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Intersezionalità e persone trans: quando le discriminazioni si sommano

Pubblicato una settimana fa · 15 fonti citate Generato con AI
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Intersezionalità e persone trans: quando le discriminazioni si sommano

Nel 2024, l’88% delle persone trans uccise nel mondo — monitorate da TGEU nel suo Trans Murder Monitoring — erano persone di colore [8]. Il 90% erano donne trans o persone transfemminili [8]. Non è un caso. Non è una coincidenza statistica. È il risultato di ciò che accade quando più forme di marginalizzazione convergono sulla stessa persona: razzismo, transfobia, sessismo, povertà. Queste forze non si sommano in modo aritmetico. Si intrecciano, si amplificano, producono qualcosa di diverso dalla semplice giustapposizione delle parti.

Per descrivere questo fenomeno esiste un concetto preciso: intersezionalità. E per le persone trans, non è una teoria astratta. È la differenza tra vivere in difficoltà e vivere in pericolo.

Cos’è l’intersezionalità

Le origini del concetto

Il termine “intersezionalità” è stato coniato nel 1989 dalla giurista e accademica statunitense Kimberlé Crenshaw in un saggio pubblicato sull’University of Chicago Legal Forum: Demarginalizing the Intersection of Race and Sex [1]. Crenshaw non stava costruendo una teoria astratta: stava analizzando casi giudiziari concreti in cui donne nere avevano fatto causa per discriminazione e i tribunali avevano respinto le istanze perché non rientravano né nella categoria “discriminazione razziale” né in quella “discriminazione sessuale” [1].

Il problema era strutturale: il sistema giuridico era progettato per riconoscere un solo asse di oppressione alla volta. Se un’azienda assumeva donne (bianche) e uomini (neri), poteva sostenere di non discriminare né in base al sesso né in base alla razza — anche se non assumeva nessuna donna nera. L’esperienza specifica delle donne nere cadeva in una fessura tra le categorie.

Due anni dopo, nel 1991, Crenshaw approfondì il concetto in Mapping the Margins, analizzando come la violenza contro le donne di colore venga sistematicamente sottovalutata sia dai movimenti femministi (che tendono a centrare l’esperienza delle donne bianche) sia dai movimenti antirazzisti (che tendono a centrare l’esperienza degli uomini neri) [2].

Oltre la somma delle parti

L’intuizione centrale dell’intersezionalità è che le identità non si sommano come numeri [1]. Una donna trans nera e disabile non sperimenta “transfobia + razzismo + abilismo”: sperimenta una forma di oppressione specifica che nasce dall’intersezione di tutti questi fattori e che non può essere compresa scomponendola nelle sue parti. È come la differenza tra guardare i singoli ingredienti e assaggiare il piatto: il risultato è qualitativamente diverso dalla lista dei componenti.

Questo significa che le risposte — legali, sanitarie, sociali — devono essere progettate tenendo conto di queste intersezioni, non di categorie isolate. Una politica antidiscriminatoria che protegge le “persone trans” in astratto, senza considerare che una donna trans migrante affronta barriere radicalmente diverse da un uomo trans italiano con cittadinanza e laurea, rischia di funzionare solo per chi ha già meno bisogno di protezione.

Essere trans e appartenere a una minoranza etnica

I dati: una disparità dentro la disparità

I dati più completi sulle intersezioni tra identità trans e appartenenza etnica provengono dalla U.S. Transgender Survey (USTS). Lo studio del 2015, con oltre 27.000 partecipanti, e quello del 2022 hanno documentato differenze profonde all’interno della stessa comunità trans [3][4].

Nell’indagine del 2015, il tasso di povertà tra le persone trans nel complesso era tre volte quello della popolazione generale statunitense (29% contro 12%) [3]. Ma disaggregando per etnia, il quadro si aggravava radicalmente: il 42% delle persone trans di colore viveva in povertà, contro il 23% delle persone trans bianche [3]. Per le donne trans nere il dato saliva ulteriormente. La disoccupazione seguiva lo stesso schema: 20% complessivo tra le persone trans, ma fino al 35% tra le persone trans nativi americane [3].

