Italia.
- Gay Help Line: 800 713 713 (gratuito e anonimo). Sezione dedicata a tematiche trans.
- Sportelli transgender: presenti in diverse città (MIT Bologna, SAT Milano, Consultorio Transgenere di Torre del Lago e altri).
Una cosa da portare via
La transizione sociale non è il “piano B” per chi non può accedere a quella medica. Non è una transizione a metà, una transizione incompleta o una transizione in attesa. È un percorso che milioni di persone transgender nel mondo vivono ogni giorno, ed è il modo in cui l’identità di genere diventa visibile e riconosciuta nel tessuto delle relazioni quotidiane.
Se stai vivendo una transizione sociale, o stai pensando di iniziarne una, sappi che la ricerca è dalla tua parte: vivere nel genere con cui ti identifichi, con il supporto delle persone intorno a te, è associato a benefici concreti e misurabili sulla salute mentale e sul benessere [2][4][8]. Non devi giustificare il tuo percorso con nessuno. Non devi conformarti a un modello. Devi solo trovare il modo che funziona per te.
Approfondimenti
- Libro Trans: A Memoir (2015)
- Film Tomboy (2011)