In ambito sanitario, il 33% delle persone trans nere intervistate aveva rinunciato a cure mediche nell’anno precedente per paura della discriminazione, contro il 23% delle persone trans bianche [3]. Il 41% aveva subito maltrattamenti in contesti sanitari, contro il 29% [3].

Le disparità nella salute mentale seguono lo stesso schema. Il modello del minority stress — teorizzato da Ilan Meyer e confermato da una revisione sistematica europea del 2023 [7] — prevede che l’esposizione cumulativa a più fonti di stigma produca un impatto sulla salute mentale che eccede la somma delle singole esposizioni. Le persone trans di colore, esposte simultaneamente a transfobia e razzismo, mostrano tassi più elevati di depressione, ansia e ideazione suicidaria rispetto sia alle persone trans bianche sia alle persone cisgender della stessa minoranza etnica [13].

La violenza: chi viene ucciso

I dati sulla violenza letale contro le persone trans sono il punto in cui l’intersezionalità smette di essere un concetto accademico e diventa una questione di vita o di morte.

Il Trans Murder Monitoring di TGEU, il monitoraggio più sistematico degli omicidi di persone trans a livello globale, documenta anno dopo anno un pattern costante: le vittime sono nella stragrande maggioranza donne trans, di colore, giovani, spesso in condizioni di povertà o coinvolte nel sex work [8]. Nel rapporto 2025, l’88% delle vittime il cui background etnico era noto apparteneva a minoranze [8]. Il 90% era costituito da donne trans o persone transfemminili [8]. L’età mediana era sotto i 30 anni.

Questi numeri non descrivono una “comunità a rischio” generica. Descrivono un profilo specifico: la persona trans più vulnerabile alla violenza letale è giovane, di colore, povera, spesso priva di documenti regolari. Ogni fattore aggiuntivo di marginalizzazione non aggiunge un rischio: moltiplica quello esistente.

La storia del movimento trans è segnata da questa realtà. Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera — figure centrali delle rivolte di Stonewall nel 1969 — erano entrambe persone di colore e di bassa estrazione sociale. Le persone più esposte alla violenza sono state spesso anche le più determinate nel lottare per i diritti di tutti.

Essere trans e avere una disabilità

La doppia invisibilità

Le persone trans con disabilità affrontano quella che i ricercatori definiscono una “doppia invisibilità”: invisibili all’interno della comunità trans, dove il discorso tende a centrare le esperienze di persone normodotate, e invisibili all’interno della comunità disabile, dove l’eteronormatività e la cisnormatività sono spesso date per scontate.

Questa invisibilità ha conseguenze pratiche. I centri di identità di genere — in Italia come altrove — sono spesso fisicamente inaccessibili per persone con disabilità motorie, oppure non dispongono di personale formato per comunicare con persone sorde o con disabilità cognitive. Le procedure standard dei percorsi di affermazione di genere presuppongono una capacità di navigare il sistema sanitario e burocratico che non tiene conto delle barriere aggiuntive che una persona disabile deve affrontare.

La USTS del 2015 ha rilevato che il 39% delle persone trans con disabilità viveva in povertà, contro il 24% delle persone trans senza disabilità [3]. Le persone trans disabili avevano anche una probabilità significativamente più alta di aver subito violenza fisica (18% contro 9% nell’anno precedente l’indagine) e di aver tentato il suicidio (54% nel corso della vita, contro il 38% delle persone trans senza disabilità) [3].

Accesso ai percorsi di affermazione di genere

Per le persone trans con disabilità, l’accesso ai percorsi di transizione presenta ostacoli specifici. In Italia, dove le liste d’attesa dei centri di identità di genere possono superare i 18 mesi, una persona con disabilità motoria potrebbe dover affrontare spostamenti di centinaia di chilometri verso centri specializzati che non sono attrezzati per accoglierla. Una persona con disabilità intellettiva potrebbe vedersi negare l’accesso alla terapia ormonale perché il protocollo richiede un consenso informato che il sistema non è in grado di adattare alle sue esigenze.

Gli Standards of Care versione 8 della WPATH (2022) riconoscono esplicitamente la necessità di approcci individualizzati per le persone trans con disabilità, raccomandando che le barriere fisiche, sensoriali e cognitive non vengano utilizzate come motivo di esclusione dai percorsi di cura, ma vengano affrontate con adattamenti ragionevoli [9]. La distanza tra questa raccomandazione e la pratica clinica quotidiana, tuttavia, resta ampia.

Essere trans e poveri

La classe sociale come determinante

La classe sociale è forse l’asse di intersezionalità più sottovalutato nel discorso sui diritti trans. Il percorso di transizione, in Italia, è formalmente gratuito attraverso il SSN. Nella pratica, i costi reali sono spesso significativi.

Le liste d’attesa del servizio pubblico — documentate nel dettaglio nell’articolo sulla situazione delle persone trans in Italia — spingono chi può permetterselo verso il settore privato: endocrinologi, psicologi, chirurghi. I costi di una terapia ormonale seguita privatamente, pur variabili, si aggirano su diverse centinaia di euro all’anno. Gli interventi chirurgici non coperti o parzialmente coperti dal SSN possono raggiungere cifre a cinque zeri. Per le persone trans che vivono in condizioni di povertà, queste cifre rappresentano un muro invalicabile.

Ma il problema non è solo il costo della transizione. È il circolo vizioso tra discriminazione lavorativa e povertà. Come documentato dall’indagine ISTAT-UNAR del 2023, una persona trans su due in Italia ha subito discriminazione nella ricerca di lavoro [6]. Il 46,4% ha rinunciato a candidarsi per un posto per cui era qualificata [6]. Il tasso di disoccupazione delle persone trans è stimato fino a cinque volte superiore alla media nazionale.

La discriminazione lavorativa produce povertà. La povertà impedisce l’accesso alle cure private quando il pubblico non è disponibile. L’impossibilità di completare la transizione impedisce la rettifica dei documenti. I documenti incongruenti alimentano la discriminazione lavorativa. La spirale si chiude.

Il sex work come esito della marginalizzazione economica

Uno studio del 2013 pubblicato su PubMed ha analizzato sistematicamente come la discriminazione a livello sistemico, istituzionale e interpersonale spinga alcune donne trans — in particolare quelle di colore e di bassa estrazione sociale — verso il sex work come strategia di sopravvivenza [10]. Non è una scelta identitaria: è la conseguenza della chiusura progressiva di tutte le alternative economiche.

In Italia, questa dinamica ha radici storiche profonde. Negli anni Settanta e Ottanta, per molte donne trans la prostituzione era una delle poche vie di sostentamento disponibili. Oggi le alternative sono formalmente più ampie, ma le barriere strutturali — discriminazione lavorativa, mancanza di documenti coerenti, rifiuto familiare — continuano a produrre vulnerabilità economica, e questa vulnerabilità non è distribuita in modo omogeneo: colpisce in modo sproporzionato le persone trans che appartengono anche ad altre minoranze.

Essere trans e migranti

La condizione specifica delle persone trans migranti

Le persone trans migranti affrontano una stratificazione di vulnerabilità che le colloca tra le più esposte alla violenza e alla marginalizzazione. In molti paesi di origine, essere trans è criminalizzato o socialmente insostenibile: la migrazione è spesso, prima che una scelta, una fuga. Ma il paese di arrivo non è necessariamente un approdo sicuro.

In Italia, una persona trans migrante deve navigare simultaneamente il sistema di asilo (con le sue lentezze e le sue incertezze), il sistema sanitario (dove l’accesso ai percorsi di affermazione di genere per persone senza cittadinanza o permesso di soggiorno è spesso de facto impossibile), e un contesto sociale in cui il razzismo e la transfobia si intrecciano.

La legge 164/1982 consente la rettifica anagrafica del sesso, ma il procedimento richiede un iter giudiziario lungo e complesso che presuppone un domicilio stabile, un avvocato, spesso una perizia medico-legale — condizioni che una persona in attesa di asilo o con permesso di soggiorno precario raramente soddisfa. Il risultato è un limbo documentale che rende invisibili le esigenze specifiche delle persone trans migranti e le espone a ulteriore discriminazione.

Casa Caterina e le risorse esistenti

Il MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna ha aperto nel 2018 Casa Caterina, il primo rifugio protetto in Europa dedicato specificamente a persone trans rifugiate e richiedenti asilo [12]. La struttura offre accoglienza abitativa, supporto legale per le pratiche di asilo, accompagnamento sanitario e inserimento lavorativo. È una buona pratica riconosciuta a livello internazionale, ma resta un’eccezione: una singola struttura in un singolo territorio per un bisogno che attraversa l’intero paese.

Alcune sezioni locali di Arcigay e la Rete Trans Nazionale offrono sportelli di orientamento per persone trans migranti, ma la copertura territoriale è frammentaria. Nelle regioni meridionali e nelle isole, dove peraltro si concentra una parte significativa degli arrivi migratori, le risorse dedicate sono pressoché assenti.

La Strategia Nazionale LGBT+ 2022-2025 dell’UNAR menziona la necessità di interventi specifici per le persone LGBTIQ+ migranti, ma senza stanziamenti dedicati e con un’implementazione ancora largamente insufficiente [11].

Il contesto italiano: Nord, Sud e le disuguaglianze interne

La geografia della transizione

In Italia, la possibilità concreta di vivere la propria identità di genere dipende in modo significativo da dove si nasce e da dove si vive. I principali centri di identità di genere — CIDIGEM a Torino, il Progetto C.A.R.E. a Firenze, il SAIFIP a Roma — sono concentrati nel Centro-Nord. Per un adolescente trans che vive in Calabria o in Sardegna, accedere a un percorso di affermazione di genere significa spesso spostarsi di centinaia di chilometri, con costi di viaggio e soggiorno interamente a proprio carico.

Questa disparità territoriale non è solo una questione sanitaria. È una questione di classe. Le famiglie con risorse economiche possono permettersi gli spostamenti, le visite private, i tempi di attesa ridotti del settore privato. Le famiglie senza queste risorse — che nel Mezzogiorno sono proporzionalmente più numerose — sono intrappolate in liste d’attesa che possono durare anni, con conseguenze sulla salute mentale, sulla vita scolastica e lavorativa, e sulla possibilità stessa di vivere in modo autentico.

L’Istituto Superiore di Sanità, nel suo comunicato del 2022 sulla salute di genere nella popolazione transgender, ha evidenziato un basso livello di prevenzione sanitaria tra le persone trans in Italia [15]. Il dato è nazionale, ma le disparità regionali suggeriscono che il problema sia particolarmente acuto nelle aree con minore offerta di servizi dedicati.

Transfobia e contesto culturale

La terza indagine FRA sulle persone LGBTIQ+ (2024) ha collocato l’Italia al di sotto della media europea su diversi indicatori di inclusione [5]. Il 38% delle persone LGBTIQ+ italiane ha subito discriminazione in almeno un ambito della vita nell’anno precedente l’indagine [5]. Ma il dato nazionale nasconde differenze regionali significative.

Il contesto culturale delle aree più conservatrici del paese — non necessariamente coincidenti con il solo Mezzogiorno, ma spesso correlate a centri di minori dimensioni e a minore esposizione alla diversità — produce un clima in cui il coming out come persona trans comporta rischi sociali maggiori: rifiuto familiare, isolamento comunitario, violenza. Per le persone trans che vivono in questi contesti e appartengono anche ad altre minoranze (migranti, disabili, di bassa estrazione sociale), i rischi si moltiplicano.

La politica italiana sui diritti trans riflette queste tensioni. La bocciatura del DDL Zan nel 2021 ha lasciato il paese senza una legge specifica contro i crimini d’odio fondati sull’identità di genere, rendendo ancora più vulnerabili le persone trans che già affrontano discriminazione su altri fronti [14].

L’età come fattore intersezionale

Adolescenti trans

Per gli adolescenti trans, l’intersezionalità si manifesta attraverso la dipendenza dal nucleo familiare. Un adolescente trans che vive in una famiglia accettante, economicamente stabile e residente in una grande città del Nord ha accesso a risorse radicalmente diverse rispetto a un coetaneo che vive in una famiglia ostile, in condizioni economiche precarie, in un piccolo centro del Sud.

I dati internazionali sono eloquenti. Il Family Acceptance Project ha dimostrato che i giovani LGBT con elevato rifiuto familiare sono 8,4 volte più a rischio di tentativo di suicidio. Per gli adolescenti trans che appartengono anche a minoranze etniche o vivono in povertà, il rifiuto familiare è statisticamente più frequente e i servizi di supporto sono meno accessibili.

In Italia, la scuola rappresenta un contesto critico: il 66,1% delle persone trans la cui identità era visibile durante gli studi ha subito discriminazioni, secondo l’indagine ISTAT-UNAR del 2023 [6]. Per gli studenti trans che sono anche migranti o disabili, l’esperienza scolastica può diventare una trappola da cui è difficile uscire senza supporto esterno.

Persone trans anziane

All’altro estremo dello spettro anagrafico, le persone trans anziane affrontano una forma di invisibilità specifica. Molte hanno vissuto la maggior parte della propria vita prima che il coming out fosse socialmente possibile, e hanno costruito relazioni, famiglie e carriere nascondendo la propria identità. Altre hanno intrapreso la transizione in epoche in cui la discriminazione era ancora più pervasiva e le tutele inesistenti.

Le persone trans anziane che necessitano di assistenza a lungo termine — in strutture residenziali, RSA, o attraverso servizi domiciliari — si trovano spesso in ambienti in cui il personale non è formato sull’identità di genere e in cui la pressione a conformarsi al genere assegnato alla nascita è forte. Per le persone trans anziane che sono anche sole, povere o disabili, il rischio di un ritorno forzato all’identità abbandonata è concreto.

Perché l’approccio intersezionale è necessario

I limiti dell’approccio “single-issue”

Un approccio alla tutela dei diritti trans che non consideri le intersezioni con altre forme di marginalizzazione rischia di produrre politiche che funzionano solo per una parte della comunità — tipicamente la parte già meno vulnerabile.

Un esempio concreto: la carriera alias in ambito lavorativo, descritta nell’articolo sulla discriminazione lavorativa, è una buona pratica che consente ai dipendenti trans di utilizzare il nome scelto nei contesti interni all’azienda. Ma per una persona trans che non ha un lavoro — perché è migrante senza permesso, perché è disabile e priva di collocamento mirato, perché vive in un’area con altissima disoccupazione — la carriera alias è irrilevante. Il suo problema è a monte: accedere al mercato del lavoro.

Allo stesso modo, una campagna di sensibilizzazione contro la transfobia che utilizzi esclusivamente immagini e storie di persone trans bianche, giovani e normodotate comunica — implicitamente — che le persone trans di colore, anziane o disabili non esistono o non contano. Non per malafede, ma per un difetto di prospettiva che l’intersezionalità consente di correggere.

Come l’intersezionalità migliora i servizi

Le raccomandazioni degli Standards of Care versione 8 della WPATH (2022) integrano esplicitamente una prospettiva intersezionale, riconoscendo che le barriere all’accesso alle cure di affermazione di genere sono distribuite in modo diseguale e che i protocolli di trattamento devono essere adattati alle condizioni specifiche di ciascuna persona, inclusa la sua posizione rispetto a razza, classe, disabilità e status migratorio [9].

In pratica, un approccio intersezionale ai servizi per le persone trans significa:

Raccogliere dati disaggregati. Non basta sapere quante persone trans subiscono discriminazione. È necessario sapere chi, tra le persone trans, subisce più discriminazione, e perché. L’indagine ISTAT-UNAR del 2023 rappresenta un passo avanti importante [6], ma non disaggrega i dati per etnia, disabilità o status migratorio. Senza questi dati, le politiche volano alla cieca.

Progettare servizi accessibili. I centri di identità di genere devono essere fisicamente accessibili, culturalmente competenti e linguisticamente attrezzati. Questo significa rampe e ascensori, ma anche interpreti, mediatori culturali e personale formato sulle specificità delle persone trans migranti o disabili.

Decentralizzare l’offerta. La concentrazione dei servizi nel Centro-Nord del paese penalizza in modo sistematico le persone trans residenti nel Mezzogiorno e nelle isole, che sono anche quelle con minori risorse economiche per spostarsi. Creare presidi territoriali — anche leggeri, anche in collaborazione con le associazioni — è una necessità, non un lusso.

Garantire la rappresentazione. Le persone trans che progettano i servizi, che conducono le campagne, che parlano nei media dovrebbero riflettere la diversità interna della comunità. Non perché la rappresentazione sia un fine in sé, ma perché chi non si vede rappresentato tende a non accedere ai servizi.

L’intersezionalità nel movimento trans italiano

Le associazioni e la prospettiva intersezionale

Il movimento trans italiano ha iniziato a integrare una prospettiva intersezionale, ma il processo è ancora in corso. Il MIT di Bologna, con l’apertura di Casa Caterina per persone trans rifugiate, ha dato una risposta concreta a un bisogno intersezionale specifico [12]. La Rete Trans Nazionale di Arcigay, che nel 2024 ha supportato 899 persone, include nei suoi servizi l’accompagnamento legale per le pratiche di asilo e il supporto per la genitorialità trans, riconoscendo che le esigenze delle persone trans non si esauriscono nella transizione medica.

Il femminismo intersezionale italiano, incarnato da movimenti come Non Una Di Meno, ha esplicitamente incluso le donne trans nella propria piattaforma politica, riconoscendo che la lotta contro il patriarcato e quella contro la transfobia sono inseparabili.

Tuttavia, permangono sfide significative. Le associazioni operano con risorse limitate e spesso si basano sul volontariato. La formazione specifica sulle questioni intersezionali — razzismo, abilismo, classismo all’interno della comunità trans — è ancora poco diffusa. E il dibattito pubblico italiano tende a trattare i “diritti trans” come un blocco monolitico, senza riconoscere le enormi differenze di condizione all’interno della comunità.

Cosa resta da fare

Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: le persone trans non sono un gruppo omogeneo, e le politiche che le riguardano non possono trattarle come tale. Una donna trans nigeriana richiedente asilo a Catania affronta una realtà radicalmente diversa da un uomo trans milanese con cittadinanza italiana e un impiego stabile. Entrambi sono trans. Le loro esigenze, le loro vulnerabilità e le risorse a cui possono accedere sono incomparabili.

L’intersezionalità non è un’aggiunta opzionale al discorso sui diritti trans. È la condizione necessaria perché quel discorso sia onesto. Riconoscere che la comunità trans è attraversata dalle stesse disuguaglianze che attraversano la società nel suo insieme — razzismo, abilismo, classismo, xenofobia — non indebolisce la lotta per i diritti trans. La rende più lucida, più efficace e più giusta.

I dati disponibili — dalla USTS [3][4] alle indagini FRA [5], dal monitoraggio TGEU [8] ai rapporti ISTAT-UNAR [6] — documentano in modo coerente che le intersezioni tra identità trans e altre forme di marginalizzazione producono vulnerabilità specifiche, misurabili e prevedibili. Questo significa che sono anche affrontabili, a condizione di volerle vedere.

Raccogliere dati disaggregati. Progettare servizi accessibili. Ascoltare le voci di chi vive all’intersezione. Non è idealismo: è il requisito minimo per politiche che funzionino per tutti, non solo per chi ha già meno bisogno di aiuto.

Approfondimenti

  • Documentario Disclosure: Trans Lives on Screen (2020)
  • Serie TV Pose (2018)
  • Documentario Paris Is Burning (1990)
  • Libro Redefining Realness (2014)

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